La mia filosofia professionale

Progettazione Architettonica
Il mio approccio alla progettazione architettonica parte dalla necessità di relazionarsi sempre con il carattere e le tradizioni del luogo in cui si interviene.
I miei progetti non vengono mai studiati come fini a se stessi, ma come facenti parte di un organismo più complesso che spazia dalla dimensione urbana a quella architettonica, fino alla definizione del più piccolo dettaglio. Questo perché l’influenza della piccola scala sulla grande, e viceversa, è un argomento di fondamentale importanza per la riuscita, o il fallimento finale, del progetto.
Diversamente dalla tendenza attuale dell’architettura, interessata ad un mero processo industriale dell’edilizia, l’architettura che propongo mira a ricollegare quel filo che teneva legate tra loro le più disparate attività artigianali. In aggiunta al vantaggio estetico per le nostre città che un tale approccio potrebbe comportare, sono infatti convinto che, puntare sull’artigianato, significhi poter rinvigorire la piccola e media imprenditoria locale.
«L’architetto, al suo più alto grado, ha il compito di attestare il ben-fondato. Questo vuol dire che, al proprio livello, l’architetto deve imporre a sé stesso il compito di presentarsi come lo spirito che dà fondamento al bene, perché il bene e il bello si co-destinano: in vista di questo progetto, di cui l’architetto è l’elemento ordinatore, deve saper fare cooperare l’insieme più ampio possibile delle attività artigianali. La missione architettonica – ma anche armonica – dell’architetto consiste nel mantenere la dignità operativa di tutti gli stati socio-corporativi che partecipano all’atto di costruire e che sono minacciati dall’industria.
Arti e Tecniche si fondono una nell’altra solo quando l’architetto ne assicura la vicinanza e l’articolazione; la tradizione dell’artigianato e delle corporazioni – fabbri, intagliatori in pietra, incisori, ceramisti, stuccatori, carpentieri, parquettisti – può mantenersi quindi solo all’interno dell’armonia complessa e diversificata dell’opera architettonica, nel rifiuto della modernità rappresentata dal “principio dell’economia”, distruttore dell’arte nella sua stessa essenza.
L’opera architettonica deve essere espressione di questa completezza risolta. Interamente disegnata, formata, costruita operata, perfino nelle parti non visibili dell’edificio, un microcosmo in cui sono accolti e dotati di forma tutti i materiali che l’universo può offrire.»
Jože Plečnik

Progettazione Urbana
Il mio approccio alla progettazione urbana, come quello all’architettura, considera l’inscindibilità dell’urbanistica dall’architettura così come dai dettagli più piccoli. Al centro del mio approccio c’è un tentativo di un ritorno alla scala umana, ovvero c’è l’attenzione alla qualità della vita dei residenti, intendendo con essa non solo la facilità di movimento, ma anche la piacevolezza degli spazi abitati, il che genera la riscoperta del senso di appartenenza al luogo, nonché del bene e del bello comune.
Animato da questo programma, nella mia progettazione pongo la massima attenzione alla riscoperta di una serie di aspetti troppo spesso ignorati da parte dell’urbanistica modernista:

  • le sequenze urbane (che introducono ad una quarta dimensione) dove gli spazi pubblici necessari per una corretta aggregazione e socializzazione (piazze, slarghi, piazzette, porticati, ecc.) fungono da cerniere e riferimenti per il fruitore;
  • il contenimento dello spazio, inteso come il giusto rapporto tra l’ampiezza delle strade e/o piazze e l’altezza degli edifici che le delimitano;
  • la progettazione dei margini o limiti dell’intervento, atta ad impedire lo sviluppo “a macchia d’olio”;
  • la commistione delle funzioni per ovviare al disastro socio-ambientale della politica dello zoning;
  • la necessità di variare i fronti stradali edificati per ovviare alla bruttura dei quartieri dove gli edifici vengono riprodotti all’infinito con lo stampino, questa variazione dovrebbe applicarsi anche nel caso di più edifici costituenti un unico blocco urbano, … se ci sono più corpi scala significa che ci sono più edifici e, in questo caso, non si comprende perché si debba clonare sempre lo stesso tipo … eccezion fatta per l’interesse del costruttore;
  • infine, gli aspetti sociali degli interventi, le nuove realtà urbane dovrebbero servire all’integrazione ed alla socializzazione degli abitanti, e non al loro isolamento, gli studi sociologici dell’inizio del XX secolo – per esempio Domenico Orano sugli atti di vandalismo prima dell’intervento dell’ICP per il quartiere Testaccio di Roma – portarono al riconoscimento del ruolo pedagogico e sociale dell’Architettura e dell’Urbanistica.

Alla luce di quanto sopra appare dunque chiara la necessità di riaffermare il valore della continuità tra case, strade e piazze, ovvero tra i luoghi deputati agli aspetti privati della vita di ogni giorno e quelli destinati ad un ambito di relazioni allargate: i nuovi quartieri (ma anche la riqualificazione di quelli esistenti) dovrebbero intendersi come degli spazi compositi in cui le case, e/o gli edifici speciali, sono solo un elemento della composizione urbanistica, importante ma non sufficiente a soddisfare le necessità di incontro e relazioni sociali!

Restauro
Restaurare un monumento è un atto di devozione nei confronti dello stesso. La definizione di “restauro” nulla ha a che fare con l’attuale tendenza “creativa” – da parte dei professionisti della materia – che consente loro di modificare il monumento per “attualizzarlo”. In altre parole, il restauro non può considerare legittimo l’atto violento dell’inserimento della firma architettonica dell’autore, giustificata dalla necessità – fasulla – di dover distinguere la parte originale da quella restaurata. Questo “moderno” approccio, basato sulla “prevenzione della falsificazione”, ha origini – e soprattutto conseguenze – ben note. I danni apportati al patrimonio a causa di questo orientamento suggeriscono che oggi si debba propendere per un approccio filologico, ovvero basato sulla conoscenza della storica e costruttiva del manufatto necessaria ad istituire un rapporto tecnico (e non solo figurativo) con l’edilizia storica, che consenta di essere in grado di riparare gli edifici danneggiati utilizzando tecniche, materiali e metodi analoghi agli originali. In materia di “restauro urbano”, questo approccio filologico consente altresì di progettare nuovi edifici in continuità linguistica con la tradizione.
Una larga diffusione di questo mio approccio filologico consentirebbe di tornare a produrre un mondo costruito molto più rispettoso dell’ambiente e del bene comune.
Questa filosofia del restauro, coerente con la visione dell’urbanistica e architettura, aiuterebbe a generare una vasta manodopera specializzata in tecniche tradizionali, tale da poter ridurre drasticamente i costi necessari per il mantenimento in vita del nostro patrimonio architettonico.

3 pensieri su “La mia filosofia professionale

  1. In tal senso molto c’è da fare e promuovere. Il modello economico dominante ha pervaso di se l’urbanistica e l’architettura delle città contemporanee fin dentro l’estetica degli edifici che ne riflette fedelmente la miseria linguistica e gli scopi unicamente speculativi.

  2. Condivido in gran parte la tua filosofia professionale che è sempre stata anche la mia, e soprattutto la parte relativa alla progettazione urbana che ritengo l’esatto contrario dell’urbanistica, la pretesa scienza che avrebbe dovutoi regalare all’Umanità – e soprattutto a noi Italiani – città radiose e depurate dei mali che affliggevano quelle “vecchie”.
    Fin dai miei primi contatti con le normative messe ad impedire la libera espressione delle capacità di chi progetta (e a creare centri di potere – commissioni edilizie, uffici tecnici ecc.) ossia fin dagli anni settanta, ho preso cognizione dell’assurdità di pensare alla città come a un insieme di parametri, di indici, di statistiche e di calcoli attuariali. Fra i miei libri professionali ce ne sono alcuni dai quali è assente qualunque disegno: solo tabelle, vettori, grafici….
    L’urbanistica? Una manifestazione di paranoia; una URBANOIA, la definisco in alcune mie paginette che, forse, oggi parecchi giudicherebbero profetiche.

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