«Noi, in Italia più che altrove, ci crediamo intralciati dalla tradizione, la quale, per quanto gloriosa, pesa a molti come una cappa di piombo: la tradizione può essere, come il Manzoni disse dell’errore, un ostacolo contro il quale inciampa chi va alla cieca, ma per chi alza il piede diventa gradino»[1]

(foto pubblicata dalla pagina Facebook “Roma Aeterna” lo scorso 8 agosto)
Le recenti e accese polemiche sul presunto recupero dell’Antiquarium Comunale del Celio, situato lungo via di San Gregorio, di fronte alla porta del Vignola che dà ingresso agli scavi del Palatino, meritano di essere oggetto di una profonda riflessione, non solo sul corretto approccio al restauro e sul rispetto dei luoghi, ma anche e soprattutto sul modo di gestire la cosa pubblica, argomento quasi ormai sconosciuto agli amministratori pubblici, presi dalla fretta di sperperare denaro pubblico (preso a strozzo) in nome del PNRR.
Occorre evidenziare che, nello specifico caso dell’Antiquarium del Celio, per il finanziamento di 10 milioni di euro legato ai prestiti del PNRR, gli interessi stimati si attestano indicativamente intorno ai 228.000 euro all’anno (calcolati sulla base del tasso medio implicito sui prestiti PNRR stimato per il 2026, pari a circa il 2,28%, considerando che la spesa complessiva per interessi sui 122,6 miliardi di debito PNRR ammonta a circa 2,8 miliardi di euro annui!!!)[2]
Ebbene, troppi sono i casi di sperpero di denaro pubblico a causa di questa “misura straordinaria”, il cui concetto di straordinarietà sembra essere stato del tutto travisato in nome della avidità degli speculatori e della malafede degli amministratori italiani, guidati dalla fretta di spendere, piuttosto che dalla reale necessità di farlo.
I nostri amministratori pubblici risultano infatti anni luce distanti da quello che dovrebbe essere il giusto comportamento da seguire secondo il Codice di Procedura Civile Italiano che, all’articolo 1710 (Obbligazioni del Mandatario)[3], ammonisce l’amministratore pubblico ricordandogli come egli debba agire allo stesso modo del “buon Padre di famiglia”, vale a dire gestendo i denaro pubblico in modo da ridurre le spese superflue.
In un mondo sano, con degli amministratori rispettosi del proprio mandato, essi rifletterebbero a fondo sul fatto che, il dover prendere in prestito del denaro per misure straordinarie, risulterebbe giustificabile davanti ad un evento disastroso che necessiti di un intervento urgente e non gestibile con l’amministrazione comune, vale a dire a seguito di un terremoto, un’alluvione, una ricostruzione per danni di guerra … non certamente per l’inutile realizzazione di un’orrenda scatola di vetro e acciaio – perché questa è l’unica cosa che, anche un illetterato, potrebbe riuscire progettare e realizzare, rispettando (manco tanto però) le ridicole tempistiche imposte dal PNRR …
Eppure, un antico detto greco del poeta Archiloco (intorno al 650 a.C.) ricordava: “la gatta frettolosa fa i gattini ciechi“!
Senza voler estendere il discorso all’intera nazione, includendo il triste capitolo dei “Bonus 110”, vale la pena di ricordare che, solo a Roma, a causa del PNRR, sono state realizzate una serie di opere “usa e getta” che hanno comportato uno sperpero di denaro – e un mancato gettito – che graverà pesantemente non solo su di noi, ma sulle generazioni a venire.
Cui prodest? …
E già, a chi conviene questo sperpero? Dov’è la Corte dei Conti? Come è possibile che siano state realizzate delle inutili piste ciclabili, smantellate dopo pochi mesi? Come è possibile che si smantellino e rifacciano, più volte in un paio di anni, delle pavimentazioni in sanpietrini … peraltro utilizzando resine di fissaggio, piuttosto che la sabbia, come previsto dalla “regola d’arte”? Come è possibile che vengano abbattuti oltre 30000 alberi per poi realizzare oscene pitture pavimentali, utilizzando presunte “vernici che assorbono CO2”? Come è possibile che vengano realizzate “piazze” oscene – che sembrano disegnate per un altro pianeta – con aiuole orrende la cui erba dura da Natale a Santo Stefano? E cosa dire della triste storia – morto incluso – della Torre dei Conti? L’elenco dei progetti PNRR è davvero troppo lungo e necessiterebbe di testi lunghissimi per poter essere opportunamente discusso.
Come scritto in apertura, tuttavia, oggi voglio soffermarmi sulla vicenda relativa all’Antiquarium del Celio, partendo dai motivi dello scontro tra coloro i quali hanno realmente a cuore la Capitale e il Comune di Roma, sì da fornire alcuni spunti di riflessione.
Le forti contestazioni sull’Antiquarium del Celio ruotano attorno al progetto di “rinascita” da 10 milioni di euro finanziato con i fondi del PNRR (del programma Caput Mundi).[4]
Il dibattito in corso vede contrapposti il Comune di Roma (e la Sovrintendenza) da una parte e, dall’altra, una serie di associazioni – di cittadini e ambientalisti – nonché alcuni consiglieri locali[5].
I movimenti dei cittadini e degli ambientalisti, Italia Nostra in primis, hanno aspramente criticato l’impatto paesaggistico del progetto, definendo la realizzazione della nuova struttura in acciaio e vetro a copertura dell’edificio storico e della terrazza panoramica con caffetteria, un “vero e proprio abominio“.
Coloro i quali si oppongono a questa porcheria decontestualizzata ritengono infatti, unanimemente, che questi materiali e queste forme alterano la memoria del luogo e l’estetica del parco storico.[6]
Diversamente, il Campidoglio e la Sovrintendenza, ritengono che il cantiere risulti “assolutamente in regola“ e, soprattutto (sig !) che “la scelta dell’acciaio e del vetro risponde a due esigenze cruciali”:
“Leggerezza strutturale: Le fondamenta dell’edificio poggiano appena 6 metri sopra la galleria della Metro B, impedendo l’uso di materiali tradizionali pesanti.
Riconoscibilità dell’intervento: In linea con i moderni criteri di restauro, si è voluto evitare un “falso storico“, rendendo evidente e reversibile la parte contemporanea rispetto alla struttura originaria”.[7]
Ebbene, senza scendere in dettaglio, possiamo dire che il primo punto riguarda una balla clamorosa! Poiché il peso medio complessivo di un edificio con muratura in mattoni e solai in legno varia generalmente tra i 350 kg/m³ e i 500 kg/m³, (si consideri che un solaio tradizionale in legno si attesta mediamente tra i 40 kg/m² e i 100 kg/m², mentre il peso proprio al metro quadro di un solaio in acciaio varia in media da circa 100 kg/m² a 500 kg/m²), a seconda della tipologia costruttiva, dei materiali di riempimento e della presenza o meno di una soletta in calcestruzzo!!! Inoltre, un edificio tradizionale di uno due piani può poggiare su fondazioni superficiali, del peso di 700 kg/m3, mentre uno in acciaio prevede la realizzazione di plinti e travi di fondazione in ca. il cui peso minimo è di 2500 kg/m3!!!
Quanto al secondo punto – che è quello che mi disturba particolarmente e che disturba tutti gli oppositori dell’abominio – occorre chiarire alcuni punti i quali, dopo tanti anni di lavaggio del cervello generalizzato, sembrano venire accettati incondizionatamente o, peggio, impossibili da rimettere in discussione … purtroppo anche presso tanti membri – fondamentalisti del pensiero brandiano – delle associazioni ambientaliste!
Purtroppo infatti, il nostro Paese, quello che, oltre a possedere la stragrande maggioranza del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, è anche quello che ha teorizzato (per tutelare il mercato nero delle antichità) il concetto di “falso storico”, ovvero il più falso dei problemi[8].
Se andassimo infatti a rileggere l’intera storia dell’Arte e dell’Architettura, dall’antichità ai primi anni del Novecento potremmo facilmente rendercene conto tutti … Basti semplicemente pensare alla figura di Winckelmann ed alla sua descrizione della statuaria greca, impossibile senza l’esistenza delle copie romane, le uniche che abbia realmente visto! Oppure a tutti i musei del mondo che ospitano statue, ritrovate mutile e completate dalla straordinaria opera della bottega di Bartolomeo Cavaceppi … potrei andare avanti all’infinito, per cui rimando ai miei tanti scritti sull’argomento, disponibili in rete.
Alla luce di quella che è la storia e il patrimonio del nostro Paese – studiato, emulato e invidiato dagli studiosi, dai professionisti e da tanti atenei di tutto il mondo – risulta davvero difficile accettare che, da parte degli architetti, docenti e responsabili delle Soprintendenze italiani, possa esserci un approccio tanto ideologico e autoreferenziale verso il restauro, che li porti a ergere se stessi al di sopra del monumento, sia esso un edificio, un giardino, un contesto urbano o paesaggistico.
Inoltre, stranamente, i nostri architetti – ovvero quella specie umana che vive spesso di rivalità e invidia e che, spesso, quando si tratti di comprendere le ragioni del disastro delle periferie italiane tenda a scaricare le responsabilità sui geometri – risultano estremamente inclini a santificare l’opera e il pensiero architettonico di personaggi come Le Corbusier e/o Carlo Scarpa, che non hanno mai conseguito una laurea e una abilitazione professionale, o a sposare incondizionatamente la teoria di Cesare Brandi, che era uno storico dell’arte e non un architetto restauratore!
Non sarà giunto mica finalmente il tempo di rimettere in discussione certe figure e certe teorie?
Se danni ideologici fatti dalle teorie di Le Corbusier sono da ritenersi quasi insanabili, dato che hanno portato alla realizzazione, ovunque nel mondo, di scatole di cemento, periferie criminogene e città dipendenti dall’autotrazione, quelli causati da Brandi, a livello di restauro sono immani … sia a livello estetico che strutturale. Si pensi per esempio alle violente intrusioni a base di cemento, ferro e vetro con forme astruse di Scarpa (per esempio al Castello Scaligero di Verona e a Palazzo Abbatellis di Palermo) e a quelle ancora peggiori degli emulatori di quest’ultimo, come la Villa Romana del Casale di Piazza Armerina.
Perché, piuttosto che continuare stupidamente a santificarlo, non riconoscere che Cesare Brandi – in quanto storico e non tecnico – nulla sapeva, né a quanto pare aveva interesse di conoscere, a livello strutturale, fisico e chimico dei materiali da costruzione?
Come non renderci conto che, se oggi piangiamo la perdita di molti edifici, questa sia conseguenza di restauri sbagliati, figli di quelle idee, il cui peso, rigidità e invecchiamento precoce hanno portato al collasso strutturale, “spontaneo” (Schola Armaturarum, Torre dei Conti) o indotto da eventi sismici, come a L’Aquila, Amatrice, e altrove[9]??
A coloro i quali – in Comune, in Soprintendenza e presso l’Ordine Professionale – per ragioni ideologiche o di ignoranza sull’argomento restauro, difendano l’idea che un “restauro debba essere in linea con lo spirito della nostra era e non un falso”, vorrei ricordare che, in tutto il mondo tranne che in Italia, il Restauro risponde alla definizione contenuta nei vocabolari:
«RESTAURARE: RIMETTERE NELLE CONDIZIONI ORIGINARIE UN MANUFATTO O UN’OPERA D’ARTE, MEDIANTE OPPORTUNI LAVORI DI RIPARAZIONE E REINTEGRO»[10]
Da noi infatti, come denunciava costantemente il compianto Paolo Marconi e come si evince dalla difesa d’ufficio dello scempio del Celio, ancora prevalgono gli assurdi divieti di Cesare Brandi (Teoria del Restauro, 1963) e della Carta del Restauro di Venezia del 1964, secondo cui “il rifacimento tanto più sarà consentito quanto più si allontanerà dall’aggiunta e mirerà a costituire un’unità nuova sulla vecchia”, ciò “per evitare le falsificazioni” … come se si trattasse di opere d’arte mobili e di antiquariato, commerciabili ed esportabili![11]
Ebbene è ora di riconoscere che, stando alla definizione di restauro, chi interviene su un manufatto dovrebbe pensare a rimetterlo nelle condizioni originarie e, MAI, a realizzare un intervento autoreferenziale (restauro critico o creativo[12], SIG!), figlio della sua ignoranza e delle mode passeggere! Chi non comprende questo, per ignoranza, per ideologia o per qualsivoglia altra ragione, è bene che faccia altro nella vita, piuttosto che violentare a proprio piacimento i monumenti e gli edifici storici!
Volendo rifarci a delle figure prestigiose che hanno fatto la Storia del Restauro, opportunamente teorizzando in materia, piuttosto che guardare alle ottuse e pericolose imposizioni di Brandi, dovremmo sposare la linea indicata dal suo coevo Carlo Ceschi il quale, pur avendo preso parte allo sviluppo della moderna Teoria del Restauro, dalla Carta di Atene del ’31 in poi, all’indomani delle distruzioni causate dai bombardamenti della 2^ Guerra Mondiale, seppe umilmente fare marcia indietro, capendo che il restauro non riguarda il solo restauro di un monumento, ma quello dell’identità dei luoghi!
Carlo Ceschi è l’autore di uno dei libri più illuminanti – intitolato “Teoria e Storia del Restauro”[13] – che abbia avuto modo di studiare all’università.
In particolare mi colpì il capitolo XII, Esperienze di Guerra e Problematiche della Ricostruzione dove, in maniera umile e obiettiva, l’autore raccontava come l’orribile evento bellico avesse mandato a farsi friggere tutte le pompose teorie del restauro sviluppatesi dalla Carta di Atene del ’31 in poi.
Ceschi scriveva:
«Le notti del 22 e 23 ottobre 1942 la guerra nella quale anche gli italiani si erano trovati coinvolti, ebbe una svolta decisiva.
In quelle notti iniziarono con Genova i bombardamenti aerei a tappeto che dovevano subito dopo ripetersi a Torino e Milano e via via intensificarsi per tutta l’Italia.
Da quelle notti chi come me si trovò a fronteggiare l’azione devastatrice della guerra sui monumenti, capì che le teorie del restauro, caute ed equilibrate, da pochi anni entrate nella pratica dei restauratori subivano un grave colpo, mentre si faceva drammatico il problema della conservazione delle vecchie città e dell’ambiente storico tradizionale».
Andando avanti in quel capitolo, e raccontando quello che potesse essere il conflitto morale nell’anima di chi dovesse operare, Ceschi citava un suo articolo del 1943[14], nel quale spiegava bene quello che potesse – ed è tutt’oggi – il dilemma:
«La distruzione di un monumento d’arte ha sempre superato nella memoria anche lo stesso dolore per la perdita delle vite umane, per il fatto che la natura seguita a provvedere al rinnovamento degli uomini, la cui vita è limitata nel tempo, mentre nessuna forza naturale potrà mai produrre l’opera d’arte perduta, anche se questa era nata per l’eternità […]. È chiaro che l’urbanistica deve oggi considerare il fattore guerra, apparso in tutta la sua formidabile importanza soltanto dopo l’intensificarsi dei bombardamenti aerei […] È degno delle nostre tradizioni di cultura e intelligenza questo reagire col pensiero alla brutalità degli eventi, questo superamento della sofferenza in una ricerca di spiritualità fattiva, questo prepararsi ai compiti costruttivi del domani, in pieno processo distruttivo. Bisogna soltanto che ogni nostro pensiero sia posto su un piano di ordine morale quanto più alto e perfetto possibile, perché le opere che da esso discenderanno sul piano d’ordine pratico siano espressione di un ideale superiore non contaminato da interessi volgari ed egoistici. Nei centri originari delle nostre città, edifici comuni ed edifici artistici coesistono, variamente collegati tra loro, a costituire quel cosiddetto ambiente che ne forma la caratteristica fisionomia.
[…] È necessario che il fattore economico, finora dominatore assoluto di ogni decisione urbanistica, venga riportato al suo giusto posto di subordinazione e che l’interesse privato cessi di avere valore risolutivo.
La città è dominio pubblico anche se composta di proprietà private, essa è l’ambiente in cui vivono, lavorano, producono tutti i cittadini, e le sue strade, le sue piazze, i suoi giardini ed anche le facciate delle case che limitano le strade e piazze costituendone la fisionomia, appartengono alla vita comune. Questo concetto fondamentale è necessario tenere presente nel preordinare la fase ricostruttiva delle nostre città ferite.»
Potrei andare avanti nel citare quel testo illuminante, ma queste righe sono più che sufficienti a far capire quanto risulti importante il rispetto del bene e del bello condiviso, rispetto al volere egoistico e ideologico del singolo “restauratore” o teorico del restauro.
La Teoria del Restauro, messa davanti al dramma della guerra è andata in pezzi, i cittadini hanno chiesto – e fortunatamente ottenuto, nonostante le critiche violente di Cesare Brandi – la ricostruzione di edifici e brani di città nei quali si identificavano: il senso di appartenenza, il senso di identità è di gran lunga superiore a qualsivoglia stupida accusa di falsificazione della storia!
Se oggi possiamo ancora godere della vista di Palazzo Bianco e Palazzo Serra a Genova, o del Tempio di Augusto a Pola, o del Ponte di Santa Trinità a Firenze, della Loggia della Mercanzia a Bologna, del Tempio Malatestiano di Rimini, dell’Abbazia di Montecassino, ecc., lo dobbiamo al coraggio e all’onestà intellettuale di chi, nonostante l’ideologia cieca del Brandi e dei suoi seguaci, seppe operare nel rispetto della volontà di ricostruzione di un’identità ferita!
Queste parole sono quelle su cui, gli individui che hanno progettato e consentito lo scempio del Celio, devono riflettere per fare ammenda.
Roma è amata per la sua millenaria storia e il suo carattere unico, preservato dalle leggi di salvaguardia per decenni, prima che la giunta Rutelli e le successive (tutte in mano ai palazzinari), consentissero di violentare l’Ara Pacis, la Birreria Peroni e via discorrendo.
Roma non appartiene alla giunta di turno, ma è Patrimonio dell’Umanità.
Tutti noi siamo di passaggio, come recita infatti un antico proverbio amerindo, “La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri Padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli”, altrettanto possiamo e dobbiamo dire dei monumenti e dei contesti storici, checché ne dicano i difensori dell’abominio del Celio!
Tuttavia, se – come affermano i responsabili del Capidoglio e della Soprintendenza – il motivo dello scempio è dovuto alla necessità di mostrare lo spirito del tempo, ergo il nostro livello evolutivo, allora occorre che costoro rivedano il loro modo di concepire la società evoluta e, piuttosto che fossilizzarsi sulle visioni personalistiche del futuro, leggerne la definizione, illuminante, lasciataci da Edmund Burke:
«una civiltà sana è quella che mantiene intatti i rapporti col presente, col futuro e col passato. Quando il passato alimenta e sostiene il presente e il futuro, si ha una società evoluta»[15].
[1] Maria Ponti Pasolini, Il Giardino Italiano, E. Loesher & C., Roma, 1915, pag. 4.
[2] https://requadro.com/si-chiudono-i-giochi-sul-pnrr-e-ora-di-primi-bilanci/
[3] Infatti nel capitolo – Obbligazioni del Mandatario, art. 1710 (Diligenza del mandatario) si legge: «Il mandatario è tenuto a eseguire il mandato (2030, 2392, 2407, 2608) con la diligenza del buon padre di famiglia» (1176 – diligenza nell’adempimento).
[4] https://youtu.be/9f7v2ry36zE
[5] https://roma.repubblica.it/cronaca/2026/07/25/news/antiquarium_celio_restauro_polemica-425492130/
[6] https://www.facebook.com/groups/sos.patrimonio.storico.roma/posts/29071030955834697/
[7] https://www.sovraintendenzaroma.it/content/antiquarium-comunale-del-celio
[8] https://archiwatch.it/2013/02/19/il-falso-storico-un-falso-problema/falso-storico-tutto-falso-doc/
[9] https://www.ilcovile.it/news/archivio/00000524.html; http://biourbanistica.com/it/blog/2016/8/31/il-cemento-e-il-terremoto-corruzione-e-menzogne-architettoniche/; https://archiwatch.it/2016/08/30/mazzola-sulledificio-sopravvissuto/
[10] Vocabolario Italiano Devoto – Oli, 1987
[11] Ettore Maria Mazzola, “La Città Sostenibile è Possibile, Una strategia possibile per il rilancio della qualità urbana e delle economie locali – The Sustainable City is Possible, A possible strategy for recovering urban quality and local economies”. Prefazione di Paolo Marconi, Editrice GANGEMI, Roma, 2010. EAN 9788849218640
[12] https://ilrestauroarchitettonico.com/2025/03/04/restauro-critico-evoluzione-e-principi-teorici/
[13] Carlo Ceschi, “Teorie del Restauro”, Mario Bulzoni Editore, 1970
[14] “Sistemazione urbanistica dei vecchi centri bombardati e restauro dei monumenti danneggiati” pubblicato sul numero di Ottobre 1943 della rivista Genova
[15] P. Langford, The Writings and Speeches of Edmund Burke, Oxford, Clarendon Press 1981

