Architettura e Amore

Da quando, in nome di una visione distorta della modernità, gli architetti hanno deciso di svincolarsi dalla tradizione, l’architettura ha gradualmente perduto ogni senso morale.

Nelle facoltà di architettura, prima ancora di insegnare l’arte di progettare edifici e città, bisognerebbe insegnare ai futuri architetti il principio dell’etica della reciprocità, o “regola d’oro”: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te“.

Infatti, se mai questa regola venisse insegnata e appresa, nessuno mai si sognerebbe di usare gli esseri umani come cavie su cui sperimentare astrusi progetti, figli dell’ideologia del momento, cosa che invece accade ormai ininterrottamente da almeno ottant’anni.

Nessuno, a meno di un marcato masochismo, progetterebbe per se stesso delle astruse ambientazioni spersonalizzanti … e infatti, come ebbe modo di denunciare oltre trent’anni fa Léon Krier in un noto pezzo intitolato “Vizi Privati e Pubbliche Virtù”, pubblicato sulla rivista franco-belga “Archives d’Architecture Moderne”, la totalità degli architetti che hanno progettato le peggiori mostruosità dell’ultimo secolo, ama vivere e avere la propria attività in splendidi e centralissimi edifici storici.

Evidentemente, se quegli architetti non risiedono all’interno delle mostruosità che concepiscono per gli altri, lo fanno perché “si vogliono bene”, si “amano” … mentre odiano il prossimo (masochista) che li ama!

Il compianto grande architetto egiziano Hassan Fathy sosteneva: «io dico che la bella Architettura è un atto di civiltà verso chi entra nell’edificio; si inchina a voi ad ogni angolo, come in un minuetto … ogni costruzione brutta o insensata è un insulto a chi le passa di fronte. Ogni edificio dovrebbe rappresentare un ornamento e un contributo alla propria cultura. Avendo deciso di abbandonare il passato, in quanto irrilevante, sono andati perduti o distrutti elementi di valore incalcolabile. La conoscenza rivelata del saggio è ora sostituita dalla scienza analitica moderna, e la macchina ha rimpiazzato l’abilità della mano artigiana»[1].

Se nella frase di Fathy cambiassimo la parola “civiltà” con “amore”, otterremmo esattamente quello che ogni buona architettura dovrebbe comunicare: la bella Architettura è un atto di amore …

Quante volte, leggendo una guida ai luoghi dell’arte, o ascoltando un documentario dedicato al nostro territorio, ci è capitato di leggere e/o ascoltare parole come “unione perfetta tra architettura e paesaggio”, “splendido connubio tra architettura e natura”, “un sodalizio perfetto tra l’opera divina e quella umana”, ecc. …

Una unione tra due persone è il frutto dell’amore, un matrimonio che funziona si basa sulla capacità di rispettarsi reciprocamente, in un connubio, ci si completa vicendevolmente. Questo concetto, valido per gli esseri umani, può estendersi certamente al “matrimonio” tra architettura e natura, dove la prevaricazione della prima sulla seconda farebbe venir meno le regole per una pacifica convivenza!

Wolfang Goethe, nella suo “Viaggio in Italia” riportava una commovente descrizione del Teatro di Taormina, dicendo di trovarsi di fronte ad un panorama “dove l’arte è venuta in aiuto alla natura”.

il Teatro di Taormina

Purtroppo, dobbiamo ammettere con grande vergogna che sarà molto difficile che un viaggiatore, tra diversi secoli, potrà lasciarci descrizioni così struggenti dei paesaggi e delle architetture di oggi, sempre ammesso che sopravvivano al trascorrere del tempo.

Un’architettura concepita e realizzata con amore, trasmette amore e, come tale, suscita amore in chi la viva. Vivere in un luogo che trasmette amore, pace e tranquillità aiuta a vivere meglio.

L’amore, come anche l’odio, è un sentimento innato, che non necessita di essere spiegato agli individui. Se cresciamo nell’amore saremo persone che difficilmente si avvicineranno al sentimento. Chi invece, per sua sfortuna, vien costretto a crescere nell’odio e nel risentimento, necessiterà di una educazione (riabilitazione) che gli consenta di abbandonare quel sentimento avvicinandosi all’amore.

Così come amore e odio non necessitano di spiegazioni per essere percepiti, anche il “bello” è un qualcosa che viene percepito dagli esseri umani senza necessità di spiegazioni. Una cosa può piacere o meno, né saranno sufficienti le parole di un esperto a far modificare l’estetica di quel qualcosa.

Oggi viviamo in una strana epoca, dove una pletora di parolai opera un vero e proprio lavaggio del cervello degli esseri umani, cercando di modificare il loro senso estetico. Qualcuno è perfino arrivato a sostenere che, il motivo per cui la gente non comprende e non apprezza l’architettura e l’arte contemporanea, non vada ricercato nella loro incomprensibile estetica, ma nell’ignoranza di chi non sia in grado di capire. Siamo così arrivati a stipendiare delle persone, al MAXXI di Roma, per poter “educare” la massa ignorante che non è in grado di apprezzare la “bellezza” dell’architettura moderna. Questa sorta di “terrorismo culturale” fa sì che molta gente – pur di evitare di venir considerata ignorante – decida di vestire i panni dell’intellettualoide radical-chic il quale, non solo finge di apprezzare e comprendere ciò che non abbia significato alcuno, ma addirittura critica – anche pesantemente – chi nella sua onestà intellettuale continui a non comprendere!

Tornando al pensiero di Goethe quindi, quando pensiamo all’architettura dovremmo pensare ad un qualcosa che risulti un completamento della natura, non una violenza ad essa. Esistono ormai moltissimi studi che dimostrano quanto il tipo – e la forma – dell’ambiente che ci circonda possa influenzare, in positivo o in negativo, la nostra salute fisica e mentale, ragion per cui, se vogliamo bene a noi stessi e al nostro prossimo, dovremmo mettere nella progettazione tutto l’amore possibile.

Personalmente, quando mi vien chiesto di sviluppare un progetto, nel rispetto delle richieste che mi vengono fatte, lo faccio come se lo stessi facendo per me stesso. Ancor prima di disegnare, cerco di immaginare quali sensazioni positive gradirei ricevere dagli ambienti che realizzerò. Allo stesso modo, quando i miei studenti mi chiedono delle indicazioni per concepire correttamente un progetto che dovranno sviluppare, piuttosto che metterli davanti ad un discorso ideologico, o piuttosto che chiedere loro di sfogliare qualche rivista patinata, suggerisco di fare un esercizio che richiede un piccolo sforzo mentale: “prima ancora di disegnare, provate a chiudere gli occhi immaginando di camminare all’interno di quel progetto, cercate di immaginare quale possa essere la logica sequenza di spazi che si vorrebbero percorrere, quali le forme, i colori, le sensazioni di piacere visivo che si desidererebbe provare”.

Se tutti progettassimo in questo modo, lo faremmo come se stessimo pensando al nostro benessere psicofisico, non di certo per farci del male!

A tal proposito, anche se mi imbarazza un poco farlo, voglio ricordare un aneddoto della mia vita professionale che non dimenticherò mai.

Nella seconda metà degli anni ’90 venni contattato da una signora la quale, essendo rientrata in Italia dopo 35 anni vissuti in Germania, aveva necessità di ristrutturare un appartamento preso in affitto all’ultimo piano di un moderno condominio di Trastevere … in realtà si trattava degli ex locali lavatoio condominiali che un condomino aveva abusivamente accorpato, ampliato e trasformato in abitazione, condonandoli nel ‘94. L’unica nota positiva era la potenziale vista dall’ampia terrazza verso l’Aventino!

In occasione del primo incontro la cliente mi disse: “la prego architetto, non mi faccia cose strane e squadrate … torno in Italia dopo aver avuto a che fare con studenti di architettura e architetti tedeschi per 35 anni e non ne posso più di queste cose, ho bisogno di ambienti normali, piacevoli e accoglienti che trasmettano amore per la vita”. Sorrisi per la sua franchezza e per il fatto che sembrava di sentir parlare me stesso, così la rassicurai ed elaborai il progetto cercando di soddisfare in toto le sue richieste, ritagliandole degli ambienti piacevoli e accoglienti che traessero il massimo vantaggio dalla vista. Un orribile localetto, precedentemente realizzato dal proprietario, venne modificato per realizzare una camera da letto (un vero e proprio cubiculum come la signora lo definì) con il lato verso la terrazza caratterizzato da un finestrone ad arco rivolto verso l’Aventino. Man mano che i lavori procedevano, ebbi modo di conoscere meglio la cliente e di chiederle come mai, se l’immobile non fosse di sua proprietà, avesse deciso di investire tanto denaro per un appartamento che non le appartenesse.

La risposta mi lasciò di sasso! Mi disse di essere rientrata a Roma perché, a causa di un male incurabile per il quale aveva già subito un paio di interventi, le avevano dato pochi mesi di vita … sicché non ci sarebbe stato il tempo sufficiente per acquistare e ristrutturare una casa, né avrebbe avuto alcun senso farlo. Risultava più logico fare questa operazione che le consentisse di non sprecare più nemmeno un istante del poco tempo che le restava da vivere, sì da poter godere – quanto prima – del piacere trasmessogli dalla casa e dalla magnifica vista che aveva scelto per “andarsene in pace”!

In quel lavoro ci misi tutto l’amore che questa splendida persona meritava e, alla fine, lei ne fu contentissima. Circa un anno dopo la fine dei lavori, venni invitato con la mia famiglia a cena. Conoscendo la mia passione per il disegno e la pittura, al termine della cena mi regalò una meravigliosa confezione di acquerelli presi in Germania, il regalo era accompagnato dal più bel biglietto di ringraziamento che si possa sognare di ricevere. Un biglietto carico di amore e riconoscenza nei miei confronti, col quale mi comunicava che gli ultimi accertamenti dimostravano come il suo male fosse misteriosamente scomparso … lei però mi disse di essersi data una spiegazione dell’accaduto, attribuendo la guarigione al nuovo e piacevole ambiente in cui viveva.

A distanza di quasi vent’anni, questa splendida persona è ancora tra noi, si dedica al canto lirico e alla poesia e, con la sua storia, dimostra a tutti noi quanto la forza dell’amore per le cose belle della vita possa aiutarci a superare tutto.

 

[1] Hassan Fathy, Construire avec le peuple, Sindbad, Parigi, 1970

9 pensieri su “Architettura e Amore

  1. Per come stanno messe le cose oggi e anche da un pezzo a ben guardare, la bellezza costa. Sarà per questo che i poveracci vengono destinati ad un abitare gramo e desolato su cui magari ci mettono pure del loro per renderlo più orrendo ? Vai a saperlo.

    1. Caro Maurizio,
      così come ci insegna l’esempio delle case popolari di 100 anni fa, il bello può costruirsi con pochissimo. Esattamente 100 anni fa, grazie alla prova che il bello riusciva ad educare le persone che prima si comportavano violentemente verso gli altri e verso gli edifici, l’ICP coniò lo slogan “La casa sana ed educatrice”. Un caro saluto. Ettore

  2. Proprio ciò che volevo evocare. Strada abbandonata in fretta dai detentori del potere economico e finanziario, quando in men che non si dica, hanno capito che sulla questione si poteva lucrare più che sullo spaccio di droga !

  3. Non posso esimermi dal lasciare un commento.
    Le tue parole le ho pronunciate e scritte innumerevoli volte anch’io. Sull’effetto terapeutico di un bell’ambiente non mi pronuncio, ma mi pare evidente che la bellezza aiuta a sopportare la vita e che la rinuncia o meglio il ripudio del bello come scopo dell’arte ha molto contribuito a fare del secolo scorso uno dei più nefasti della nostra storia. Mi confermi pure che una condizione essenziale per creare qualcosa di valido sta nel committente: personalmente ne ho conosciuto uno solo che meritasse di essere “servito” con lo spirito di cui parli, e il progetto che elaborai (nel 1973) è l’unico, fra i miei realizzati, che ancora oggi considero riuscito, sperando che resti molto a lungo a testimoniare con i suoi muri di pietra la mia visione del “moderno” in contesti ambientali nostrani.
    Saluti

    1. caro Claudio,
      il mondo degli architetti contemporanei sembra pervaso da un profondo nihilismo, caratterizzato da bisogno di bruttezza che, spesso, sfocia nel sadismo.
      Non so se conosci l’inglese, ma ti suggerisco caldamente questo video che mi è stato segnalato ieri e che ho apprezzato moltissimo

      Detto questo, non credo qindi che si debba pensare che, se si realizzi qualcosa di bello sia MERITO del committente mentre, se si produca una schifezza si debba scaricare la RESPONSABILITA’ sul committente.
      In questi 25 anni di professione, ho potuto constatare che il committente, fidandosi ciecamente (a questo punto mi verrebbe da dire “stupidamente”) dell’architetto, lo lascia decidere in autonomia, magari tirando la cinghia, se rischia di spendere troppo, ma mai distruggendo le sue scelte. Ergo, se l’architetto è sano di mente e non sadico o sadomasochista, il risultato sarà positivo; diversamente, se l’intervento farà schifo, la colpa sarà solo e soltanto dell’architetto! … Se nel mondo del cinema ci dipingono come degli imbecilli, dei visionari, dei cialtroni, degli individui dai gusti dubbi e dalla mente disturbata,qualche ragione ci sarà! Se Tom Wolfe ha scritto “Maledetti Architetti”, qualche ragione ce l’avrà avuta! Un caro saluto. Ettore

  4. Caro Ettore,
    conosco l’inglese quel poco che mi permette di leggere qualche libro e scambiare qualche frase semplice, ma il mio computer è privo di casse acustiche e non mi sogno nemmeno di cambiarlo. Ti dirò che se guardo qualche notiziario alla TV, quasi sempre tolgo l’audio per non essere disturbato dalle chiacchiere superflue e spesso sgrammaticate che accompagnano le immagini. Non posso esprimere quindi alcuna opinione su quanto mostra il filmino.
    Riguardo alla responsabilità del committente, è vero, certo, che non è la sola causa del brutto che si vede in giro, ma vi contribuisce abbastanza; nel mio caso, almeno, in cinquanta anni di professione non ho incontrato molti committenti che si fidassero ciecamente dell’architetto; forse il sottoscritto, non portando la barba e non abbigliandosi secondo i canoni ritenuti “artistici”, non ispirava quella cieca fiducia, o forse qui in Toscana tutti si sentono dei Michelangelo….. Ricambio i saluti.

  5. Caro Ettore, capito qui per caso, durante una riflessione su ciò che mi è successo e travolto in questo ultimo anno e che, come spesso accade singifica quella spintarella in più data dall’idea di cambiare, di migliorare e di dare significato alle cose. Esercito a tempo pieno da solo 6 mesi e fatto un altro mestiere per responsabilità familiare per oltre 15 anni. Mi si diceva che avrei potuto fare tutte e due le cose, ma ecco non riuscivo ad amare tutte due le cose, mio malgrado resto un monogamo. L’architettura è una cosa seria ed ecco non è seriosa ma è una cosa viva, l’architettura è umana. Ed a questo pensavo. Il rapporto che si ha con sé stessi può essere complicato di conseguenza con chi ci circonda, e forse è molto interessante metterla così: l’architettura e l’arte in genere comunica dopo aver ascoltato molto, ma può anche solo dare ascoltare, prestare orecchio e dedicar spazio (e tempo). Perché sono qua? Perché pensavo, se al posto di funzione, bellezza sostituissi amore? Non è lo scopo della vita di ogni uomo comprendere cosa sia veramente l’amore? Quanto se ne parla di amore e quanti si chiedono cosa sia ma quanti non ci credono più e quanti a modo loro credono di amare e potrei andare avanti chissà quanto. Così ho pensato, probabilmente qualcuno ha gia scritto su questo e lo hai fatto tu ed è molto bello e di ispirazione ma sento che per me (non in assoluto) manchi qualcosa. Domani ci sarà una lecture di un architetto che io ammiro molto che si intitolerà “il processo” inteso ovviamente come processo creativo. Questo ancora mi sta molto a cuore perché troppe volte nel processo si saltano dei passaggi utili e necessari all’ascolto. Ponti diceva amate l’architettura io direi oggi amate la città, nonostante io ami follemente l’architettura, ma amo e ho amato e avrei voluto ancora amare una persona e al contrario, che peccato essere con qualcuno che non sa ancora cosa sia l’amore! Penso all’autoreferenzialità di qualcuno, al narcisismo di altri, ma al contrario anche a chi vuol lasciare un segno nella tua vita, quel bisogno di aiutare di restare nella tua memoria come un belissimo ricordo che ti riempie il cuore quando sei solo o ti senti solo. L’architettura non solo serve, non è solo funzione naturalmente, anche il barista al bar esprime la sua professionalità, la sua umanità. Amo me stesso? Quindi posso amare il prossimo e quindi posso amare ciò che faccio ma, attenzione è “come lo faccio ed il costante perché”, è quello per cui vale la pena vivere. Credere di poter dare un valore a sé stessi solo per aver fatto qualcosa di bello, e parlo sempre per me non del tuo caso, potrebbe essere la trappola, perché veramente è aver amato ogni momento di quel processo che resta, l’architettura quando è finita è solo il lavoro, chiusa una si apre il cuore ad un’altra, conscio di esser stato un bravo amico, un bravo padre, un bravo architetto. Ecco con la voglia di voler scrivere qualcosa su questo stesso tema, mi sono permesso di riallacciarmi al tuo testo, sperando di aver ascoltato ed espresso con amore e rispetto il mio pensiero ed aver proseguito un discorso con coerenza di contenuti, nonstante un amichevole e pacifica critica. Grazie. Un caro saluto. Marco

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