Sulla pira della Venere degli Stracci a Napoli – è più colpevole il clochard o chi ha consentito l’installazione?

Rogo della Venere degli Stracci avvenuto a Napoli lo scorso 12 luglio

A seguito del rigetto della richiesta di scarcerazione di Simone Isaia, il clochard responsabile del rogo della “Venere degli Stracci” installata in Piazza Municipio a Napoli, nei giorni scorsi è partita la petizione “Simone Isaia ha bisogno di essere curato non del carcere[1]”su iniziativa di Iod Edizioni, Pastorale Carceraria della Chiesa di Napoli, Associazione Liberi di Volare, Chiesa Cristiana Evangelica Libera di Casalnuovo, United Colors of Naples e Tribunali 138;  nella richiesta si legge:

«Simone Isaia, il clochard accusato di aver dato alle fiamme l’installazione della Venere degli stracci in piazza Municipio a Napoli, ha bisogno di essere curato non del carcere.

La Casa di Accoglienza dell’Associazione Liberi di volare della Pastorale carceraria della Chiesa di Napoli gestita da Don Franco Esposito è disponibile a ospitare Simone Isaia per consentirgli di essere curato e riprendere in mano la sua vita.

Condividiamo le parole dei volontari della Mensa del Carmine, dove Simone si recava spesso a pranzo.

“Simone da tempo aveva perso lucidità e riferimenti, finendo a dormire per strada. Simone Isaia ha bisogno di aiuto. Non del carcere, ma di una struttura che lo aiuti a rimettere in piedi la propria vita, perché è una persona affetta “da una tangibilissima neuro-divergenza”. E ha bisogno di aiuto.

Allora, se è pur vero, come afferma il Sindaco Manfredi, che “Quando si attaccano l’arte e la bellezza, si attacca l’uomo”.

Ebbene, noi affermiamo che la migliore arte e bellezza delle istituzioni pubbliche, e non solo, sia quella di prendersi cura degli uomini straccioni, malati, e abbandonati a un destino senza ritorno.

Chiediamo il vostro sostegno con una firma affinché Simone Isaia sia tolto dal carcere e venga curato e rigenerato alla vita presso la Casa di Accoglienza della Pastorale carceraria».

L’avvocato Di Nardo, difensore dell’Isaia, ha dichiarato a l’UnitàSiamo molto delusiInsieme alla famiglia di Simone mi aspettavo un esito diverso. La carcerazione era stata originariamente motivata per l’assenza di un domicilio. Con il Garante Ciambriello eravamo riusciti a trovarlo. Quindi eravamo fiduciosi in una decisione positiva da parte dei giudici. Aspettiamo le motivazioni prima di esprimerci con commenti ufficiali. Successivamente valuteremo le modalità per continuare questo percorso legale. L’unica certezza è che Simone, rispetto all’impianto accusatorio e ai suoi presunti problemi di fragilità mentale, non è una persona che ha familiarità con l’ambiente carcerario. È un ragazzo colto, educato e sensibile che andrebbe aiutato. Invece restando in carcere corre il rischio di veder aggravare determinate condizioni psicologiche[2]

Questa vicenda, indipendentemente da quella umana dell’Isaia, che si spera si risolva per il meglio, ha suscitato un grande dibattito al quale tuttavia non è stata data sufficiente importanza.

Poche ore dopo la pira infatti, i social sono stati sommersi da post e commenti di giubilo per l’accaduto, molti dei quali chiedevano di conoscere l’eroe che aveva cancellato quello sgorbio installato in Piazza Municipio, a due passi dal Maschio Angioino … commenti che hanno perfino fatto sospettare che il rogo fosse la conclusione di una delle tante, idiote, sfide sui social.

Questa vicenda dovrebbe invero far riflettere, specie i politici ed i mercanti d’arte, sul reale valore quella che viene definita, impropriamente, “arte contemporanea” e su quello che è il reale sentimento dei cittadini i quali, troppo spesso, si vedono imporre presenze aliene che vanno a modificare, spesso deturpandolo per sempre, lo spazio pubblico condiviso.

Ma poi chiediamoci, è possibile definire “opera d’arte” una installazione del genere? O forse, visto che questo genere di “arte” altro non è che una squallida branca del consumismo, si tratta di una semplice “performance” destinata a cadere nel dimenticatoio al termine della sua durata? … E nel caso si trattasse – come sarebbe più corretto considerare – di performance, non potrebbe anche esser considerato tale – per quanto sconsiderato e pericoloso – il gesto di Isaia?

A tal proposito ricordiamoci della patetica “banana” di Cattelan, staccata dal muro e mangiata a maggio scorso da uno studente di Seoul che ha poi dichiarato: “ho visto il lavoro di Cattelan come una ribellione contro una certa autorità, quindi ho fatto un gesto di ‘ribellione’ contro l’arte ‘ribelle’ di Cattelan”, un gesto peraltro già fatto David Datuna nel 2019, dopo che il l’Art Basel di Miami aveva pagato la “banana” 120mila dollari … roba da far impallidire Johnny Stecchino!

Tra l’altro la banana da 120mila dollari viene sostituita ogni 2-3 giorni dalle menti geniali del museo spendaccione … in pratica si tratta di una immonda falsificazione dell’opera che, però, non indigna nessuno.

Tornando alla “Venere degli Stracci” e restando in tema di autenticità, coloro i quali piangono la perdita dell’abominio di Piazza Municipio a Napoli non sanno che l’opera – se così vogliamo definirla – non era affatto nuova, né autentica, poiché la sua prima versione era stata realizzata da Pistoletto nel 1967.

Quest’opera, molto più contenuta nelle dimensioni, è costituita da un calco in cemento della Venere con Mela, realizzata intorno al 1805 dallo scultore neoclassico danese Bertel Thorvaldsen, affiancata da una montagna di stracci.

Per chi ha voglia di credere alle spiegazioni dei parolai, l’accostamento della statua neoclassica agli stracci vorrebbe denunciare il triste contrasto tra l’arte classica e il disordine della vita moderna … qualcuno all’epoca, innamorato di Petrolini, deve aver detto a Pistoletto “bene, bravo, bis!”… mai pensando di esser preso sulla parola dall’artista.

E già, perché della “Venere degli Stracci” esistono diverse versioni conservate presso una serie di musei-per-intellettualoidi-radical-chic dedicati al cattivo gusto, così è possibile trovarne una presso la Fondazione Pistoletto di Biella, un’altra presso il Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina di Napoli, un’altra ancora al Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli ed infine una presso la Tate Gallery di Liverpool … oltre quella ipertrofica che è bruciata in piazza Municipio lo scorso 12 luglio[3].

Nell’era dell’immagine, dell’usa-e-getta, del perbenismo e della cultura radical-chic infatti, troppa gente ama farsi prendere per i fondelli dai furbissimi mercanti d’arte contemporanea, dai venditori di fumo – definiti “critici d’arte” – e dai presunti artisti.

Grazie a questa attitudine – opportunamente costruita dagli stessi attori attraverso un vero e proprio lavaggio del cervello mediatico – l’arte è stata trasformata in finanza e l’artista vero non ha più alcun valore, poiché il mercato non lo fa la qualità dell’opera, ma l’appartenenza al protettore di turno e all’ignorantissima lobby dei mercanti d’arte.

Diversamente occorrerebbe invece prendere coraggio e ribellarsi – come lo studente di Seoul – a questa falsa “arte di ribellione” e protestare affinché nelle nostre città, nei nostri edifici storici e nel nostro paesaggio non venga mai più consentita l’installazione di fuffa spacciata per arte contemporanea.

Infatti, contrariamente a quanto politici e soprintendenti prezzolati, d’accordo con i mercanti d’arte, vogliono farci credere, ovvero che “certe opere aiutino ad aumentare l’offerta culturale” e ad “attirare capitali stranieri[4], quelle opere sono come dei parassiti che si annidano all’interno di un corpo sano e lo consumano lentamente fino a farlo morire.

Quelle stesse opere infatti, se esposte nelle squallide periferie figlie dello stesso consumismo ignorante che le ha generate, non attirerebbero nessuno – eccetto gli intellettualoidi radical-chic dell’inaugurazione – né migliorerebbero il contesto.

Lo spazio pubblico non può essere privatizzato, né tantomeno modificato senza il coinvolgimento della gente che dovrà vivere in quei luoghi, sicché al sindaco Manfredi, che ha giustamente dichiarato “Quando si attaccano l’arte e la bellezza, si attacca l’uomo” vorrei far notare che il primo attacco all’arte e alla bellezza di Napoli è stato inferto dall’ignobile installazione di Pistoletto, consentita dal Comune e dalla Soprintendenza in barba al sentimento comune dei napoletani e dei turisti innamorati della città.

Ragion per cui, ai giudici che hanno negato la libertà ad Isaia, suggerirei non solo di rimettere in libertà il ragazzo, consentendogli di avere le cure offertegli, ma anche di riflettere a fondo sull’articolo 1140 e successivi del Codice di Procedura Civile in materia di “Possesso” e, soprattutto, sull’art. 1171 “Denunzia di nuova opera” che recita:

«Il proprietario [832], il titolare di altro diritto reale di godimento o il possessore, il quale ha ragione di temere che da una nuova opera, da altri intrapresa sul proprio come sull’altrui fondo, sia per derivare danno alla cosa che forma l’oggetto del suo diritto o del suo possesso, può denunziare all’autorità giudiziaria la nuova opera, purché questa non sia terminata e non sia trascorso un anno dal suo inizio [2813]

L’autorità giudiziaria, presa sommaria cognizione del fatto, può vietare la continuazione dell’opera, ovvero permetterla, ordinando le opportune cautele: nel primo caso per il risarcimento del danno prodotto dalla sospensione dell’opera, qualora le opposizioni al suo proseguimento risultino infondate nella decisione del merito; nel secondo caso, per la demolizione o riduzione dell’opera e per il risarcimento del danno, che possa soffrirne il denunziante, se questi ottiene sentenza favorevole, nonostante la permessa continuazione».

Se è vero infatti che lo spazio pubblico è di tutti, o meglio è posseduto da coloro i quali vi passano e soggiornano regolarmente, la modifica, violenta, di quello spazio pubblico, in nome di un interesse estraneo alla collettività – come nel caso dell’orrenda installazione della “Venere degli Stracci”, si configura a mio avviso come una violazione del possesso della piazza nei confronti della cittadinanza.


[1] https://www.change.org/p/simone-isaia-ha-bisogno-di-essere-curato-non-del-carcere?recruiter=45238099&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=psf_combo_share_initial&recruited_by_id=85de1aa0-5d71-0130-cf9b-3c764e049c4f&utm_content=fht-37028266-it-it%3A3

[2] https://www.unita.it/2023/08/03/simone-isaia-resta-in-carcere/

[3] https://www.ilgiornale.it/news/sceneggiate-sullarte-roghi-e-acqua-rossa-2182300.html

[4] https://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/07/19/il-nostro-patrimonio-ha-bisogno-di-un-vaccino-contro-le-contaminazioni-artistiche/

6 pensieri su “Sulla pira della Venere degli Stracci a Napoli – è più colpevole il clochard o chi ha consentito l’installazione?

  1. La petizione in argomento rappresenta un gesto artistico di sublime bellezza. Una nuova forma d’arte, utile, funzionale nonché esteticamente ragguardevole.

  2. ….e aggiungo che in galera bisognerebbe mandarci quei mascalzoni che si ostinano a organizzare raduni di fracassoni amplificati, con decine di migliaia di deficienti, nei monumenti storici della massima importanza, o anche minima, per accontentare lo show business che ringrazia….e contraccambia.

  3. Potrebbe essere un’idea quella di vendere all’asta i resti della pira della “Venere degli stracc(ccioni)”, come pure vendere i laterizi dell’ Anfiteatro Flavio, giacché ci siamo, rimpiazzandoli con dei nuovi…tanto che cambia. Sarebbe un grosso introito per la città tutta, soprattutto per la giunta comunale sempre in debito e in cerca di risorse !

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