Via Giulia … da “Giardino Barocco” a “Giardino Farlocco” è un attimo

Via Giulia … da “Giardino Barocco” a “Giardino Farlocco” è un attimo

Rendering del “Giardino Barocco” mai realizzato in via Giulia (Immagine presa in rete)

Negli ultimi mesi Roma Today ha rispolverato l’annosa vicenda del parcheggio realizzato in Largo Perosi, tra via Giulia e il Lungotevere.

Il 24 febbraio dello scorso anno Fabio Grilli tornava a chiedersi: “Che fine ha fatto il giardino barocco di via Giulia?” In quell’articolo, nel tentativo di ricostruire brevemente la vicenda, si leggeva «La storia del giardino di via Giulia è annosa. La convenzione firmata dal comune con la C.A.M. risale al 2008. All’epoca, ha ricordato l’amministratore delegato della concessionaria, “era stata ipotizzata la realizzazione di un progetto di ampio respiro in una zona degradata da uno sventramento urbanistico mai concluso”. Ma il rinvenimento di importanti reperti archeologici, emersi durante le indagini preliminari, comportarono una variante al progetto che vide allungarsi l’iter amministrativo ben oltre le previsioni.  Il nuovo progetto, approvato in conferenza dei servizi nel maggio del 2016, è rimasto fermo per anni al dipartimento mobilità, tra le proteste dell’amministrazione locale, dei residenti e dei commercianti della zona. Proteste sfociate anche in sit-in davanti all’area di cantiere.

A sbloccare la vicenda aveva provveduto una delibera firmata dalla giunta Raggi nell’ottobre del 2020. Firma che aveva portato all’inizio dei lavori. “L’avvio di questo cantiere è il coronamento di un lungo percorso per restituire decoro e bellezza a uno spazio importante in una zona di grande valore storico e architettonico” aveva ricordato la sindaca, sottolineando che in tal modo veniva sanata “una ferita aperta da anni, dopo aver sbloccato definitivamente il progetto rimasto fermo a causa di inefficienze e lungaggini burocratiche”».

Una ricostruzione molto sommaria e non totalmente veritiera, che omette una serie di situazioni, molto poco chiare, che all’epoca dei fatti sollevammo immediatamente in tanti.

Intervista a Stefano Serafini e Ettore Maria Mazzola sul parcheggio contestato di Via Giulia andata in onda su Super3 il 5 giugno 2011

Purtroppo, in un’era digitale nella quale il tempo sembra scorrere più veloce della luce, e in una società fondata sull’immagine che bombarda mediaticamente la gente con informazioni – spesso distorte – nell’individuo medio scatta un sistema di autodifesa che lo porta a dimenticare e/o a non recepire … esattamente la stessa situazione acutamente spiegata dal sociologo Georg Simmel[1] ai primi del Novecento, quando determinate stimolazioni non erano ancore nemmeno prevedibili.

Simmel sosteneva infatti che «una delle più tipiche caratteristiche dell’ambiente metropolitano è l’atteggiamento blasé: A causa di una sovrastimolazione sensoriale offerta dalla città, l’individuo ostenta indifferenza e scetticismo, rispondendo in maniera smorzata a un forte stimolo esterno proprio in conseguenza di stimolazioni nervose in rapido movimento. Il cittadino, sottoposto a continui stimoli, in qualche modo si abitua, diviene meno recettivo. Il susseguirsi quotidiano di notizie ed emozioni fa divenire tutto normale, consuma le energie. Così subentra un’incapacità di reagire a sensazioni nuove con la dovuta energia e questo costituisce quell’atteggiamento blasé che, infatti, ogni bambino metropolitano dimostra a paragone di bambini provenienti da ambienti più stabili e tranquilli. Naturale conseguenza è la perdita dell’essenza e del significato delle cose. Tutto diventa opaco e si diventa insensibili ad ogni distinzione».

Ritornando quindi alla situazione di via Giulia, il  3 marzo u.s., Roma Today tornava sull’argomento con l’articolo “IL GIARDINO CHE NON C’È – Il muro alto 5 metri che squarcia la via più bella di Roma” che dava spazio all’appello dei cittadini di Roma e dei negozianti di via Giulia: «I residenti e i commercianti attendono da anni la costruzione del ‘giardino barocco’. Per ora, in una delle strade più belle di Roma, però, c’è solo una parete. E il grido d’aiuto è uno solo: “Abbattetelo”».

A ben vedere, però, stiamo parlando si un “Giardino barocco” quanto mai discutibile, non solo per il nome ipocrita affibbiatogli e/o per le vicende che hanno portato al suo concepimento, ma soprattutto perché si tratterebbe di un giardino fasullo ai fini  ambientali, perché costruito su di un solettone di cemento armato che, oltre a limitare l’apparato radicale delle piante e delle presunte alberature, nessun beneficio porta alla falda freatica.

Quegli alberi infatti, sebbene appaiano rigogliosi sullo schermo del computer del progettista – il quale crede incondizionatamente all’immagine del suo rendering – difficilmente, a meno dell’abuso di fito-fertilizzanti, potranno crescere nella realtà … evidentemente, il ricordo del “prato verticale” della stazione metropolitana di Piazza Santa Emerenziana è stato dimenticato.

Il prato verticale, morto stecchito, della stazione metropolitana Santa Emerenziana e il patetico tentativo di rivitalizzazione con vernice verde in occasione delle amministrative dell’epoca.

E allora occorre risvegliare la memoria dei romani, affinché si ricordino del reale percorso che ha portato a tutto questo. Occorre soprattutto ricordare le responsabilità di alcuni insospettabili ambientalisti i quali, illusi dall’idea del verde (vero o presunto non conta), all’epoca del finto processo partecipativo, piuttosto che condannare quella immensa presa per i fondelli a beneficio del concessionario voluto dal sindaco dell’epoca, invitarono la gente ignara a votare per il progetto di Diener & Diener … l’unico, in effetti, apparentemente realizzabile sul solettone di cemento armato, oltre che facile da far digerire (grazie all’ipocrisia “verde”) ai cittadini furiosi .

Ebbene, volendo rammentare ai romani come realmente siano andate le cose ricordo che, nel 2011, “Il Covile” dedicò un numero intero alle proposte progettuali sviluppate, nel 2009, dai nostri studenti della University of Notre Dame School of Architecture[2] per l’area di via Giulia dove, grazie a situazioni mai chiarite, oggi sorge l’immondo parcheggio interrato, coronato dall’abominevole muraglione, degno di un deposito di inerti in un contesto suburbano.

Quel numero speciale de “Il Covile”, oltre al mio testo dedicato al percorso che aveva portato all’elaborazione dei progetti degli studenti, nati per fungere da linee guida per un bando internazionale di progettazione per la ricostruzione degli isolati di Palazzo Ruggia e Palazzo Lais, includeva un’ottima ricostruzione dei fatti redatta da Stefano Serafini, un illuminante testo del compianto prof. Paolo Marconi e, in chiusura, due articolati commenti a firma dell’arch. Pietro Pagliardini e del prof. Nikos Salìngaros.

Come ricordava Serafini:

«Lo scorso 2 febbraio (2011 n.d.r.) il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha reso pubblica la sua ultima pensata: risistemare quell’ampia zona nuda del centro della Capitale – circa 7000 mq – che fu prodotta tra il Lungotevere e la splendida Via Giulia da un inconcluso progetto di epoca fascista con l’abbattimento dei palazzi preesistenti. Di urgenze Roma ne avrebbe ben altre, ma il ricompattamento urbano e la rivitalizzazione del centro sono comunque temi importanti, quindi l’inizio ci piace. Eppure anche questa volta, come in altre occasioni, il comportamento dell’Amministrazione capitolina si è rivelato torbido e contraddittorio. Dopo aver richiesto una consulenza sull’area al prof. Paolo Marconi, massima autorità scientifica, il Comune ha infatti deciso di voltare le spalle alla sua accurata analisi filologica, nonché all’ipotesi del primo concorso di architettura voluto e giudicato dai cittadini, e di prospettare invece per il largo della Moretta una discontinuità stilistica al cui confronto la Teca di Meier è quasi un sampietrino. Si può forse rischiare di esser da meno di Veltroni, signor Sindaco? Con incarico diretto, benché non retribuito, Alemanno ha invitato sette architetti à la page (Aldo Aymonino, David Chipperfield, Stefano Cordeschi, Roger Diener, Paolo Portoghesi, Franco Purini e Giuseppe Rebecchini) a proporre le loro idee creative; tuttavia, per passare da democratico come per la vicendaccia della Formula 1 all’Eur, chiede alla popolazione di votare quale di quelle proposte dovrà ricevere l’appalto. In pratica, o cittadini, scegliete fra sette merendine industriali, e se mai aveste desiderato uva o mele peggio per voi.

Siccome però né gli abitanti di Via Giulia, né i romani, né il resto degli italiani e di tutti coloro che al mondo amano Roma gradiscono essere presi in giro, è scoppiata la rivolta.

Non è soltanto una questione architettonica (il vecchio odio al cosiddetto “falso storico” che ancora ci ammorba dai tempi del Futurismo), di difesa della città (ancora un’amministrazione che vuol lasciare il proprio originale graffito sulla carne urbana), di etica professionale (diversi giovani progettisti hanno esposto pubblicamente i propri dubbi deontologici agli anziani colleghi selezionati dall’alto)[3], ma di vera e propria insofferenza ai metodi da furbetti con i quali si sta andando avanti nella gestione degli interessi pubblici, e dei quali questo maneggiare con lo spazio della città è una vistosa e provocatoria espressione, che non passa più inosservata.

Con questo numero del Covile, battagliero e civico, presentiamo allora il primo progetto di risanamento di piazza della Moretta sviluppato nel 2009 dagli studenti dell’Università di Notre Dame all’interno del corso di progettazione del prof. Ettore M. Mazzola, al momento l’unico, insieme a quello successivo stilato dallo stesso Marconi, a diversificarsi dall’insulso postmodernismo antifilologico che il Sindaco, accodandosi ai suoi predecessori, vorrebbe conficcare nel centro storico più bello del mondo e ritenuto un tempo intoccabile. Un’opera antifilologica e cattiva, perché in nome di una moda priva di radici, soggettiva, spettacolare, e di nessun respiro politico, cancella e deforma il tesoro comune della realtà. A stretto giro, è già avvenuto per l’antico Porto di Ripetta sommerso pochi anni fa dalle tonnellate di cemento della Teca di Meier. Ora tocca a via Giulia. Presto chissà ancora a cosa. Nel non troppo lontano 1988 Guy Debord ci aveva ammoniti:

«Lo spettacolo si è mischiato a ogni realtà, irradiandola. Eccetto un patrimonio ancora cospicuo, ma destinato a ridursi sempre di più, di libri e di edifici antichi (…) non esiste più nulla, nella cultura e nella natura, che non sia stato trasformato, e inquinato, secondo le capacità e gli interessi dell’industria moderna»[4] .

Un giorno i nostri figli ci chiederanno conto di ogni pagina cancellata e di ogni mattone perduto in questa prostituzione culturale, politica ed edilizia.

Qualche tempo dopo, il 7 marzo 2013, a seguito dell’ignobile messinscena del “processo partecipato” andata in scena a Palazzo Ricci, inviai al compianto prof. Muratore un post per il suo blog Archiwatch[5], intitolandolo

Dopo l’Ara Pacis, dopo il MACRO, dopo l’Unione Militare, e dopo questo abominio, potremmo proporre di cambiare la denominazione delle Soprintendenze sotto un’unica denominazione: “SOPRINTENDENZA ALLE DEMOLIZIONI E CEMENTIFICAZIONI”.

Nel post spiegavo:

«Mi fa piacere che la consigliera del I Municipio, Nathalie Naim, abbia deciso di remare contro questo scempio, ma non posso evitare di farle notare che stia sbagliando totalmente la strategia.

Quando infatti lancia il suo appello “Si fermi lo scempio e si realizzi il bel progetto di Deiner che ricuciva gli spazi in via Giulia con una quinta arborea” commette un errore imperdonabile.

1° il progetto di Diener, oltre ad essere orrendo e fuori luogo per via Giulia, prevede un verde che può crescere solo nel rendering a computer, oppure eccedendo con l’uso di fertilizzanti chimici, viste le quote in sezione;

2° il progetto di Diener è il risultato di una vergognosa presa per i fondelli da parte di Alemanno & co. per la quale rimendo ai post dell’epoca della nostra contestazione ed all’altro articolo linkato dal prof. Muratore;

3° il progetto di Diener venne votato a seguito di un referendum fasullo, perché c’erano persone che andavano ad invogliare la gente (verrebbe da pensare a pressioni di qualche interessato) a votare per qualcosa che non conosceva affatto: durante la mostra a Palazzo Ricci mi sono trovato personalmente ad assistere a questo tentativo nei confronti di due povere vecchine che chiedevano di sapere quale fosse il progetto, visto che lo avevano già votato perché così le avevano invitate a fare.

Nella realtà il progetto Diener è quello che più farebbe comodo visto che, avendo devastato le tracce murarie antiche, risulterebbe molto più facile costruire una semplice copertura che non preveda edifici in elevazione, considerato che gli edifici non possono volare.

L’approvazione di questo parcheggio da parte della Soprintendenza è la dimostrazione che nel Far West romano vige la legge del più forte. … Una splendida immagine per chi ci guardi da fuori e si chieda come certe cose siano possibili!»

Nella speranza di aver ricordato agli smemorati come si sia giunti alla realizzazione del muraglione e del presunto giardino barocco al suo interno – totalmente alieno a via Giulia per chi ne conosca la storia – invito tutti a diffidare da chi parli di sostenibilità ambientale e rigenerazione promuovendo progetti e giardini dannosi per l’ambiente, nonché a riflettere a fondo su cosa occorrerebbe realmente fare a tutela dell’immagine della strada simbolo del Rinascimento romano.


[1] https://www.corecom.umbria.it/conoscenzasaperedigitale/il-web-individuo-blase

[2] https://archiwatch.files.wordpress.com/2011/02/covile_630_via_giulia.pdf

[3] Una lettera aperta, assai dura, del sito Amate l’Architettura è stata pubblicata a: http://www.amatelarchitettura.com/wpcontent/uploads/2011/02/lettera-aperta-su-via-giulia.pdf . Solo pochi, tuttavia, hanno prestato attenzione al fatto che sotto la superficie dell’intervento “artistico” rispunta l’idea di un parcheggio sul Lungotevere, già bocciato da urbanisti, cittadini e associazioni (prima fra tutte Italia Nostra) per ragioni evidenti almeno quanto lo sarebbero gli interessi dei costruttori in gioco.

[4] Guy Debord, Commentaires sur la Société du Spectacle, Paris, Éd. Gérard Lebovici, 1988, IV

[5] https://archiwatch.it/2013/03/07/via-giulia/

9 pensieri su “Via Giulia … da “Giardino Barocco” a “Giardino Farlocco” è un attimo

  1. Con la finanziarizzazione dell’economia e la definitiva demolizione del modello keynesiano, vedi l’abolizione della legge Glass-Steagal negli USA ad opera del “democratico” Clinton, si è cominciato a operare secondo il noto schema : “Profitti privati – Perdite pubbliche” verificabile già da quell’orgia selvaggia meglio conosciuta come Giubileo del 2000. E giubilo era stato già con i Mondiali di calcio Italia ‘90, prova generale del suddetto schema. Ripetuto infinite volte a tutte le scale possibili dello scibile umano, con preferenza, va da se, per le opere pubbliche, compreso il parcheggio di Via Giulia.
    La sbandierata democrazia occidentale, col suo metodo di essere partecipata, primarizzata, consultata, osservata, praticata, esportata, contraffatta, è finita nel cesso con tutti i suoi apparati di pesi e contrappesi, lasciando solo una desolata fabbrica del consenso.

  2. Come tutto il lungo report conferma dunque, è evidente che l’approccio alle problematiche urbane e territoriali, è svolto secondo quel modello iper speculativo che non “può” vedere altro da se. Tutto così finisce nel vortice della resa finanziaria, anche le buone intenzioni, che poi non ci sono, spremendo dalle circostanze il massimo valore monetizzabile possibile. A corredo si mette in atto il circo del consenso. È il mercato, bellezza ! Nel frattempo il Pubblico si fa complice nel silenzio dei colpevoli, lautamente e preventivamente addomesticati.

    1. infatti, caro Maurizio! … Del resto, se si ripercorresse l’iter complessivo di questa vicenda, che parte dal famigerato P.U.P. e da un progetto – sempre lo stesso – che migra in zone diverse di Roma per ben 3 volte prima, prima di approdare con dei sotterfugi a Largo Perosi, verrebbero fuori certi altarini raccapriccianti che confermano il quadretto da te dipinto

      1. Vola vola vola e poi….atterra, come sentivo dire da quelli der mestiere, qui’, la’, poco importa. Bel verbo da urbanisti ! Alla maniera delle decantate, anche da architetti del calibro di Purini, “Centralità” , che avrebbero potuto atterrare anche su Marte per quanto mi riguarda.

  3. E a proposito del falso storico, come fa un metodo costruttivo a essere così considerato ? I condomini di edilizia così detta popolare sono un falso delle Insulae romane ? Le tipologie si evolvono, cambiano, ma quelle sono.

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