“Degenerazione Urbana” del centro storico di Roma – Quando la funzione è tutto e l’estetica non conta più nulla

Sebbene ci si affanni nel sostenere che la nostra sia l’epoca più evoluta della storia dell’umanità, sebbene gli architetti “contemporanei” e i teorici dell’architettura contemporanea sostengano la necessità di “sperimentare” e guardare al futuro, la nostra cultura, mutilata per ragioni ideologiche del suo legame col passato, risulta sempre più miserabile e insulsa.

La nostra epoca infatti, figlia della “cultura” consumistica, come tutte le cose appartenenti a quella cultura, finirà per non lasciare nulla ai posteri, con buona pace del teorico dell’architettura futurista, Antonio Sant’Elia il quale, nel suo delirante manifesto affermava: «[…] i caratteri fondamentali dell’Architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà. Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città […]».

Solo l’ignoranza e la presunzione di un’epoca facilona e votata al consumismo può ipotizzare idiozie del genere. Solo l’interesse degli incapaci – desiderosi di ottenere il massimo col minimo dello sforzo – può arrivare a far immaginare di poter azzerare la storia e reinventare ogni giorno la ruota in nome dello zeitgeist.

È ovvio che, con l’abbassamento dell’offerta formativa, per un progettista ignorante risulti molto più pratico evitare il confronto con la storia e difendere le proprie scelte – grazie ad una ignorantissima teoria costruita ad-hoc – sostenendo la necessità di differire dal contesto “per evitare falsificazioni della storia”.

E già perché, come ricordava il compianto Paolo Marconi in una sua Lectio Magistralis, «negli altri paesi europei e nel mondo, il restauro risponde alla definizione dei vocabolari: “Restaurare: rimettere nelle condizioni originarie un manufatto o un’opera d’arte, mediante opportuni lavori di riparazione e reintegro[1]”, meno che in Italia, dove prevalgono ancora i divieti di Cesare Brandi (Teoria del Restauro, 1963) e della Carta del Restauro di Venezia del 1964 che recita: Il rifacimento tanto più sarà consentito quanto più si allontanerà dall’aggiunta e mirerà a costituire un’unità nuova sulla vecchia” … ciò per evitare le ‘falsificazioni’ le quali, tuttavia, avrebbero senso solo nel caso delle opere d’arte mobili e di antiquariato, commerciabili ed esportabili».

Diversamente da questa errata, ideologica e presuntuosa visione “moderna ed evoluta” del mondo, nel tanto deprecato medioevo il pensiero risultava molto più onesto ed evoluto se è vero come è vero che, nel suo Metalogicon (III, 4) del 1159, Giovanni di Salisbury riportava la splendida metafora con cui, ancora oggi, si esprime un rapporto di dipendenza della cultura moderna rispetto all’antica. Giovanni di Salisbury infatti, attribuendone la paternità di quella metafora al suo maestro Bernardo di Chartres scrisse: «siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti».

Può infatti la cultura di un popolo prescindere dal suo passato? Può davvero una società “colta ed evoluta” far discendere le proprie conoscenze dal nulla? Non sarà mica che il vero “periodo buio” non sia proprio quello attuale[2]?

Basterebbe rileggersi la definizione di “società evoluta” lasciataci da Edmund Burke per comprendere quanto fallace sia l’approccio contemporaneo: «una civiltà sana è quella che mantiene intatti i rapporti col presente, col futuro e col passato. Quando il passato alimenta e sostiene il presente e il futuro, si ha una società evoluta!»[3]

Eppure le nostre città e i nostri monumenti subiscono regolarmente violenza in nome di una visione consumista che amiamo definire “contemporaneità”.

In questa nostra triste epoca, la funzione e l’estetica di un manufatto architettonico vivono due mondi paralleli che, mai più, sembrano riuscire ad incontrarsi … per evitare presunte falsificazioni della storia.

Di recente il centro storico di Roma ha visto una proliferazione di bagni pubblici e altri manufatti a servizio di monumenti i quali, nella loro totalità, appaiono totalmente irrispettosi del contesto in cui si inseriscono[4].

Padiglione di accesso al Foro dall’Arco di Settimio Severo
Bagno pubblico di Piazza San Giovanni in Laterano davanti alla Scala Santa

Spesso poi, ad aggravare la situazione, ci si trova davanti a strutture posate a caso sui marciapiedi, come nell’assurdo caso del nuovo ingresso ai bagni pubblici di via Zanardelli, proprio dietro Piazza Navona.

Il nuovo manufatto per i bagni pubblici di via Zanardelli
Il nuovo manufatto per i bagni pubblici di via Zanardelli – dettaglio dell’assurdo posizionamento
Il nuovo manufatto per i bagni pubblici di via Zanardelli – dettaglio dell’assurdo posizionamento

Qui, come documentato nelle foto sopra, il progettista e il Comune di Roma si sono davvero superati.

Infatti, a parte lo splendido linguaggio architettonico conferito al manufatto dai profili metallici, dal vetro, oltre che dal lamierino traforato, pronto per la ruggine, occorre sottolineare la coerenza linguistica del volume affinché potesse ambientarsi in una città caratterizzata dalla presenza degli – ormai irremovibili – dehors.

Questo post vuol dunque essere un doveroso ringraziamento, a nome della città e del mondo intero – visto il suo inserimento nel Patrimonio Unesco – a tutti responsabili di quest’opera per la loro sensibilità.

Come non apprezzare il perfetto studio di inserimento del manufatto rispetto al marciapiede?

Quanta sensibilità, quanta attenzione per tutte le specie viventi trasuda da un inserimento, così ben risolto, che lascia uno spazio di circa 10 cm necessario a consentire, in tutta sicurezza, il passaggio delle tante pantegane che fanno ormai parte del bestiario romano? … Il WWF vi è in debito!

Davanti a tanta dimostrazione di saggezza e rispetto per tutti, oggi possiamo scusarci per le incomprensioni del passato e comprendere l’importanza di aver creato una “Commissione per il Decoro Urbano[5]” che, va ricordato, tra le mirabili soluzioni a tutela di Roma, ha provveduto a vietare di sedersi sulla scalinata di Trinità dei Monti, a recintare la Fontana di Trevi, oltre a non regolamentare – giustamente per i fornitori del servizio – il parcheggio delle bici e monopattini elettrici.

Siete dei fenomeni e l’intera comunità vi è riconoscente.


All’estero sembrano molto più sensibili al rispetto dei luoghi, sicché quando costruiscono un bagno pubblico in un contesto storicizzato, non lesinano sui materiali, né usano linguaggi alieni, semmai lo fanno usando un lessico vernacolare che si integri nel contesto.

bagno pubblico a Lichfield

[1] Vocabolario della Lingua Italiana Devoto – Oli, 1987

[2] https://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2021/10/15/medioevo-vs-eta-contemporanea-qual-e-la-vera-eta-buia-parte-prima-la-scultura/

[3] P. Langford, The Writings and Speeches of Edmund Burke, Oxford, Clarendon Press 1981.

[4] https://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2019/01/06/funzionalismo-2-0-ecco-a-voi-i-nuovi-bagni-pubblici-romani/

[5] https://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2019/08/10/roma-decoro-urbano-e-politiche-indecorose/

2 pensieri su ““Degenerazione Urbana” del centro storico di Roma – Quando la funzione è tutto e l’estetica non conta più nulla

  1. È quella che l’ex assessore all’urbanistica di Milano, Pierfrancesco Maran, ha battezzato “urbanistica tattica” (dipingere cerchi, strisce e grafismi vari su spazi ed edifici pubblici per dare un tono di moderna novità), che insieme al dilagare del facile e ingannevole slogan del “no al consumo di suolo” privilegia sopralzi insensati e altezze smisurate e fuori contesto delle nuove edificazioni

    1. Caro Sergio,
      certe persone dovrebbero lavorare in miniera, piuttosto che danneggiare le città che vengono, irresponsabilmente, chiamati ad amministrare

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