Le vite genovesi dimenticate

Copertina della Domenica del Corriere del 1° Marzo 1964 dedicata al viadotto di Morandi

La tragedia del 14 agosto è stata immediatamente seguita da una corsa (pubblicitaria) al “progetto gratuito” ed al “parere colto”, anche da parte di persone di dubbia conoscenza della materia specifica.

Nella totalità dei casi, comunque, sembra che tutti gli “esperti” si siano dimenticati totalmente di quello che sarà la vita di chi abbia perso la propria casa e le proprie attività commerciali e professionali a seguito del disastro!

Chiunque abbia parlato – o sproloquiato – di ricostruzione, lo ha quasi esclusivamente fatto dal punto di vista ingegneristico-architettonico, oppure meramente economico relativamente agli interessi, di Genova e del Paese – ma soprattutto della società Autostrade – che impongono una subitanea ricostruzione di questa tratta autostradale strategica.

Perfino Italia Nostra, certamente mal consigliata dalla locale Scuola Politecnica – chiaramente interessata al discorso strutturale e architettonico – si è permessa di lanciare proclami[1] atti a promuovere la ricostruzione del cosiddetto “Ponte Morandi” in quanto “monumento”.

In ogni caso, tutti sembrano aver sottovalutato il fatto che tutta la tratta – peraltro sottodimensionata in termini di corsie, nonostante la sua mastodontica ed immane presenza “sulla” città – risulti mal messa a livello strutturale quanto il tratto crollato … ergo necessitante di esser demolita!

Il progetto di Renzo Piano per il ponte sul Polcevera prevede la realizzazione di un viadotto continuo – ovvero privo delle strallature e “interruzioni” con travi “Gerber” realizzate da Morandi che, nel bene o nel male, hanno impedito una tragedia ben più grande di quella del 14 agosto. Nella più becera retorica, il progetto “griffato” da Piano propone 43 lampioni che dovrebbero proiettare delle “vele di luce” atte a ricordare la memoria delle 43 vittime del disastro.
L’assurdo progetto dell’arch. Stefano Giavazzi “per” Genova

Italia Nostra, nel difendere questa posizione – che personalmente ho già chiarito essere inaccettabile[2] da parte di una istituzione che nasce con l’intento di tutelare il nostro paesaggio naturale ed urbanizzato – ha sostenuto che, al di sotto della ricostruita autostrada, dovrebbe sorgere un parco … una giustificazione semplicistica ed ipocrita, ripresa anche da tutti gli altri difensori della “ricostruzione (com’era o non) dov’era”, tanto cara ai venditori di fumo della presunta “sostenibilità”.

Del resto in Italia e nel mondo, basta immaginare di mettere un po’ di verde qui e là ed usare parole chiave come “sostenibile”, “rigenerazione”, “riqualificazione”, oppure vantare certificazioni “bio” e “LEED” per poter promuovere e realizzare qualsiasi abominio insostenibile e deleterio … tanto nessuno andrà più a sindacare sulle parole usate per infinocchiare i polli di turno quando ci si renderà conto che quelle parole e quel “verde” non corrispondessero alla realtà! … Per esempio, pensate solo per un momento alle casette sicurissime, sostenibilissime e biologicissime di L’Aquila, che sono state evacuate dopo i recenti crolli spontanei dei balconi!

A tal proposito occorre rinfrescare la mente degli italiani, ricordando loro che, quando i piemontesi prima ed i fascisti poi, operavano gli “sventramenti” nel tessuto delle città italiane, la loro definizione – invero coniata dagli “urbanisti” al seguito di Napoleone – era “abbellimenti[3].

La letteratura successiva, ma in parte anche quella contemporanea non ufficiale, ci ha raccontato del disagio vissuto dai residenti delle aree interessate da quelle operazioni di “abbellimento”.

Il “popolino”, in quanto tale, poteva venir “deportato lontano dagli occhi e lontano dal cuore”, per far posto ai “nuovissimi e quindi bellissimi” nuovi quartieri che, nella realtà, riguardavano meri programmi speculativi atti ad arricchire gli speculatori fondiari ed immobiliari!

Tutt’oggi, ovunque risulti possibile avere un minimo di onestà intellettuale da parte degli esperti del settore – ovvero quelli che rifiutano di rilasciare pareri e perizie per 30 denari – le operazioni di “gentrificazione[4]” vengono aspramente condannate, perché la sostituzione, graduale o improvvisa, del ceto sociale residente in una zona, non significa affatto “migliorare” quella zona, ma semplicemente spostare il problema altrove, per far posto ad un intervento speculativo in un’area decisamente più appetibile per il mercato immobiliare!

E allora ai vari architetti Renzo Piano, Stefano Giavazzi, all’ing. Enzo Siviero, al cardinale Bagnasco, ad Italia Nostra, e a tutti i promotori di questa immensa follia, che guarda esclusivamente ad aspetti infrastrutturali e/o ideologici – sui cui aspetti di sicurezza non voglio tornare avendone già ampiamente parlato negli articoli precedenti[5] – vorrei chiedere: avete mai messo in conto quella che sarà la vita dei nuovi “deportati” genovesi?

Ritenete giusto demolire gli edifici e spostare la gente perché le case sotto il viadotto le considerate una schifezza? Benissimo! Tuttavia, senza la “Spada di Damocle” messa sulla testa dei residenti dall’ing. Morandi a posteriori, probabilmente quelle case avrebbero fatto meno schifo e sarebbero risultate meno pericolose per viverci! Il fatto che solo ora ci si accorga – forse e finalmente – che non si possa vivere sotto un’autostrada, non significa che queste persone debbano di colpo veder stravolta la propria vita, per il capriccio di chi ritenga che l’autostrada debba assolutamente continuare a passare da lì e che il viadotto di Morandi sia un “monumento”!

I sociologi e gli psicologi … e soprattutto i cittadini, come al solito, sembrano essere le ultime figure da consultare davanti a certe scelte “strategiche” … perché?

Avete, in questi 2 mesi, provato a chiedervi cosa ne sarà della vita di chi, nel bene e nel male, sia nato e cresciuto in quel luogo, sviluppando rapporti sociali ed attività commerciali? Avete mai immaginato cosa possa significare a livello sociale e psicologico, per un bambino o un anziano vedersi allontanare dagli affetti e dalle amicizie coltivate negli anni? Vi siete mai chiesti, a livello economico, cosa possa significare il dover riavviare un’attività economica in un luogo nuovo, o nei casi più fortunati anche nella stessa zona, perdendo però quella clientela “a chilometri zero” coltivata negli anni?

Le mie domande di natura sociale e psicologica potrebbero andare avanti all’infinito, ma so che nei vostri cuori non v’è spazio per la sofferenza altrui, quella vi interessa solo per potervi mostrare in una chiesa affollata che piange dei morti fingendo di essere emotivamente coinvolti.

Cari colleghi e signori, a Genova non si tratta di piangere solo per le 43 vittime della tragedia, ma anche per le migliaia di vite che, a seguito dell’allontanamento coatto dovuto all’egoismo di chi imponga la ricostruzione del viadotto dov’era, dovranno dire addio non solo alle case, ma anche agli affetti ed ai rapporti di vicinato creati negli anni … una violenza non dissimile da quella di Mussolini in danno dei residenti del Quartiere Alessandrino e della spina di Borgo a Roma!

Copertina della “Domenica del Corriere” del 3 marzo 1935 – La didascalia recitava: “Il Duce vibra il primo colpo di piccone per liberare l’area destinata alla Mole Littoria che, fra quattro anni, di fronte alle glorie monumentali dell’Urbe, simboleggerà la potenza dell’Italia fascista”

Ora finalmente si parla di fare un bando per la progettazione della ricostruzione e non più di regali, auguriamoci tutti che quel bando, piuttosto che riproporre la strada volante e l’allontanamento delle persone dal loro quartiere, preveda un percorso alternativo (una delle tante varianti della “gronda” o altro) che consenta all’autostrada di riprendere a funzionare ed alla gente di non essere sradicata dal suo contesto urbanistico-sociale!

La “Gronda” di Genova

[1] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2018/09/23/dopo-genova-occorre-rivedere-molte-certezze-sulla-infallibilita-della-scienza-degli-architetti-e-di-tanti-teorici-intoccabili/

[2] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2018/09/22/sulle-ipotesi-di-ricostruzione-del-ponte-di-morandi/

[3] Italo Insolera – Roma Moderna, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1962

[4] http://www.treccani.it/enciclopedia/gentrificazione_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/

[5] Oltre i già citati, cfr. http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2018/08/18/il-disastro-di-genova-segna-linizio-della-fine-di-un-immenso-castello-di-carta/ e http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2018/09/02/genova-crolli-doni-sgraditi-e-necessita-di-ricostruire-un-paese-allo-sfascio/

Un pensiero su “Le vite genovesi dimenticate

  1. Inviato da

    “Io mi fido di te, e tu?”
    Pre-giudizio

    Fidarsi o no…
    Alla base di tutto quando ci si confronta con persone di cui si conosce ben poco, si mantiene un certo iniziale distacco, al fine di far scoprire gradualmente l’altro.
    Ma distacco non vuol dire essere dubbiosi e fingere, ma essere nella semplicita’ e con gioia.
    Sara’ l’ipotetico interlocutore, in difficolta’ nell’essere se stesso che scoprira’ che l’agire con semplicita’ eliminando orgoglio presunzione, ovvero smontando le difese, gli scudi dell’insicurezza…
    Il disagio del dubbio puo’ essere positivo, ma il disagio per la rigidita’ riscoperta in se’, portera’ al comprendere meglio chi siamo e come meglio agire per il bene nostro e delle nostre azioni con il prossimo.
    Con i nostri amici conoscenti, persone con le quali si cerca di attivare un percorso di rivoluzione pacifica per il mutamento, trasformazione della societa’.
    Quale societa’,
    la stanchezza regna sovrana, tutto va per il verso di un mondo economico che pilota la nostra vita.

    Con pubblicazione nella G.U. dell’Unione Europea (6 giugno 2014) la Formaldeide dal 1 aprile 2015 viene considerata: cancerogena 1/B (Regolamento U.E. n.605/2014 del 5 giugno 2014). Per firmare la petizione promossa dall’associazione Noi Ambiente e Salute, bastano tre passaggi semplici: andare sul sito https://petiport.secure.europarl.europa.eu/petitions/it/, creare il proprio utente e registrarsi in un minuto aspettando la mail di conferma, e infine andare sul sito https://goo.gl/Ws7qNa e firmare la petizione per chiedere la sostituzione

    Le linee guida della Regione Lombardia indicano come principali settori nei quali si osserva una maggiore esposizione dei lavoratori a formaldeide:
    Sanità
    Produzione di materie plastiche
    Lavorazione del legno
    Metalmeccanica
    Fonderie di ghisa

    Cosa si trova, nel confronto con una persona che non vuole aprirsi?

    Difficoltà nella comunicazione.

    “Io mi fido di te, e tu?”
    Pre-giudizio

    Fidarsi o no…
    Alla base di tutto quando ci si confronta con persone di cui si conosce ben poco, si mantiene un certo iniziale distacco, al fine di far scoprire gradualmente l’altro.
    Ma distacco, non vuol dire essere dubbiosi e fingere, ma essere nella semplicita’ e con gioia.
    Sara’ l’ipotetico interlocutore, in difficolta’ nell’essere se stesso, che scoprira’ che l’agire con semplicita’, eliminando orgoglio presunzione, ovvero smontando le difese, gli scudi dell’insicurezza che troverà uno stato emotivo positivo, nel quale esprimere senza vigorosa sicurezza, di cui ne conosciamo l’origine.
    Il disagio del dubbio puo’ essere positivo, ma il disagio per la rigidita’ riscoperta in se’, portera’ al comprendere meglio chi siamo e come meglio possiamo agire per il bene nostro e delle nostre azioni con il prossimo.

    Con i nostri amici, conoscenti, persone con le quali si cerca di attivare un percorso di rivoluzione pacifica per il mutamento, trasformazione della societa’, è una nuova opportunità forse sino ad ieri oscura.
    Quale societa’ ?
    la stanchezza regna sovrana, tutto va per il verso di un mondo economico che pilota la nostra vita.

    Ci vuole pazienza, certo.
    Ci vuole collaborazione, da chi è timido e si vergogna ad alzare la mano.
    Ci vuole disponibilità ad ascoltare e ad essere accorti a cosa gira attorno a noi.
    Ci vuole attenzione nel collegare i temi teorici del Progetto- anche uno alla volta, e concretizzarlo nei piccoli passi.
    Ci vuole Amore compassionevole, togliendo di dosso il rigore ed aprire al cuore…

    Pur con tolleranza ed attenzione, con pazienza e serenità’ accogliere le difficoltà dell’altro come contributo, al fine di scoprire in nuovo dentro e fuori di noi. Agendo nella calma.

    Interessante lezione,
    Se poi si analizzano le linee guida teoriche che ispirano l’operato del Professore, si scopre che esiste la necessità di etichettare per distinguersi ( giustamente) dall’operato nella mediocrità di molti progettisti sul territorio.
    Ovviamente ogni sede universitaria possiede un suo filo conduttore, vuoi chiamato “biourbaniatica”, vuoi “ progettazione biofilica” (coniata dal biologo americano Edward Wilson).
    Certamente la nuova metodologia, si auspica possa espandersi in altri dipartimenti, quale progettazione transdisciplinare, che consenta di poter intervenire nel territorio con “la consapevolezza”per esempio indicata dal percorso meditativo di
    Thích Nhất Hạnh, o con spirito guida indicatoci da Doju Dinajara Freire.
    Assistiamo ad una evoluzione colta del pensiero che partendo dall’analisi dello spirito del luogo, di shultz-iana memoria ci ha condotti alla concretezza della “aula cognitiva”, “aula immersiva” grazie alla riqualificazione di edilizia scolastica, avvenuta in forma sperimentale in Valle D’Aosta. Grazie al gruppo di ricerca NASA (nuova architettura sensibile alpina) e dalla metodica “dell’ecologia Affettiva “del professor Barbiero….
    Quindi che possiamo pensare?
    Che le discipline tecniche umanistico/ sociali possano interfacciarsi con chi amministra il quotidiano, con la “triste realtà “ degli interventi sul territorio.

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