Periferie griffate – quando il cattivo esempio viene dall’alto Le ragioni della difesa dell’indifendibile da parte del mondo accademico

Qualche anno fa, dopo che sulle pagine de “Il Tempo” e di “Affari Italiani” venne resa (parzialmente) nota la mia proposta di demolizione graduale e sostituzione del complesso di case popolari “Corviale” di Roma, altri progetti e proposte presero vita. Per esempio il progetto di demolizione e sostituzione del quartiere popolare di “Tor Bella Monaca” da parte di un gruppo di architetti romani vicini al sindaco Alemanno, che si avvalsero della consulenza carismatica di Léon Krier. Il 16 luglio dello stesso anno, La Repubblica annunciava il possibile abbattimento di una nuova porzione del Laurentino 38. … Diverse pubblicazioni fecero eco, in Italia e all’estero, al “vento nuovo” che soffiava sulle orribili periferie della Capitale, cosa che gettò nel panico gli “accademici” locali che reagirono esprimendo preoccupazione, in difesa delle creature di cemento che – è ormai evidente – piacciono solo a loro. Ne seguì un’aspra polemica pubblica sul sistema universitario responsabile di aver teorizzato e progettato autentici orrori urbani.

Corviale prima e dopo

Ieri, a seguito del post dedicato al mio intervento al convegno RoweRome2017, post nel quale criticavo i “cattivi maestri” che qualcuno, nelle università, continua a considerare dei modelli cui ispirarsi ho potuto verificare quanti docenti e colleghi difendano ancora strenuamente l’indifendibile, eventualmente anche passando all’offesa personale nei miei confronti per assenza di argomentazioni colte e sostenibili … una vera vergogna della quale, purtroppo, molto difficilmente la gente comune verrà a conoscenza.

E allora, a beneficio della gente comune (e dei colleghi che non riescono a tagliare il cordone ombelicale che li tiene legati ai loro “maestri”), riporto qualche informazione profilattica contro il lavaggio del cervello.

Corviale, Tor Bella Monaca, Laurentino 38, e altri complessi periferici, non sono nati per caso. Essi sono tutti figli delle teorie urbanistiche degli anni ’60 e della speculazione, falsamente giustificata dal bisogno di costruire velocemente e a costi contenuti case economiche!

Quei complessi popolari mostrano il vero volto di una politica che ha massacrato tante città d’Italia. Il Laurentino 38, per esempio, fu realizzato su progetto del Prof. Arch. Pietro Barucci, demolendo una serie di borgate e borghetti “autocostruiti“. Parteciparono all’impresa il Comune di Roma – per tramite dello IACP – e delle cooperative private. Oggi, come si può leggere nella rete, nell’immaginario collettivo romano, “il Laurentino 38 è una sorta di ghetto malfamato – quasi un Bronx alla romana – dovuto ad una massiccia casistica di microcriminalità o di criminalità più o meno organizzata, di violenze e di traffico di droga”. Nel 2006, a furor di popolo, una parte del quartiere venne demolita, ma alcuni docenti universitari, in difesa del progettista loro collega, gridarono all’azione “di destra”, contro l’architettura promossa dalle giunte di sinistra! Eppure l’urbanistica anti socializzante non viene dalla sinistra né dalla destra, ma dall’ideologia di Le Corbusier, losco personaggio sponsorizzato dal produttore automobilistico Voisin che, in più di un’occasione, cercò di lavorare per Mussolini, Hitler e Stalin[1].

Marsiglia, (1947-’52 Le Corbusier), Unité d’Habitation

Nella realtà si tratta di un fatto ideologico in senso accademico, e non politico, se i quartieri romani più demonizzati dal popolo che ci abita, sono difesi dai nostri docenti! Sono stati infatti proprio loro, tutti cattedratici della Sapienza di Roma fedeli di Le Corbusier, a progettarli: Laurentino 38 (1969-81), Pietro Barucci, A. De Rossi, L. Giovannini, C. Nucci, A. Sostegni; Corviale (1975-82), Mario Fiorentino, Federico Gorio, Piero Maria Lugli, Giulio Sterbini e Michele Valori; Vigne Nuove (1971-79) Alfredo Lambertucci, Claudio Saratti, Enrico Censon, Paolo Cercato, Emilio Labianca, Valerio Moretti, Carlo Odorisio, Giovanni De Rossi, Lucio Passarelli; Spinaceto (1965- anni ’80) Piero Moroni, Nicola Di Cagno, Lucio Barbera, Fausto Bettinelli e Dino Di Virgilio Francione; Tor Bella Monaca (1983-92) – P. Barucci (Capogruppo), E. Piroddi, M. Casanova, G. Ruspoli, M. Ianni, A. Bentivegna,  M. Cascarano, F. Romanelli, F. Santolini, S. Delle Fratte, E. Dotto, M. Cippitelli, A. Santolini; Vigna Murata (1972-78),  Gianfranco Moneta con Giuseppe Santulli Sanzo e Castellini, Cavatorta, Darò, Puccioni, Ray, Moretti, Chiucini.

Quartiere Laurentino 38, detto “I Ponti” (1969-81), Piero Barucci, A. De Rossi, L. Giovannini, C. Nucci, A. Sostegni
Il Corviale (1975-82), Mario Fiorentino, Federico Gorio, Piero Maria Lugli, Giulio Sterbini e Michele Valori
Vigne Nuove (1971-79), Alfredo Lambertucci, Claudio Saratti, Enrico Censon, Paolo Cercato, Emilio Labianca, Valerio Moretti, Carlo Odorisio, Giovanni De Rossi, Lucio Passarelli
Spinaceto (1965–anni ’80), Piero Moroni, Nicola Di Cagno, Lucio Barbera, Fausto Bettinelli e Dino Di Virgilio Francione
Tor Bella Monaca (1983-92), P. Barucci, E. Piroddi, M. Casanova, G. Ruspoli, M. Ianni, A. Bentivegna, M. Cascarano, F. Romanelli, F. Santolini, S. Delle Fratte, E. Dotto, M. Cippitelli, A. Santolini
Vigna Murata (1972-78), Gianfranco Moneta con Giuseppe Santulli Sanzo e Castellini, Cavatorta, Darò, Puccioni, Ray, Moretti, Chiucini

La situazione non cambia nelle altre grandi città d’Italia, i cui falansteri portano tutti altissime firme accademiche: Le Vele di Scampia (1962-75), Franz Di Salvo; lo Z.E.N. di Palermo (1969-90) Vittorio Gregotti, Francesco Amoroso, Salvatore Bisogni, Franco Purini, Hiromichi Matsui; il Gallarratese di Milano (1967-74) Carlo Aymonino, Aldo Rossi, Alessandro De’Rossi, Giorgio Ciucci, Vittorio De Feo, Mario Manieri Elia; il Pilastro di Bologna (1962-66) Giorgio Trebbi e altri; ecc.

Le Vele di Scampia, Corviale (1962-75), Franz Di Salvo
Zen di Palermo (1969-90) Vittorio Gregotti, Francesco Amoroso, Salvatore Bisogni, Franco Purini, Hiromichi Matsui
Gallarratese di Milano (1967-74) Carlo Aymonino, Aldo Rossi, Alessandro De’Rossi, Giorgio Ciucci, Vittorio De Feo, Mario Manieri Elia
Pilastro di Bologna (1962-66) Giorgio Trebbi

È vero, il grosso delle orribili periferie italiane lo si deve a “architetti faccendieri”, ben introdotti nei sistemi politici corrotti. Tuttavia il cattivo esempio è sempre partito dall’Accademia: chi doveva insegnare come progettare le città per migliorare le condizioni di vita dei residenti, ha invece dato il “la” agli speculatori, ai faccendieri, ai geometri e ai praticoni i quali, nella certezza di far soldi, se non nella vaga speranza di ottenere un po’ di fama, si sono ispirati ai modelli proposti dai “professoroni”, sotto gli occhi di uno Stato inerte.

Barattando per progresso e modernità il Modernismo, col titolo di una presunta intelligenza superiore, le nostre Facoltà hanno imposto una dottrina immutabile all’architettura italiana, cooptando nei propri ranghi solo chi tale dottrina era disposto ad accettare.

Negli ultimi 60 anni abbiamo così assistito al cortocircuito tra applicazioni distorte delle funzioni dello Stato, dell’insegnamento e dell’interesse privato, sotto l’influenza esclusiva di una congrega irresponsabile nei riguardi del potere esecutivo. Il prodotto sono le nostre città, soprattutto le periferie dove era possibile “sperimentare”. Ma cosa può mai opporre un’amministrazione incompetente all’opinione di un’università o di un ordine professionale che lo Stato stesso deve considerare competente? L’amministrazione non ha autonomia di criterio per affidare, per esempio, la costruzione di un monumento pubblico a chi non è in linea con l’élite auto-riconosciuta degli artisti.

Soprattutto per i grandi incarichi, se non altro per rispondere alle norme sulla trasparenza, l’amministrazione tende a ripararsi dietro l’opinione dell’organo colto, la commissione giudicatrice decisa dall’Ordine degli Architetti e composta dagli adepti e mai dalla gente comune destinataria di ciò che le si costruisce (… si veda l’ultimo ignobile concorso di “rigenerazione” del Corviale di Roma, nel quale era imposto il mantenimento dell’ecomostro!). Tale organo però non è minimamente tenuto, nei confronti del pubblico, a rendere conto dei reali motivi del suo giudizio, e ben si guarda dal rivelarlo, se non affabulando nel noto “architettese”.

Si capisce come in tali condizioni gli affari delle lobby fioriscano: amministrazioni alla mercé degli esperti, circondate dai suoi aderenti nei media, nelle università, nelle commissioni. Il resto lo fa l’italico sentimento di sottomissione verso l’ostentazione di potere. Poiché i servizi pubblici ormai intendono esprimere una sola opinione su tutto, e visto che gli “oppositori del regime” sono costretti a ritirarsi, la supponenza si fa dogma… fino a quando, per un caso fortuito, si assiste ad un brusco risveglio. È solo allora che la responsabilità demandata ricade addosso ai politici come un macigno, ma in tal caso il corpo irresponsabile se ne lava le mani.

La silente dittatura che caratterizza l’ambiente architettonico di oggi è difficilmente immaginabile dai normali cittadini: gli architetti e gli studenti di Architettura sono costretti di fatto a ripudiare le proprie idee, qualora tali opinioni e tali idee non siano ammesse dal corpo protetto dallo Stato, pena la condanna all’ostracismo. A riprova, si veda la recente Legge che ha istituito il Comitato per l’Architettura Moderna che dovrà presiedere alla stesura dei bandi di concorso di Architettura.

Qualsiasi corpo (in questo caso gli Ordini Professionali) sottomesso a una dottrina (in questo caso la Teoria Modernista imperversante nelle Facoltà di Architettura e di Ingegneria), che dipenda dallo Stato, tenderà sempre a servirsi fatalmente dello Stato per far trionfare la propria dottrina. Quando a ciò si aggiungono le riviste specializzate – su cui ovviamente scrivono i grandi luminari dell’Architettura e i loro emuli – che bombardano ossessivamente i lettori con architetture astruse, la frittata è fatta.

Chi si ribella è annientato da chi siede in posizione protetta e privilegiata. Gli studenti e i giovani architetti che provano ad emanciparsi imparano subito, a loro spese, cosa costi la libertà. Se non seguono la strada uniforme tracciata dal cameratismo, trovano le porte chiuse; se non cozzano contro un’ostilità dichiarata, vengono condannati dalla congiura del silenzio: se lo studente prova a divergere dall’idea del docente non passa, o passa a stento, e dopo lunghe sofferenze, l’esame progettuale; se un giovane architetto ha la fortuna di realizzare, o semplicemente progettare un intervento tradizionale, nessuna rivista lo prende in considerazione. Resta solo la strada dell’estero, o la resistenza attiva e, direi, partigiana di gruppi volontari extra universitari che hanno a cuore le sorti del proprio Paese. Ma di brillanti giovani architetti l’Italia è ricca, basterebbe una libera giuria popolare per rivelarlo.

Tornando quindi alla strenua difesa contro la demolizione degli obbrobri urbanistici da parte dei “professoroni”, la spiegazione è presto detta: i progettisti, da sempre, si identificano con i progetti che concepiscono, sebbene non vi risiedano. L’eventuale accettazione delle demolizione di uno solo di quegli edifici, rischierebbe di creare un grave precedente che, ben presto, potrebbe riguardare uno degli edifici che si è progettato e, a causa di quella “identificazione”, sarebbe come accettare di farsi amputare un arto!

Questi individui, come ho già detto, dovrebbero essere condannati a vivere nelle realtà spersonalizzanti, antisociali e criminogene che progettano, piuttosto che avere ancora la licenza di insegnare nelle università, operando sugli ignari studenti una vera e propria lobotomia!

[1] http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2015/05/28/news/le-imbarazzanti-simpatie-per-il-fascismo-di-le-corbusier-1.214842

http://www.lastampa.it/2015/03/31/cultura/le-corbusier-fascista-e-antisemita-alla-francese-2fVvopi4Pb4Ev3EpYQBxqM/pagina.html

 

20 pensieri su “Periferie griffate – quando il cattivo esempio viene dall’alto Le ragioni della difesa dell’indifendibile da parte del mondo accademico

  1. “Quasi un unico immenso edificio senza fine”: era questo lo slogan che guidava i progetti della stagione dei grandi concorsi di architettura anni ’70, no ?

    1. Sostanzialmente si, la disponibilità di capitali ( pubblici ) per l’edificazione di abitazioni economiche e di massa, convergeva essenzialmente su quelle tipologie.

  2. Anche da un altro punto di vista la musica è la stessa in tutti gli interventi di edilizia popolare pubblica co/so-vvenzionata e il Corviale ne è stato una delle conferme : budget decisamente insufficiente per progettazione ed esecuzione, realizzazione mai completata, manutenzioni mai implementate, fondi stornati e peculato quando non proprio sottrazione di risorse pubbliche a fini personali e/o di partito, furto aggravato ecc…ecc. Le opere risultano sempre incompiute e malfatte…ma si sa il popolo è abituato a vivere male, con poco e poco di buono e la qualità costa. Il “mercato” poi non concepisce altra regola : costa poco, vale poco. Prima di una critica ai progetti che pure condivido, guardo al gigantesco progetto di crimine organizzato alle spalle delle casse pubbliche e vite private.

  3. …aggiungo solo che se pubblichiamo pure gli sterminati filari di casette uni/bifamiliari o lo sterminato sprowl nelle città del mondo, il risultato è lo stesso se non peggiore.

  4. Egregio dott. Mazzola,
    a nome mio e di mio fratello Andrea, a tutela del nome e della dignità di mio padre Gianfranco, Le chiedo cortesemente di voler rimuovere qualsiasi riferimento all’attività didattica svolta con mio padre da tutti i siti dove è presente il Suo CV.
    Essere in disaccordo con un collega è una cosa; altro è farsi belli sul proprio curriculum di una collaborazione con qualcuno dalla cui opera ci si dissocia in maniera così netta e al limite dell’ingiuria.
    Mi riferisco a quanto da Lei scritto sul blog “Archiwatch” del sito Centro Studi Giorgio Muratore in data 26 luglio 2012 e ribadito qui sul Suo sito.
    Se Lei fosse l’architetto attento alla “continuità tra case, strade e piazze” che dice di essere, avrebbe capito che Vigna Murata è un’opera in cui il rapporto con il contesto e la storia del luogo sono stati il mezzo per creare un’architettura vicina alle esigenze dell’abitare e del vivere, mirata alla riscoperta di quelle relazioni tra spazi piccoli e spazi grandi in cui l’uomo è vissuto degnamente per secoli; e al tempo stesso è un’opera in cui Gianfranco (e quanti hanno collaborato alla progettazione) ha voluto dare con coraggio e amore del moderno quei segni archetipici che attraverso la storia creano identità e forza architettonici, senza abbandonarsi a stili e dogmi del momento. Prova ne è che a differenza degli abitanti di Corviale e di altri “obbrobri” da lei elencati (come Lei li definisce, un termine veramente poco professionale), gli abitanti di Parto Smeraldo hanno creato un Comitato in cui riversano l’orgoglio e l’identità di abitanti di Vigna Murata, e proprio quest’anno che cade il quarantennale del quartiere stanno coinvolgendo noi e la nostra famiglia nei festeggiamenti sotto forma di attività culturali, mostre e manifestazioni. Non saranno tutti intellettuali come Lei, ma alla fine stiamo parlando di gioia di abitare, di identità dell’architettura residenziale, e penso che questo alla fine conti più di qualsiasi funambolismo da blog.
    Come ex studente di Gianfranco ci addolora anche il fatto che Lei non abbia colto la differenza non solo fra i vari interventi architettonici citati e Vigna Murata, ma anche fra Gianfranco e l’accademia; ci amareggia renderci conto che Lei abbia completamente perso per strada l’elemento essenziale della didattica di Gianfranco, e cioè che la sua ‘lezione’ non è mai stata dogmatica. MAI. Andrea ed io abbiamo seguito i Corsi di Progettazione di nostro padre per anni, e possiamo testimoniare che gli studenti stessi erano stupiti che non esistesse uno “stile del professore” a cui allinearsi.
    Lei ha fatto un errore gravissimo sul piano della critica architettonica, urbanistica e accademica, ovvero quello di fare di tutte le erbe un fascio al fine di dimostrare la Sua tesi per cui tutto il Movimento Moderno ha fallito e tutte le sue espressioni sono un ‘obbrobrio’, che tutta l’accademia è colpevole e che quindi lo è anche Gianfranco. Affermazioni superficiali che rivelano scarso senso critico e tanta voglia di fare polemica sensazionalista.
    In realtà nostro padre non solo non si è mai piegato a certe logiche mafiose dell’università (e per questo ne ha subito l’ostracismo), ma ha sempre rigettato ogni posizione dogmatica e ideologica sull’architettura, così come ha ben scritto nel suo libro “Logica e complessità dell’Architettura”. Un testo che Lei come ex assistente dovrebbe aver letto, e non sappiamo se sia peggio che non lo abbia fatto, o che l’abbia letto senza comprenderlo.
    Se non bastasse questo, come suo ex assistente Lei dovrebbe sapere che Gianfranco era legato a Vigna Murata più che a ogni altra della sua carriera, e non certo per egocentrismo. Lui aveva dato tutto sé stesso per Vigna Murata, e alla fine sapeva di aver creato un luogo dove la gente aveva piacere di abitare; aveva attestazioni di stima dagli abitanti ogniqualvolta portava i suoi studenti in visita (ed io ne sono stato testimone in molte occasioni). Conoscendo mio padre, che nonostante il proverbiale caratteraccio dava ascolto a qualsiasi parere onesto e circostanziato, sono sicuro che se avesse saputo cosa Lei ne pensava, difficilmente avrebbe potuto rimanergli vicino più di tanto. Il modo in cui Lei ha declassato a ‘obbrobrio accademico’ l’opera più importante della carriera di mio padre è una coltellata a chi le ha dato l’opportunità di crescere come architetto. Queste Sue parole dovrebbero avere come naturale conseguenza il prendere le distanze da Gianfranco e dalla sua opera in maniera decisa o il correggere quanto affermato. Dubito purtroppo che Lei avrà il coraggio e l’onestà morale di fare l’una o l’altra cosa, perché con le sue parole ha dimostrato di volersi fare grande mettendosi sulle spalle di un architetto come mio padre, per poi affermare solo sul web e solo anni dopo la sua morte cosa pensava sinceramente della sua opera. Ma si sa, il web è un ottimo luogo per i personaggi piccini che in cambio di visibilità sono pronti a liquidare opere importanti (seppur sempre discutibili). Voglio essere chiaro: la mia amarezza non è data dalla Sua critica (nessuna opera, nessun autore ne sono esentati), ma dalla Sua mancanza di coerenza e di onestà intellettuale nei confronti di Gianfranco, che poi erano le uniche cose che per lui davvero contavano come uomo prima che come architetto.

    Lei afferma che i “professoroni” dovrebbero essere “…condannati a vivere nelle realtà spersonalizzanti, antisociali e criminogene che progettano”. Qui l’amarezza si mescola alla beffa. Se Gianfranco non ha vissuto (e noi con lui) a Vigna Murata è dovuto al suo candore, perché non pensava mai al mero tornaconto personale (chi gli avrebbe negato un appartamento gratuito nel quartiere da lui co-progettato e i cui Lavori aveva faticosamente diretto per oltre vent’anni? Eppure non lo chiese, e che io sappia non gli fu proposto.) Per anni gli abbiamo chiesto conto di questa meravigliosa occasione sfumata, e lui quasi si vergognava di non aver – giustamente – approfittato, ma in fondo di questa purezza ne era orgoglioso, e noi con lui. Un candore che è costato a lui e a noi quell’agio economico che molte archistar hanno, e che è prova della sua onestà intellettuale. Io stesso sarei orgoglioso di vivere a Vigna Murata, e ci farei crescere i miei figli. Quando passo davanti a quel quartiere lo ammiro con orgoglio, e con orgoglio glielo faccio visitare. Mi domando se Lei farebbe lo stesso con i Suoi progetti, ma ahimè, visto quanto è stato capace di scrivere di chi le ha sicuramente dato tanto quando Lei non era nessuno, qualunque cosa possa rispondere a questo punto sarebbe velata di insincerità.
    Cordiali saluti
    Lorenzo Moneta, Andrea Moneta

    1. Cari Andrea e Lorenzo,
      ci sono cose che sul blog non posso scrivere in merito al rapporto intercorso con vostro padre che, nel bene e nel male, fino alla parentesi della tesi e poi di Città della Pieve era stata una delle persone migliori che avessi incontrato all’università, tant’è che mi volle come suo assistente sin da quando ero ancora studente e, se non lo ricordate, affidandomi anche voi due.
      Purtroppo le cose precipitarono in maniera indecorosa, per ragioni ideologiche, quando trattò malissimo tre mie laureande (che potrei chiamare a testimoniare) le quali, dopo essersi sentite dire che il lavoro d’esame per Paternoster Square a Londra era degno di un dottorato di ricerca, una settimana dalla tesi si sentirono dire che “quel tipo di architettura non poteva mostrarsi ad una commissione di laurea perché rappresentava un’architettura che, a Valle Giulia, non era ammessa!”
      Questo causò una lite furibonda ed una crisi profonda nelle tre laureande le quali, fortunatamente, grazie all’intervento di Giancarlo Priori, vennero fatte laureare con grande successo e senza dover fare cambiamenti, dal prof. Portoghesi che si espresse così: “prenda tutti i suoi laureandi e venga nel mio corso perché è assurdo pensare di non dare spazio a questo genere di architettura contemporanea nella nostra facoltà!”
      Detto questo, l’aver lavorato per 12 anni, gratuitamente senza nemmeno avere un rimborso spese per la benzina, gestendo fino a 70 studenti, a fianco di un professore, non significa dover necessariamente sostenere che l’opera svolta dal maestro sia meravigliosa, si chiama onestà intellettuale!
      Con Gianfranco ne abbiamo parlato tante volte, in maniera più che civile, ragion per cui non vedo per quale oscuro motivo dovrei sostenere il contrario, o sentirmi accusare da voi di vigliaccheria per averlo espresso anche dopo la sua triste scomparsa, né tanto meno capisco perché, dopo essere stato sfruttato dall’università italiana lavorando in un corso, dovrei cancellare quell’esperienza (della quale non avrei alcun bisogno) dal curriculum – peraltro avendo una certificazione dell’università quale “cultore della materia” – solo perché non condividevo il linguaggio brutalista di quell’architettura.
      Ancora una volta, vi ricordo, si tratta di onestà intellettuale!
      Se volete maggiori chiarimenti, potete scrivermi personalmente quando volete, rammentandovi che sostenere che un’architettura è “obbrobriosa” non è un reato di lesa maestà, ma una critica personale, onesta e non servile.
      Se volete chiedere alle figlie di Giorgio Muratore di rimuovere il mio testo per mettere un bavaglio alla “voce fuori dal coro” fatelo pure, non spetta certo a me accedere al sito e cancellare i testi di un blog che non mi appartiene, tuttavia non sarebbe certo un modo corretto di operare, semmai fareste bene a scrivere anche voi la vostra opinione, argomentandola e ravvivando un dibattito vecchio di 6 anni.
      Detto questo, vi invito a moderare i toni e le ingiurie riguardo la mia preparazione ed il mio presunto “comportamento vigliacco”, un qualcosa davvero inaccettabile!

  5. Gentile Ettore, grazie per la risposta.
    Su molti aspetti evidentemente abbiamo ricordi e sensazioni diverse. Ad esempio a quanto ci risulta, né io né mio fratello siamo stati “affidati a lei” (in quale contesto? Esami? Tesi?).

    Andrea conosce l’episodio delle laureande che Lei racconta, ma ricorda un episodio conflittuale assistente-docente (ultimo di una serie), in cui l’assistente voleva a tutti costi portare avanti un’architettura che Gianfranco non condivideva, quindi impossibile da difendere in un contesto già difficile come quello delle Tesi di Laurea. Torno a ricordarle ciò che io stesso ho potuto appurare per anni ascoltando gli studenti: lo stupore che nei Corsi di Progettazione Architettonica di Moneta non esistesse uno “stile del professore” a cui allinearsi (cosa che all’inizio toglieva il terreno sotto ai piedi agli studenti, purtroppo abituati al contrario). Un conto però è la libertà di espressione e di ricerca di una propria voce, un conto è andare contro ciò in cui il titolare del Corso crede. A nostro avviso non è ideologia, è coerenza.

    Comunque una cosa è il dibattito architettonico, su cui possiamo discutere anche trovando punti di contatto (giusto sollevare dubbi sull’intoccabilità delle opere sacre e sui maestri, soprattutto su quanti hanno rovinato le periferie) altra è il rispetto. Non abbiamo chiesto di sostenere che Vigna Murata sia meravigliosa tout court, ma di evitare di accomunarla ad altri esempi di periferie sbagliate in un discorso cumulativo di generico disprezzo verso l’architettura delle periferie romane (un esempio banale e numerico: è sufficiente fare un confronto dei prezzi di mercato degli appartamenti di Vigna Murata e degli altri complessi residenziali da Lei citati per rendersi conto che c’è un valore oggettivo che li differenzia).
    Ci amareggia sentirle etichettare Vigna Murata come un progetto autoreferenziale, fatto solo seguendo i diktat del Movimento Moderno, dove l’autore non vivrebbe; qui non si tratta di avere idee e gusti differenti, ma di aver completamente frainteso le intenzioni di nostro padre, che si è sempre battuto contro l’ideologia e che attraverso Vigna Murata ha fatto di tutto – e con lui i co-progettisti – per dimostrare che l’equazione “case popolari=schifezze senza valore” è sbagliata. Aveva talmente a cuore il discorso “periferie deturpate” che uno degli ultimi temi dei suoi Corsi era proprio quello della residenza. Chissà quanto ancora avrebbe potuto dimostrare se ne avesse avuto il tempo.

    Ma soprattutto ci ha amareggiato l’aver visto nostro padre elencato tra i “professoroni” facendo intendere che facesse parte di quel sistema accademico blindato, autodifensivo e baronale che lui stesso, invece, ha combattuto TUTTA LA VITA a discapito della sua stessa carriera; e ci stupisce che proprio Lei che gli è stato così vicino e per tanto tempo non lo ricordi. Questo ci ha davvero stupiti. Come può in cuor suo dargli dell’accademico e del professorone? Come si può lavorare accanto a un professore come Gianfranco Moneta per anni senza aver capito questo? Come mai di tutti gli assistenti che ha avuto, solo Lei ha avuto questa sensazione? E in quanto al gratuito, forse non sa che praticamente tutti i suoi assistenti hanno lavorato gratuitamente, mio fratello ed io compresi, in quanto papà non ha mai voluto chiedere né fare favori a nessuno all’interno di quel sistema accademico. Chi lavorava per lui doveva, purtroppo, metterlo in conto: papà sapeva che “spingere” per qualcuno avrebbe comportato un giorno ricambiare “spingendo” per qualcun altro in cui magari non credeva. E mi creda, gli costava parecchio tutta questa faccenda… Vedere i suoi giovani, brillanti assistenti che vicino a lui non potevano arrivare lontano dentro l’Università.

    Sulla lesa maestà siamo d’accordo; infatti ho chiarito da subito che non era in dubbio la Sua possibilità di muovere critiche, ma di ripensare a quanto fosse giusto sbattere nostro padre in un calderone al quale non appartiene, se non altro per gratitudine – tutt’altro che servile – verso chi l’ha fatta lavorare al suo fianco permettendole di crescere come professionista.

    Sul bavaglio, ha frainteso: nessuno ha chiesto di rimuovere i post, né da quel blog né dal Suo sito, e trovo offensivo questo fraintendimento. Basterà leggere il post per vedere che non l’ho mai nemmeno accennato. Quel che ci piacerebbe è che davvero facesse un esame di coscienza in base a quanto Le abbiamo detto, e la smettesse di sparlare di chi le ha dato occasione di fare didattica chiamandolo “professorone”. Se voleva prendere le distanze dall’opera di Gianfranco, poteva anche rinnegare tutta l’esperienza, visto che di essa “non avrebbe alcun bisogno”.

    In quanto al dibattito, che è vecchio di 6 anni per lei, non per noi che solo oggi abbiamo conosciuto, ci fa piacere che qualcuno abbia sollevato la questione. Per quanto mi riguarda, ciò che avevo da dire l’ho detto: faccia una gita a Vigna Murata, chieda agli abitanti quanto sentono vere le sue parole:
    “…“accademici” locali che reagirono… in difesa delle creature di cemento che – è ormai evidente – piacciono solo a loro.”
    Chieda agli abitanti di Vigna Murata se Vigna Murata piace solo al defunto Gianfranco Moneta.
    E in quanto alle presunte ingiurie, non metta tra virgolette cose che non ho scritto. Pensi invece per un attimo a Gianfranco, e rifletta su quanto lui troverebbe ingiuriosi per sé i termini “professorone” e “accademico”.

    1. Caro Lorenzo,
      ognuno, evidentemente, ricorda quello che gli fa comodo ricordare.
      Peccato che non ricordiate che per i vostri esami, Gianfranco mi chiese di prendermi cura del vostro lavoro, sebbene non fossi io l’assistente che vi seguiva …
      Andrea ricorda molto, ma molto male, come andarono le cose con quelle studentesse e, siccome i testimoni di quella vicenda sono tanti, non credo proprio che convenga rivangarla, per cui non tollero che mi si accusi di averla provocata.
      Quanto alla frase: “l’assistente voleva a tutti costi portare avanti un’architettura che Gianfranco non condivideva, quindi impossibile da difendere in un contesto già difficile come quello delle Tesi di Laurea”, magari fareste bene a riflettere sul fatto che stiate confermando un sistema dittatoriale di insegnare, vietando un genere di architettura non allineata col pensiero dominante …
      Tengo anche a farvi presente che fu Gianfranco stesso a decidere – dopo il mio ritorno dall’esperienza con il Prince of Wales’s Institute of Architecture – di creare un seminario, a me affidato, dedicato ad un’architettura ed urbanistica tradizionale e rispettosa dei contesti, piuttosto che auto-celebrativa. Quel seminario si chiamava “il Superamento del Moderno” (nome che non condividevo ma che accettai comunque e che un anno arrivò ad avere 70 iscritti che mi divisi con Angelo Iacovitti), purtroppo poi, evidentemente, se ne pentì, prendendosela con delle studentesse che lui stesso aveva osannato in fase di esame, proponendo loro di portare avanti quel lavoro per la tesi e stroncando malamente i loro sogni a pochi giorni dalla discussione … discussione che, come ho detto, grazie a Giancarlo Priori e Paolo Portoghesi, riuscirono comunque a sostenere egregiamente! … Evidentemente quel tipo di architettura, a Valle Giulia, poteva mostrarsi!
      Come ho detto in precedenza, se volete avere delle delucidazioni maggiori, che non voglio, nel rispetto di vostro padre, riportare nel blog, scrivetemi in privato e vi racconterò tutto quello che volete sapere e che, certamente, appianerà ogni ulteriore dubbio.
      Tengo a sottolineare che, nonostante tutto, continuo a ricordare Gianfranco Moneta come il migliore dei miei professori di progettazione, per il suo interesse verso la storia dell’urbanistica e la forma della città.
      Questo è quello che ci accomunava e che fece nascere la nostra collaborazione. L’interazione analisi-progetto era la cosa più importante che abbiamo condiviso e sviluppato insieme per anni, creando un immenso archivio di lavori, ma questo è stato anche il motivo di attrito, specie dopo aver sentito professori (anche di matrice modernista) i quali, giustamente, in fase di discussione delle tesi, chiedevano quale potesse essere il senso di un’analisi storica, se poi il progetto non mostrava alcun rispetto per il carattere dei luoghi.
      Per me il rispetto non poteva e non può limitarsi agli assi storici, ma deve necessariamente includere tutti gli aspetti architettonici, sociali, ambientali, antropologici, ecc.
      Ne abbiamo discusso più e più volte con vostro padre e, purtroppo, ho dovuto registrare il suo timore di mostrare il proprio reale sentimento … specie come quando, alle famose studentesse che tra le lacrime chiedevano come mai ci fossero stati tanti elogi per l’esame e questo passo indietro per la tesi, la risposta fu “queste cose possiamo farle tra noi, ma è meglio non mostrarle ad una commissione di laurea, questa architettura, qui, non si può fare!” …
      Quando mi laureai, a mia insaputa, un mio collega di studio nascose un registratore nell’aula – conservo ancora la cassetta – consentendomi di ascoltare quella che fu la discussione e quello che fu l’attacco frontale e personale a Gianfranco da parte di un paio di professori, indegni di questo titolo. Un attacco che si fondava sul fatto che, a loro avviso, “lo studente (io in questo caso) dovesse essere punito, con soli 4 punti di incremento, perché lui e il suo professore dovevano capire che l’architetto deve limitarsi a fare l’architetto, l’urbanista deve fare l’urbanista e null’altro e lo storico deve limitarsi a fare lo storico, sicché una tesi che accomuni tutte queste cose non era da ritenersi accettabile”.
      Davanti a questo immondo comportamento, posso comprendere che ad un certo punto Gianfranco possa aver avuto i suoi timori per proteggere i suoi studenti, diversamente da me … ricordo ancora le sue parole quando decise di portarmi in una delle peggiori commissioni che si fossero mai registrate “Ettore, non ti preoccupare, con la tua tesi convinciamo anche gli str…!”
      Detto questo, credo e spero che vi appaia un po’ più chiaro il perché, davanti a certa dittatura, non posso che rafforzare la mia posizione nei confronti di un’architettura libera da imposizioni ideologiche, cosa che avrei sperato di ritrovare altrove, piuttosto che una sottomissione incondizionata alla dittatura.
      In tutto questo mi riconosco molto in ciò che Giulio Magni, stufo della dittatura dell’architettura Beaux-Arts, scrisse a Raimondo d’Aronco nel 1885 «[…] colui che deve lavorare si trova nel bivio difficilissimo, se cioè fare come la ragione lo guida o come il generalizzato sentimento gli impone […] affrontare l’impopolarità è certo un eroismo e chi si sente forte nella battaglia da combattere, scenda in campo con quel coraggio che dà la sicurezza della vittoria. E noi giovani che coltiviamo questo ideale nella nostra mente, dobbiamo difenderlo e sostenerlo con tutte le nostre forze, studiando alacremente con la ferrea volontà di riuscire!»
      Mi chiedo quindi se l’accademia attuale non debba finalmente essere un luogo democratico, dove discutere di varie soluzioni, sì da riparare i danni dell’ideologia che ha portato alle periferie novecentesche, piuttosto che un luogo dove gli studenti debbano continuare a subire il lavaggio del cervello in nome di un’ideologia, sempre più fallace, finendo per convincersi, del tutto in buona fede, che i loro “maestri” fossero nel giusto e chi non capisca e non ami l’edilizia (architettura sarebbe una parola troppo grande) contemporanea sia in difetto

  6. Architetto Mazzola, lei continua a non rispondere alla questione centrale della nostra risposta all’articolo, ovvero se sia lecito associare Vigna Murata al calderone di ‘obbrobbi’ da lei citati.
    Su questo punto vorremmo avere una risposta esauriente e argomentata visto che si parla di architettura.

    Ribadisco poi il fatto che non ho mai avuto a che fare con lei per i miei esami, ne’ con altri assistenti, visto che le ‘revisioni’ me le faceva mio padre, a casa, praticente ogni giorno.

    Per quanto riguarda l’episodio delle studentesse non credo proprio di ‘ricordare male’ ne’ ho bisogno certo di chiarimenti essendo testimone dei fatti e avendone parlato con mio padre in diverse occasioni. Si, mio padre si penti’ di averle dato tutto quello spazio al punto da arrivare in sede di tesi con progetti addirittura ‘non difendibili’ perche’ lui non era un barone come Portoghesi, cui tutti si ginuflettevano quando si dovevano giudicare i suoi studenti.

    Conosco bene l’ambiente universitario avendo insegnato a Valle Giulia per quasi un decennio e soprattutto stando al fianco di mio padre durante centinaia di tesi di laurea, e ho visto con quale dedizione e sacrificio Gianfranco portasse avanti questo importante ruolo, difendendo a spada tratta i suoi studenti anche a costo della sua carriera, senza timori reverenziali.
    Ripeto il concetto: mio padre non ha mai fatto parte del baronato e delle logiche mafiose dell’accademia, e l’episodio da lei citato ne e’ una palese conferma.
    Forse, come assistente, avrebbe dovuto capire prima (e non a scapito delle studentesse) che Portoghesi era il professore adatto a portare avanti la sua idea di architettura, ovvero quello che e’ il suo personale ‘pensiero dominante’, visto che anche lei ne segue uno.

    Comunque mi pare evidente dalle sue argomentazioni che l’episodio delle due studentesse abbia generato in lei un risentimento tale nei confronti di mio padre per cui, a distanza di decenni dall’accaduto, lo voglia in qualche modo ‘punire’ inserendolo nella lista dei ‘professoroni’ dittatori e mettendo il suo quartiere di Vigna Murata nella lista degli ‘obbrobbri’ urbani; un modo infantile e veramente poco professionale (per non dire vigliacco) di rivalersi su di lui, visto che continua a citare il nome di Gianfranco Moneta nella sua professione e nel suo CV.

    Questo video nel quale mio padre illustra il progetto di Vigna Murata venti anni dopo la sua costruzione e’ la miglior risposta al suo articolo e chiude -per quanto mi riguarda- la conversazione sull’argomento.

    https://m.youtube.com/watch?v=RGntmoOj7E8

    ‘Chi non ha apprezzato il suo maestro ne’ la sua lezione, un giorno forse sara’ colto, ma non sara’ mai saggio’. (Proverbio cinese)

    Distinti saluti.

    1. Caro Andrea,
      non le consento di darmi del vigliacco e dell’infantile, i miei “problemi” con suo padre non sono quelli che lei dice, e non c’è alcuna voglia di vendetta nell’annoverare Vigna Murata tra i progetti di periferie romane che ho elencato. Il fatto di non condividere un progetto brutalista che per me non ha nulla a che vedere con l’urbanistica e l’architettura romana (sebbene tra tutte le periferie romane sia quello meno orripilante) non significa volersi vendicare di qualcosa, certi mezzucci non mi appartengono.
      E’ davvero assurdo che ci vi inalberiate tanto e vi permettiate di arrivare ad offendere chi non apprezzi quel progetto.
      Come ho già detto a Lorenzo, se volete sapere altri dettagli, che non posso scrivere sul blog, scrivetemi pure in privato.
      Quanto al proverbio cinese, oltre a farmi ridere le ricordo che vostro padre è stato un mio professore, che ha creduto in quello che facevo e che mi ha chiesto di fargli da assistente, ma non il “mio maestro”.
      Inoltre ritengo che chiunque metta in discussione l’insegnamento dei propri maestri e genitori non è quello che dice il proverbio, semmai è una persona dotata di spirito critico e onestà intellettuale … o forse ritenete difendibile la posizione di personaggi come Alessandra Mussolini nei confronti di suo nonno? Oppure quella dei tanti “professoroni” di architettura che ancora difendono i loro “maestri” che hanno devastato questa terra?
      In attesa di una vostra e-mail vi saluto

  7. Buongiorno prof. Mazzola,

    non volevo scrivere perché non amo le polemiche e penso che il prof. Mazzola abbia scritto importanti libri e faccia battaglie giuste sull’architettura antica e la sua conservazione; ma a seguito delle lettere tra i figli del prof. Moneta non posso che dare la mia testimonianza di architetto in merito al quartiere di Prato Smeraldo dove, alcuni anni fa, mi sono occupato di eseguire una ristrutturazione di una parte dei fabbricati.
    Non conoscevo il quartiere e neppure la figura del prof. Moneta, reputo incongruo inserire poi un complesso di case in cooperativa (quindi private) in una serie di elenco di case IACP, ma non è di questo che voglio parlare.
    Nell’approcciarmi al lavoro di ristrutturazione delle parti (oggettivamente degradate da una realizzazione in cui alcune parti non erano state curate, come eventuali aggetti per proteggere gli angoli, la fragilità degli intonaci, etc.) il mio approccio è stato di capire il progetto, preservarlo e cercare di correggere eventuali errori tecnici.

    Ho pertanto realizzato dei microgocciolatoi in grado di preservare l’estetica che l’architetto Moneta voleva dare al suo edificio, mantenerne i colori originari, non stravolgere ma “migliorare” quello che era stato fatto. Etc. Questo solo per raccontare un’esperienza nella quale l’architettura non è un “mostro” che debba essere oggetto di caccia alle streghe.
    Non posso che dire che nei due anni di lavori che mi hanno tenuto a Prato Smeraldo ho visto un quartiere bellissimo, nel quale verrei volentieri a vivere. Forse abbandonato dalle istituzioni, non adeguatamente collegato alla metro. Ma rispondente a caratteri di vivibilità che altrove non ho visto.
    Grazie per la vs attenzione, .
    architetto Carlo Ragaglini

    1. Caro Carlo,
      non vedo perché si debba parlar male solo dell’edilizia pubblica e non di quella privata … chi lo ha deciso??
      Il progetto di Vigna Murata rientra nella categoria dell’architettura brutalista e rappresenta un luogo dove, anche tu, specifichi che non vivresti volentieri. Se questo è vero, come lo è, non vedo per quale motivo io non averi dovuto annoverarlo tra le brutture del XX secolo.
      Moneta, tra l’altro, è stato mio professore, nonché relatore di tesi, con lui ho avuto un percorso strano. Inizialmente si mostrò davvero esaltato dal mio lavoro, tant’è che sosteneva di aver dato a me il suo primo 30 e lode e, dopo i mio esame di Progettazione I, decise di portare il sistema “analisi- progetto” a divenire una prassi nel suo corso, peraltro chiedendomi, sebbene fossi un semplice studente del terzo anno, di fargli da assistente. Una volta laureato, dopo la mia esperienza con il Prince of Wales’ Institute of Architecture, decise addirittura di affidarmi un laboratorio chiamato “il superamento del Moderno” … Poi, però, ad un certo punto, ebbe un ripensamento: dopo aver esaltato il lavoro di tre studentesse che avevano lavorato sull’area di Paternoster Square di Londra, definendo quel progetto meritorio di una pubblicazione e chiedendo loro di approfondirlo per la tesi, una settimana prima della laurea fece letteralmente piangere quelle ragazze dicendo loro che, “se per un esame possiamo essere d’accordissimo, non possiamo mostrare una cosa del genere ad una commissione di laurea.
      Le ragazze erano distrutte e, solo per un caso, Giancarlo Priori venne a sapere quello che era successo segnalando la cosa a Paolo Portoghesi, il quale mi chiese di prendere tutti i miei studenti e trasferirmi nel suo corso dove mi dava carta bianca perché, disse, “è una assurdità che a Valle Giulia non si sia ancora dato alcuno spazio a questo, importantissimo, aspetto dell’architettura contemporanea”.
      Da quel momento, mio malgrado, ruppi i miei rapporti con Moneta che, però, continuavo a stimare nonostante una bruttissima vicenda legata al Cirter di Città della Pieve ed un mio lavoro sul Palazzo Orca e la Chiesa di Sant’Anna di quella città.
      Prima di rompere i rapporti, nelle nostre conversazioni non avevo mai nascosto le mie perplessità su quel progetto e, soprattutto, sul progetto di via Fratelli Bandiera a Latina, eppure l’ho sempre stimato per il suo interesse per la ricerca sulla forma della città. L’onestà intellettuale, per me, passa dal superamento del servilismo, ergo dalla capacità di riconoscere nelle persone sia le cose positive che negative.
      Il progetto di Vigna Murata, per quanto possa ritenerlo migliore del Corviale, di Tor Bella Monaca, di Vigne Nuove, ecc., è comunque un luogo che ritengo brutale, perché figlio del brutalismo e, come tale, un luogo degno di essere annoverato tra gli esempi sperimentali errati del secolo trascorso

  8. No, scusami, hai letto male. Io ho scritto che “ci vivrei volentieri”.
    Ad ogni modo io non voglio difendere questi quartieri, a mio parere essi sono da annoverare al campo ormai della storia, essendo ormai a compimento di 50 anni di età.
    Indubbiamente esperienze come Corviale, etc. debbono essere superate, vanno lette a livello storico ed è ovvio che non è possibile pensarle oggi (ma non mi sembra che si siano realizzati quartieri simili negli ultimi 25 anni).
    Io penso che, però, additare tutte le colpe in seno all’architettura sia un comodo lasciapassare da parte della politica per liberarsi delle proprie responsabilità e non voler riconoscere che occorre anche dare dignità alle persone che abitano in questi complessi, dando loro servizi adeguati e giusti collegamenti con il centro cittadino, evitando la ghettizzazione, il vero male di chi abita nei quartieri popolari.

    Il discorso di Prato Smeraldo sul non dover essere incluso in questo elenco è perché, essendo un intervento cooperativo, ma privato, gli appartamenti sono sul libero mercato compravendibili e, pertanto, è possibile saggiarne il valore soprattutto a distanza di decenni. Cosa non possibile con Corviale, Tor Bella Monaca, Laurentino, etc.
    Gli appartamenti nel quartiere sono oggi molto costosi, più della media della zona, come ho potuto verificare personalmente. Gli abitanti li amano molto tanto che nel comprensorio che ho restaurato in via Lampridio Cerva la maggioranza aveva sempre abitato li e non avrebbe voluto vendere mai.
    Indubbiamente un certo “stile”, che evitava aggetti e gocciolatoi, cornicioni, etc. presenti nell’architettura tradizionale ha portato a degradi e interventi di restauro nei complessi, anche costosi che si potevano contenere con un altro tipo di progetto.
    Però il complesso è immerso in un grande parco, le persone sono in parte libere dal traffico, la forma piramidale cercava di limitare l’effetto opprimente che edifici di notevole altezza potevano dare agli abitanti, come nel caso della famosa casa del sole di Innocenzo Sabbatini a via della Lega Lombarda. In sintesi io non posso dire che esso sia un luogo opprimente, forse poteva essere fatto meglio, ma al netto di quanto realizzato a Roma esso deve essere annoverato tra le cose positive, a mio parere.
    Buona domenica.

  9. Cari lettori del blog,
    scusate se mi permetto di riesumare il presente dibattito, dove l’ultimo commento risale ad un anno fa, praticamente un’eternità se rapportato alle tempistiche dell’odierna società liquida, dove tutto rischia di liquefarsi in un battito di ciglia, al limite perfino il valore aneddotico delle tante vicende umane di noi tutti che, volente o nolente, in tale società ci troviamo spesso immersi fino alla collo, sempre confidando nella fortuna che si tratti (nel migliore dei casi) soltanto di acqua. Un dibattito le cui ragioni, è appena il caso di ricordarlo, vanno molto al di là di singole vicende personali, più o meno legate ad atavici rancori, evidentemente mai sopiti, e nei quali peraltro vi si potranno riconoscere intere schiere di dissidenti, compreso chi, come lo scrivente, non potrà mai “ostentare”, nel proprio CV, qualsivoglia attività di tutoraggio svolta presso qualsivoglia Professor (“ino” o “one”) Tal dei Tali, e dunque, proprio per questo, non potrà mai essere tacciato di “ingratitudine” nei confronti di un primigenio (e dunque proprio per questo provvidenziale) datore di lavoro (se così si può chiamare chiunque si avvalga di una qualsivoglia forma di collaborazione professionale lungamente prestata a gratise).
    Fatto sta che anch’io, per quel poco che può valere la mia opinione, nutro diversi dubbi circa l’effettivo valore di taluni “condensatori sociali” di corbuseriana memoria, e come profano che si sforza di capire qualcosa di più, mi ha incuriosito quel video nel quale il Moneta ci spiega, e finanche “illustra”, le ragioni profonde della sua opera, ovvero quel video qui linkato a furor di popolo, se per popolo possiamo intendere quei non meglio precisati abitanti di Vigna Murata a nome dei quali si è ritenuto di parlare, e finanche lasciar parlare quel video in quanto “risposta definitiva” ai reiterati j’accuse del Mazzola. Eppure, dalle parole del Moneta, tutto si evince tranne che quella volontà così ardentemente rivendicata dai figli, ovvero la volontà di trasmettere un metodo che possa fungere da antidoto ai più biechi sperimentalismi, dove gli utenti vengono considerati alla stregua di docili cavie da laboratorio.
    Troppo facile, e finanche troppo comodo, parlare di rapporto con la città storica quando di fatto, quest’ultima, è lontana, e non solo in senso fisico. Non basta fare un (abnorme) anfiteatro sperduto nella campagna per ritenere di aver costruito un “brano di città” solo perchè a qualche chilometro di distanza c’è un altro anfiteatro (il colosseo) che ha già costituito, e che ancora costituisce (a dispetto degli sventramenti) un brano di città propriamente inteso, così come non basta rastremare la sezione del nuovo (e abnorme) anfiteatro per ritenere che esso sia figlio del proprio tempo nella stessa misura in cui il vecchio anfiteatro era figlio del suo.
    Nulla di sorprendente, dunque, se l’abnorme anfiteatro del Moneta sia annoverato, in quanto oggettivamente annoverabile, tra le mostruosità architettoniche del periodo (quelle che i docenti urbanistica, ogni volta che le diapositive li obbligano a renderne conto, si limitano, con malcelato imbarazzo, a definirle evasivamente come architetture figlie di un’epoca ormai lontana, e per questo non più proponibili).
    Piuttosto, dovrebbe sorprendere il fatto che in questa macabra carrellata degli orrori sia presente anche la stecca rossiana del Gallaratese, al cui progetto Rossi partecipò soltanto come outsider, per mezzo di un progetto che è solo una versione colta, difettosa quanto si vuole (tanto che lo stesso Rossi non la proporrà mai più) ma pur sempre una versione colta delle “case di ringhiera” milanesi: un edilizia povera che non va necessariamente intesa come “edilizia dei poveri” (e quindi dei reietti per antonomasia), in quanto capace di generare (o quantomeno di non dissolvere) quei “rapporti di vicinato” che invece vengono sistematicamenti dissolti dalla natura brutale di quei mostri architettonici nei quali si vive costantemente in un clima di sfiducia e di sospetto, come sempre avviene quando il disagio sociale finisce col fornire manovalanza alla criminalità e allo spaccio.

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