Salviamo la Basilica di Norcia dalla follia radical-chic dell’Arcivescovo di Spoleto e Norcia

Sono esterrefatto! Non riesco ancora a credere a ciò che ho letto[1] questa mattina !!!! L’arcivescovo di Spoleto e Norcia, Monsignor Renato Boccardo, parlando della ricostruzione post-terremoto nelle terre d’Umbria ha affermato «Io rimango fermamente convinto della mia idea: ricostruire tutto come prima vorrebbe dire fare un vero falso, e la basilica già lo era, ne vale la pena? Il terremoto lascia un segno, non solo nelle persone, ma anche nei monumenti, negli edifici. Perché allora non collegare i pezzi rimasti della basilica con qualcosa di oggi? Si lascerebbe un segno nella storia, mostrando anche la capacità dell’uomo di oggi di ricostruire qualcosa di bello. Potrebbe diventare anche un’attrazione turistica. Bisogna portare avanti una riflessione aperta a tutte le idee».

La Basilica di San Benedetto a Norcia prima del sisma dell’ottobre 2016
La Basilica di San Benedetto a Norcia subito dopo il crollo

Forse è arrivato il tempo che qualcuno interdica dal proprio esercizio certi soggetti i quali, per il ruolo che rivestono, possono far più danni del terremoto!

Sono anni che mi chiedo se non possa esserci un vero e proprio disegno, opera del demonio, a guidare le scelte scellerate che la CEI ha, in più casi, dimostrato negli ultimi decenni. Appare quasi una beffa che, proprio in quelle terre non lontane da Foligno, Monsignore non provi la minima vergogna nel sentenziare la definitiva condanna a morte, piuttosto che la rinascita, di uno dei simboli cristiani più potenti, la Basilica di San Benedetto a Norcia.

E già Monsignore, come ha fatto a dimenticare così presto il fallimento totale dell’immonda offesa al Cattolicesimo e ai cittadini folignati da parte della CEI e dei coniugi Massimiliano Fuksas?[2]

La “Chiesa” di San Paolo a Foligno

Quando venni invitato per la prima volta ad esprimermi su quello sgorbio sgrammaticato che definite una Chiesa, scrissi: «Sicuramente i coniugi Fuksas l’hanno fatta grossa, ma ora non riesco a prendermela con loro, poiché le loro idee autoreferenziali – anni luce lontane dal senso comune e dai concetti di decorum e concinnitas – sono ben note a tutti, quindi non posso non restare sgomento per la decisione assurda, ridicola, patetica e retorica della Conferenza Episcopale Italiana la quale, […] vuole mostrarsi moderna utilizzando il “mezzo” architettonico, contravvenendo al principio del rispetto della società e dei fedeli». La CEI, infatti, motivò la scelta «come segno deciso e innovativo, che risponde alle ricerche internazionali più avanzate, divenendo il simbolo della rinascita della città dopo il sisma!»

Caro Monsignore, come fa ad ignorare che quell’immondo scatolone venga regolarmente ignorato dai fedeli? I cari amici locali che mi avevano chiesto di scrivere l’articolo citato, mi raccontarono infatti che molti folignati avessero deciso di non far prendere la Prima Comunione ai propri figli, la drastica misura era l’adeguata risposta al fatto che, per obbligare la gente ad andare nella chiesa-bunker, la Diocesi locale avesse chiuso le strutture per la catechesi delle tante piccole chiese preesistenti nella zona, fagocitata dalla “Chiesa” di San Paolo progettata dai Fuksas … è questo il successo cui ambisce? O forse, visto che suppone che possa “diventare anche un’attrazione turistica, ambisce al “successo” di Foligno dove, perfino gli studenti – opportunamente lobotomizzati nelle facoltà di architettura – ignorano quel immondo forziere di Paperon dé Paperoni privo di cupola?

Mi sono anche chiesto se lei creda che, per poter conservare meglio il “segno da lasciare nella storia” le occorra le un altro congelatore[3] al pari di San Paolo a Foligno?

Cosa le ha fatto di male San Benedetto? È forse la sua regola “ora et labora” a disturbarla? Ebbene, sappia che a molti italiani, e non solo, quello che ha dato tanto disturbo del suo discorso è stato il suo modo di “orare” a sproposito! … e non creda che la sua retorica frase “la priorità deve essere l’attenzione alla vita della gente” possa sminuire la gravità delle sue parole!

Monsignore, io sono un Cattolico, sebbene non tanto osservante, tuttavia sentendo le sue parole mi accorgo di avere a cuore la nostra religione e i nostri simboli molto più di lei!

Caro Monsignore, per analogia, vorrei tanto che lei potesse rendersi conto del fatto che l’obiettivo di cancellare i simboli identitari dei luoghi, non appartiene agli uomini di fede e di pace, ma ai criminali “signori della guerra” i quali, da sempre, lasciano segni così profondi da far sì che nulla e nessuno possa farli dimenticare.

Sin dall’antichità i signori della guerra si sono serviti di uomini (anche se è difficile poter adoperare questa definizione), disposti a far violenza sulle persone e le cose, affinché l’offesa e il terrore potesse rimanere a perpetua memoria del loro passaggio e della sconfitta.

La guerra, da sempre, ha comportato distruzioni e ammazzamenti e, soprattutto, ha comportato il tentativo di cancellare per sempre quella memoria in grado di risollevare l’amor patrio e l’orgoglio della gente.

Alla luce delle sue parole irresponsabili, figlie di una visione ideologicamente compromessa, oltre che profondamente errata della modernità, voglio condividere, con lei e con i lettori, un passaggio di uno splendido testo nel quale mi imbattei all’epoca in cui ero studente di architettura … oggi più che mai attuale: “Teoria e Storia del Restauro” di Carlo Ceschi[4].

In particolare mi colpì il capitolo XII, Esperienze di Guerra e Problematiche della Ricostruzione dove, in maniera umile e obiettiva, l’autore raccontava come l’orribile evento bellico avesse mandato a farsi friggere tutte le pompose teorie del restauro sviluppatesi dalla Carta di Atene del ’31 in poi.

Ceschi iniziava così quel capitolo:

«Le notti del 22 e 23 ottobre 1942 la guerra nella quale anche gli italiani si erano trovati coinvolti, ebbe una svolta decisiva.

In quelle notti iniziarono con Genova i bombardamenti aerei a tappeto che dovevano subito dopo ripetersi a Torino e Milano e via via intensificarsi per tutta l’Italia.

Da quelle notti chi come me si trovò a fronteggiare l’azione devastatrice della guerra sui monumenti, capì che le teorie del restauro, caute ed equilibrate, da pochi anni entrate nella pratica dei restauratori subivano un grave colpo, mentre si faceva drammatico il problema della conservazione delle vecchie città e dell’ambiente storico tradizionale».

Andando avanti in quel capitolo, e raccontando quello che potesse essere il conflitto morale nell’anima di chi doveva operare, Ceschi citava un suo articolo del 1943 nel quale spiegava bene quello che potesse – ed è tutt’oggi – il dilemma:

«La distruzione di un monumento d’arte ha sempre superato nella memoria anche lo stesso dolore per la perdita delle vite umane, per il fatto che la natura seguita a provvedere al rinnovamento degli uomini, la cui vita è limitata nel tempo, mentre nessuna forza naturale potrà mai produrre l’opera d’arte perduta, anche se questa era nata per l’eternità […]. È chiaro che l’urbanistica deve oggi considerare il fattore guerra, apparso in tutta la sua formidabile importanza soltanto dopo l’intensificarsi dei bombardamenti aerei […] È degno delle nostre tradizioni di cultura e intelligenza questo reagire col pensiero alla brutalità degli eventi, questo superamento della sofferenza in una ricerca di spiritualità fattiva, questo prepararsi ai compiti costruttivi del domani, in pieno processo distruttivo. Bisogna soltanto che ogni nostro pensiero sia posto su un piano di ordine morale quanto più alto e perfetto possibile, perché le opere che da esso discenderanno sul piano d’ordine pratico siano espressione di un ideale superiore non contaminato da interessi volgari ed egoistici. Nei centri originari delle nostre città, edifici comuni ed edifici artistici coesistono, variamente collegati tra loro, a costituire quel cosiddetto ambiente che ne forma la caratteristica fisionomia.

[…] è necessario che il fattore economico, finora dominatore assoluto di ogni decisione urbanistica, venga riportato al suo giusto posto di subordinazione e che l’interesse privato cessi di avere valore risolutivo.

La città è dominio pubblico anche se composta di proprietà private, essa è l’ambiente in cui vivono, lavorano, producono tutti i cittadini, e le sue strade, le sue piazze, i suoi giardini ed anche le facciate delle case che limitano le strade e piazze costituendone la fisionomia, appartengono alla vita comune. Questo concetto fondamentale è necessario tenere presente nel preordinare la fase ricostruttiva delle nostre città ferite

Potrei andare avanti nel citare quel testo illuminante, ma queste righe sono più che sufficienti a far capire quanto risulti importante il rispetto del bene e del bello condiviso, piuttosto che il volere egoistico e ideologico del singolo “restauratore” o teorico del restauro … o del radical-chic che sposi certe teorie solo “perché dette dagli esperti”, al fine di sembrare anche lui “esperto”!

La teoria del restauro, messa davanti al dramma della guerra era andata in pezzi, i cittadini chiesero – e fortunatamente ottennero, nonostante le critiche violente di Cesare Brandi – la ricostruzione di edifici e brani di città nei quali si identificavano: il senso d appartenenza, il senso di identità è di gran lunga superiore a qualsivoglia stupida accusa di falsificazione della storia!

Aver esteso all’architettura e all’urbanistica il concetto di “falsificazione della storia”, peraltro nato per tutelare il mercato nero dei reperti antichi, è cosa folle, e lo è ancora di più se si pensa a quanto ho avuto modo di spiegare.

Molti tendono a fare ulteriore confusione, andando a ricercare le origini di questa follia negli anni in cui le “sinistre” erano al potere, riportando il tutto all’abominevole Carta di Venezia del 1964 … ignorando del tutto il fatto che certe idee in Italia fossero state introdotte molto prima, con la legge fascista del 1938, “Istruzioni per il Restauro dei Monumenti”, che al punto 8 ammoniva: «per ovvie ragioni di dignità storica e per la necessaria chiarezza della coscienza artistica attuale, è assolutamente proibita, anche in zone non aventi interesse monumentale o paesistico, la costruzione di edifici in «stili» antichi, rappresentando essi una doppia falsificazione, nei riguardi dell’antica e della recente storia dell’arte».

Certe idiozie non vanno analizzate dal punto di vista politico, ma solo in relazione alla volontà popolare di poter mantenere i simboli della propria identità … originali o “falsi” che siano!

Caro Monsignor Boccardo, il Patrimonio Mondiale non può dipendere dalla volontà di gente ignorante e senza cuore, perché la perdita di un monumento è la perdita dell’identità di un popolo e, se vogliamo realmente aiutare queste povere popolazioni a ricostruire se stesse, dobbiamo in primis provare a ricostruire la loro identità!

Chiudo quindi ricordando a Monsignore che il termine campanilismo viene dall’orgoglio medievale per il proprio campanile, ergo la propria chiesa, per cui gli chiedo ancora una volta: … lei gradirebbe che gli abitanti di Norcia perdano il loro Campanile solo perché, nel suo ristrettissimo modo radical-chic di vedere all’architettura, si tratterebbe di un “falso”?

[1] http://tuttoggi.info/terremoto-boccardo-ricostruire-casette/420339/

[2] https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_533.pdf

[3] https://archiwatch.it/2016/01/04/la-chiesa-congelatore/

[4] Per chi fosse interessato, ho visto che è possibile trovarlo tramite Amazon https://www.amazon.it/Teoria-storia-restauro-Carlo-Ceschi/dp/B00E4Q7TZK

3 pensieri su “Salviamo la Basilica di Norcia dalla follia radical-chic dell’Arcivescovo di Spoleto e Norcia

  1. Ca…pperi ! Dico solo poche cose : la chiesa di San Benedetto a Norcia andava messa in sicurezza, cioè in grado di resistere a successivi eventi sismici sopportando danni relativi, già dopo le scosse del 1997, dove avrebbe già dovuto subire meno danni di quanti ricevuti grazie agli interventi previsti dopo il sisma del 1979.
    La Curia Romana, come tutta Chiesta Apostolica Romana, vive nel tempo, che è tempo storico e dunque respira ( e risente di ) tutto ciò che gli uomini di quel tempo pensano dicono e sopratutto…fanno, cercando di ricondurre il più possibile quei pensieri, parole e azioni, al dogma del Cristianesimo, alla verità rivelata da nostro Signore. Ora non avendo noi il ministero di tale “traduzione”, possiamo solo rimarcare, come egregiamente riportato in questo articolo, come esistano delle clamorose discrepanze fra il linguaggio parlato dai luoghi deputati allo svolgimento del rito religioso sin dalle origini, da quello squadernato senza vergogna nella chiesa di Foligno. Forse lo sbraco, lo squadernamento, la pernacchia, sono un segno dei tempi ma mi sembra piuttosto che dietro ci sia una grande abilità nel far circolare soldi facili. E le due cose si tengono. Evidentemente ambedue piacciono tanto da tentare una replica nella povera Norcia di oggi.

  2. se veramente quello che si vuole è salvare e riunire la comunità allora consiglio una buona lettura:

    Architettura delle chiese provvisorie
    a cura di Claudia Manenti
    Editore: Bononia University Press
    Collana: Centro studi per l’architettura sacra e la città
    Anno edizione: 2016
    Pagine: 200 p., ill. , Brossura
    EAN: 9788869231711
    questo è quello che abbiamo fatto noi in emilia dopo il terremoto, pagato dalla curia di Bologna!. non una chiesa ma nemmeno una tenda! un luogo dove la comunità si è potuta incontrare e riunire in attesa che venisse sistemata la loro vecchia chiesa

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