Perché le Chiese Moderne sono brutte?

Prefazione

L’articolo intitolato “Dibattito. Chiese che non sembrano chiese? Un’altra tradizione per comunità rinnovate”, pubblicato da “L’Avvenire” dello scorso 22 gennaio 2022, mi ha riportato in mente quanto ebbi modo di scrivere, evidentemente senza alcun risultato in ambiente CEI (perché il problema è solo e soltanto lì), nel 2011, sul n°64 della rivista Radici Cristiane.

Il testo de “L’Avvenire” infatti, riprendendo un articolo intitolato «L’architettura della chiesa non vuole più impressionare, ma proteggere» pubblicato da “El País”, spiegava: «(l’articolo n.d.r.) di Anatxu Zabalbeascoa è dedicato alle due chiese di Mario Cucinella a Mormanno (Cosenza) e di Benedetta Tagliabue a Ferrara (già oggetto in queste pagine[1], insieme a quella di Francesca Leto a Olbia, di un articolo di Leonardo Servadio).

«Molti templi recenti – scrive la giornalista specializzata in architettura – riflettono la ricerca di vicinanza e verità perseguita dalla nuova liturgia che si svolge al loro interno». E prosegue: «Più accoglienti che abbaglianti, nelle chiese contemporanee il tatto sembra aver sostituito la vista. È l’umiltà che attira l’attenzione. L’austerità oggi sembra più convincente dell’opulenza, mentre la religione stessa si confonde nei templi con un’identità più spirituale – ed ecumenica – che rappresentativa di una fede incrollabile. La realtà è entrata nella Chiesa per avvicinarsi al conforto dei credenti».

È raro incontrare una lettura del problema dell’edificio chiesa così seria, sensibile e attenta. Di certo è impossibile trovare un articolo simile sulla stampa italiana, dove il tema della nuova architettura per il culto ritorna in modo ciclico ma con una polarizzazione semplificante e sviante. Da una parte il panegirico dell’archistar. Dall’altro la retorica che vuole le chiese moderne tutte brutte. Sia chiaro, il problema esiste e ha molte cause, ma questo approccio evita la complessità e l’eterogeneità del panorama. I giudizi si rivelano pregiudizi (l’affermazione che le chiese moderne siano tutte brutte ha la stessa qualità logica di quella per la quale immigrazione significa criminalità) e ignorano come metro le ragioni e le richieste, altissime anche in termini di responsabilità e di fantasia, della liturgia nata dal Vaticano II.

A mancare è, in sostanza, una critica preparata – ma anche una educazione dei fedeli. Gli stessi toni animano molti dei commenti sui social ad articoli e immagini di chiese moderne e contemporanee. Ciò che in genere viene contestato è il fatto che una chiesa non sembri tale. Sembra un problema di tradizione, in realtà è un fatto di consuetudine. La chiesa, secondo questo principio, dovrebbe essere una edificio allungato dotato di abside, facciata a salienti, meglio se con un rosone.

È un’idea storicista di chiesa, non storica (…)».

Purtroppo, per l’autore dell’articolo, la conoscenza del termine “storicista” è cosa ignota, sicché usa il termine a sproposito, commettendo, lo vedremo, un autogol clamoroso.

Il suffisso “ismo”, infatti, sta a significare una forzatura, personale, del termine citato, si pensi per esempio a tutti i movimenti avanguardistici dell’Otto-Novecento i quali presumevano di rappresentare una visione “moderna” (modernismo) o addirittura del “futuro” (futurismo), secondo il proprio punto di vista, ideologico, e non sulla base di dati fattuali, evidentemente impossibili da considerare.

Se prendiamo in mano un dizionario della lingua italiana, tra le varie spiegazioni del termine possiamo leggere: “È usato anche come sm. pl. (ismi) per lo più con valore spregiativo, per indicare movimenti spirituali, specialmente artistico-letterari contemporanei, ritenuti artificiosi e passeggeri”.

Se l’autore dell’articolo fosse stato più accorto, approfondendo meglio la differenza sostanziale tra un atteggiamento “storico” e uno “storicista”, avrebbe dovuto convenire che uno storico dell’architettura corretto dovrebbe limitarsi a riportare, onestamente e senza preconcetti, la pura descrizione dei fatti, scevri da qualsivoglia interpretazione di parte.

Uno storico dell’architettura onesto, infatti, non può non riconoscere il fatto che, prima dell’avvento del “modernismo” – o più correttamente del “funzionalismo” – gli architetti, pur innovandosi stilisticamente, avevano progettato e costruito nell’assoluto rispetto del passato, ovvero senza operare delle cesure drastiche come quelle imposte dagli autori e dai teorici del “moderno” i quali, per ragioni ideologiche – o per mera ignoranza e malafede – teorizzarono l’azzeramento della storia.

Diversamente, lo “storicista”, succube della propria ideologia, tende a catalogare tutto secondo i propri schemi, non accorgendosi (in malafede) del fatto che, nella realtà dei fatti, gli “stili” si siano sovrapposti tra loro, anche per secoli, sfumando da un carattere all’altro e creando un mondo in cui la varietà stilistica risulta perfettamente armonizzata, tanto da aver creato caratteri diversissimi da luogo a luogo: Lo “storicista” ripone la storia dell’architettura in cassetti organizzati cronologicamente, rigorosamente chiusi e vietati di riaprire … per evitare “falsificazioni della storia”.

Ma nell’articolo de “L’Avvenire” c’è di più, perché alla confusione terminologica su “storia” e “storicismo” l’autore, affermando che il problema sia ”la mancanza di una critica preparata – ma anche una educazione dei fedeli”, aggiunge al danno la beffa!

Secondo il giornale della CEI infatti, il problema estetico non risiede nel fatto che le chiese moderne facciano schifo e allontanino i fedeli – come nel caso di Foligno[2] – ma nell’ignoranza di chi non riesca a comprendere, cosa che porta l’autore a fare appello alla necessità di dover “educare i critici ed i fedeli” per poter capire e apprezzare certe schifezze … un po’ come nello sketch comico di Giobbe Covatta che diceva: “non siamo no ad essere razzisti … sono loro che sono napoletani!

Davanti a tanta arroganza, non posso che ribadire – riportandolo di seguito – ciò che ebbi modo di scrivere, ben 11 anni fa, su Radici Cristiane. Anche in quel caso, infatti, volli chiarire alcuni punti in merito alle inqualificabili parole, molto poco cristiane, pronunciate dall’eminente teologo Paolo Sigurani contro chi criticava l’assenza della croce sulla Chiesa di Richard Meier a Roma.

Perché le Chiese Moderne sono brutte?

Le recenti dichiarazioni rilasciate all’Osservatore Romano da parte del prof. Paolo Portoghesi e del Cardinale Gianfranco Ravasi sull’architettura delle nuove chiese, ma soprattutto i commenti a quell’articolo comparsi sul web (“fidesetforma.blogspot.com”, “chiesa.espressonline.it”), danno lo spunto per riflettere sulle ragioni del perché l’architettura ecclesiastica risulti oggi così lontana da ciò che è stata in passato.

La discussione intorno alla progettazione delle chiese è oggetto di un dibattito tra due posizioni antitetiche che rischia di portare fuori strada. Una situazione simile a quella del dibattito sull’architettura residenziale dove, parlando di “periferie”, sono venute a svilupparsi due correnti di pensiero che viaggiano su binari paralleli che rischiano di non incontrarsi mai per porre rimedio al problema.

Se analizziamo gli argomenti dibattuti da decenni intorno alle periferie, ci rendiamo conto che i “contendenti” avrebbero la necessità di riporre l’ideologia (culturale e politica) da parte, imparando a fare autocritica prima di emettere delle sentenze immodificabili, che poco o nulla hanno a che fare con la realtà storica. Si veda per esempio lo scontro ideologico tra esponenti di certi ambienti sinistrorsi, assolutamente convinti che l’architettura classica-tradizionale sia fascista, ed altri, appartenenti a certi ambienti destrorsi, fermamente convinti che quella delle periferia sia un’architettura di matrice sovietica. Ebbene nessuna delle due posizioni corrisponde a verità, poiché l’architettura modernista, tipica delle periferie, è semplicemente il risultato dell’applicazione incondizionata delle imposizioni teoriche di Le Corbusier, sponsorizzate dall’industria automobilistica ed edilizia!

Per quanto riguarda il dibattito sull’architettura delle chiese in Italia invece, leggendo dall’esterno, sembra che negli ambienti religiosi si registri la presenza di due schieramenti, da un lato quello “modernizzatore” che a partire dagli anni ’50 del secolo scorso ha portato alla proliferazione di edifici religiosi non dissimili dalla peggiore edilizia speculativa di periferia, e dall’altro uno “più conservatore” – che vorrebbe un ritorno ai canoni classici – che però appare ininfluente sulle decisioni artistiche e architettoniche, nonostante le dichiarazioni degli ultimi due Pontefici.

Spesso queste posizioni entrano in conflitto, ma questo conflitto non vede schierati dietro le barricate i rappresentanti del Clero … forse perché sarebbe un pessimo esempio da dare ai fedeli? Chi combatte apertamente per il ritorno alla tradizione è generalmente una persona comune  (indipendentemente dalla sua estrazione culturale e politica), e lo fa in quanto credente convinto della necessità di celebrare il Bene Comune e il Nome di Dio. Come diceva Gustavo Giovannoni: «[…] innanzitutto ogni architetto dovrebbe accostarsi alla progettazione di una chiesa con timorosa riverenza, non col vano pensiero di erigere un monumento a sé stesso, ma con quello alto ed unico di elevare una preghiera a Dio…», mentre chi combatte per l’applicazione incondizionata delle più moderne teorie dell’architettura è invece prevalentemente un rappresentante del mondo religioso.

Quest’ultima riflessione la dice lunga sul perché il pensiero modernistico prevalga: che influenza può avere il pensiero di un comune mortale, benché spinto dall’amore verso il Signore, rispetto al parere “tecnico-spirituale” di un uomo di Chiesa o addirittura un teologo?

Ciò che dispiace maggiormente è il fatto che certi rappresentanti della Chiesa sembrino sordi alle richieste di quei fedeli, e preferiscano farsi strumentalizzare da architetti, critici e storici, “adepti dell’architettura modernista” – il cui credo religioso spesso nulla ha a che spartire con il Cattolicesimo – che li hanno convinti che l’uso dell’immagine modernista possa dimostrare la modernità della Chiesa come istituzione.

Ricordo per esempio un intervento televisivo di un personaggio tutt’oggi ritenuto un’autorità nel campo dell’architettura, Bruno Zevi – che apparteneva ad un Credo diverso da quello Cattolico – il quale sosteneva la necessità per le chiese di liberarsi dagli schemi tradizionali e utilizzare ambienti polifunzionali a pianta libera.

Detto ciò, ritengo che non possa esserci malafede, o disinteresse verso la celebrazione del Divino, da parte di quegli uomini di Chiesa che sostengono il modernismo, piuttosto penso che anch’essi vivano in balia di un’élite di teorici dell’architettura che li manipola a dovere, sicché, totalmente convinti di essere nel giusto, tentano di portare avanti un’idea di “modernizzazione” basata sull’immagine, nel vano tentativo di far apparire la Chiesa Cattolica la più moderna delle religioni; ma, agli occhi del comune mortale, che non si riconosce più negli spazi sacri che gli vengono proposti, questo viene letto come un gesto eclatante di matrice mediatica che, nella società dello spettacolo, sembra essere l’unico modo per attirare l’attenzione.

Ma quale può essere la ragione di questo atteggiamento? Sono arrivato a chiedermi, forse sbagliando, che una risposta a questo dilemma possa venire dalla Psicologia, piuttosto che dallo studio della Filosofia o della Storia dell’Architettura e dell’Arte, antica e moderna. Ho pensato alle accuse che sono state rivolte in passato alla Chiesa, ed ho pensato a quello che succede negli individui comuni che sono stati accusati, o che davvero si sono macchiati di un qualsivoglia peccato, così mi sono chiesto: quanto può pesare vivere nel senso di colpa? Quante volte, la storia ci insegna, Paesi e politici cresciuti nel senso di colpa sono arrivati a fare scelte sbagliate pur di rifarsi un’immagine?

Quest’ultima riflessione mi ha portato a pensare che, probabilmente, l’accusa di aver combattuto per secoli la scienza, abbia fatto sviluppare, all’interno di alcuni ambienti della Chiesa, la tendenza ad accettare passivamente qualsiasi cosa gli venga oggi imposta dagli “ambienti modernisti colti“, quasi in una sorta timore d’essere accusati nuovamente di inquisizione! Questa sua “debolezza”, ereditata dal passato, sembra esser divenuta argomento di ricatto morale nei suoi confronti da parte di teorici dell’architettura molto influenti, i.e. il caso di Zevi prima menzionato, i quali non hanno minimamente alcun interesse al Sacro, essendo interessati al solo discorso “artistico” modernista. Il timore reverenziale che certe critiche architettoniche, esterne alla Chiesa, possono avere sugli uomini di Chiesa è secondo me all’origine delle recenti discutibili affermazioni del teologo P. Sigurani che, alla domanda «perché sulla chiesa di Meier non c’è una grande croce?» rispose «È strumentale che nella polemica sulla “chiesa senza croce” siano laici nostalgici e codini a rimproverare, a torto, ai cattolici l’assenza del crocifisso […] Questa bufera nasce da una clamorosa ignoranza: è tutto l’edificio ad essere evangelico. Chi critica il progetto non conosce il simbolismo cristiano […] L’edificio di Meier è il segno del rapporto fra spirito e materia, anzi è più tipicamente cristiano della basilica di San Paolo, [????] già siamo invasi da crocifissi desacralizzati al collo di attrici e modelle: il segno fondamentale non è la croce bensì la comunità che si riunisce per celebrare il mistero della resurrezione. Non cambia nulla che architettonicamente il simbolo ci sia oppure no. Il progetto riflette la volontà di entrare in dialogo con gli individui e il sociale[3]».

La rigidità di questa posizione nei confronti di chi, dal basso della sua posizione “ignorante”, rivendicava la presenza del simbolo della croce diviene disarmante. Nonostante ciò, però, sono convinto che la responsabilità di certe affermazioni, e del modo di concepire le chiese contemporanee, vada ricercata altrove, ovvero all’interno dell’istituzione cui è demandato l’insegnamento e lo sviluppo delle teorie della progettazione architettonica: le Facoltà di Architettura. La ragione di questa mia convinzione è che i rappresentanti dei vari Ordini Religiosi che svolgono il ruolo di architetti, non avendo una vera e propria Facoltà di Architettura, Arte e Liturgia interna al Vaticano, si sono formati nelle Facoltà di Architettura sparse nei vari Paesi in giro per il mondo, e come tali hanno dovuto subire lo stesso trattamento riservato a tutti gli studenti di architettura.

Senza allontanarmi troppo, restando nell’ambito del corso di progettazione architettonica tenuto dall’esperto di turno Prof. Paolo Portoghesi, dico che i progetti di chiese che ho visto produrre negli ultimi anni, e che seguono la corrente di pensiero estetico celebrata nell’ormai famoso libro “Architettura e Natura“, risultano ben distanti dall’idea di Chiesa. Ho visto decine di esami e tesi di laurea che presentavano progetti le cui forme traevano origine da visioni al microscopio di strutture cellulari, oppure dalla sezione di una lumaca o di una zucchina, ecc.: in poche parole, la Liturgia sembra non aver più alcun valore, essendo stata rimpiazzata dalla “ben più importanteastrazione tipica delle figure suggeriteci dal mondo naturale!

Assoggettamento al Modernismo

Quanto finora trattato suggerisce una riflessione più generale sull’insegnamento all’interno delle Facoltà di Architettura, riflessione che, facendo luce su ciò che si cela dietro l’architettura delle archistars, mostra quelle che sono le responsabilità dello Stato all’interno di un sistema distorto.

Come infatti ho ricordato in un precedente saggio lo Stato, rappresentato dalle pubbliche Facoltà di Architettura e Ingegneria, risulta essere connivente in tutto ciò: la bruttura delle città e delle chiese moderniste è senza ombra di dubbio una vergogna di Stato pianificata nelle nostre Università!

Ecco come le cose hanno funzionato, e continuano a funzionare, ed ecco perché la Chiesa Cattolica dovrebbe emanciparsi da questo giro perverso.

Le Facoltà dove si formano gli architetti, si comportano come una la congregazione la quale, al pari delle peggiori sette religiose, sotto l’ispirazione di una presunta intelligenza superiore, emette una dottrina ritenuta immutabile e procede, per raccogliere aderenti, per iniziazione: L’insegnamento distorto che è stato esercitato negli ultimi ottant’anni, è stato mirato alla sottomissione delle intelligenze ad una dottrina, in vista di un risultato concepito in anticipo che non si chiama modernità ma modernismo!

La storia ci insegna che, quando le corporazioni e le maestranze si preoccuparono più di mantenere i loro privilegi che di innalzare la loro attività al livello delle conoscenze del tempo, quando divennero esclusive e vollero allontanare i concorrenti anziché sorpassarli, esse morirono o furono bandite.

L’influenza esclusiva che può assumere una congregazione irresponsabile nei riguardi di un potere esecutivo responsabile è talmente grande da rischiare di non poter essere controllata: cosa può opporre un’amministrazione non competente all’opinione di una Università o di un Ordine Professionale che lo Stato stesso (poiché è lo Stato che li sostiene) considera del tutto competenti? Per esempio, come ammettere che un’amministrazione – non “esperta” d’arte –  si accinga ad assumersi le responsabilità di affidare la costruzione di una chiesa a un uomo che rifiuta un corpo che si ritiene si recluti nell’élite degli architetti?

Per i grandi incarichi, dovendo rispondere a delle normative di trasparenza, l’amministrazione trova più semplice, e meno compromettente, ripararsi dietro l’opinione dell’organo colto (commissione giudicatrice decisa dall’Ordine degli Architetti o da chicchessia che, comunque, sarà sempre composta da adepti della “setta architettonica”, e mai dalla gente comune che dovrà vivere ciò che le si costruisce), che però non è responsabile, e non è minimamente tenuto, nei confronti del pubblico, a rendere conto dei reali motivi che lo fanno agire, e ben si guarda dal rivelarlo, se lo farà argomenterà le sue decisioni con le tipiche frasi arcane, miranti a far sentire il popolo come una massa di sudditi ignoranti, per i quali lo “Stato buono” produce. Si capisce che in tali condizioni, in un’amministrazione che “non se ne intende” di speciali questioni d’arte, gli affari della lobby modernista vadano alla grande. Così, lo vediamo tutti i giorni, queste amministrazioni pubbliche o religiose, si trovano ben presto completamente alla mercé dei capi della congregazione, e circondate dai suoi aderenti, impiegati ad ogni livello. Così, considerato il bombardamento mediatico, questi ultimi divengono tanto più numerosi e sottomessi allo spirito del corpo, quanto più sentono che la sua influenza si accresce e che il suo potere si rinsalda in tutti i servizi dei lavori pubblici ed ecclesiastici. Poiché tali servizi ormai intendono esprimere una sola opinione su tutto, e visto che tutti gli “oppositori del regime modernista” sono stati costretti a tirarsi fuori dalla mischia credono, in perfetta buona fede, di essere nel giusto … fino al momento in cui, per un caso fortuito, si assiste ad un brusco risveglio. È solo a questo punto che questa responsabilità – che l’amministrazione credeva potesse accollare al corpo protetto – viene invece a ricadergli addosso come un macigno, a questo punto il corpo irresponsabile se ne lava le mani. Così facendo, si suppone, l’istituzione statale dovrebbe divenire per lo Stato o per la Chiesa imbarazzante, tuttavia inizia un tira e molla di scaricabarile finché, col tempo, ci si dimentica e si ricomincia come se niente fosse stato!

La forma dittatoriale silente che caratterizza l’ambiente dell’Architettura di oggi è assolutamente inimmaginabile alla gente comune: gli architetti e gli studenti di Architettura si trovano in una situazione particolare a dir poco vergognosa: ripudiare le proprie idee, qualora tali opinioni e tali idee non siano ammesse dal corpo protetto dallo Stato, o essere condannati a una specie di ostracismo se mantengono le loro idee e le loro opinioni personali.

È esattamente come quando Giulio Magni, riferendosi all’impostazione Beaux-Arts del suo tempo diceva: «[…] colui che deve lavorare si trova nel bivio difficilissimo, se cioè fare come la ragione lo guida o come il generalizzato sentimento gli impone … affrontare l’impopolarità è certo un eroismo! […]».

Si rifletta sul fatto che un qualsiasi corpo (in questo caso gli Ordini Professionali) sottomesso a una dottrina, (in questo caso la Teoria Modernista imperversante nelle Facoltà di Architettura e di Ingegneria), che dipende dallo Stato o dalla Chiesa tramite un legame qualsiasi, tenderà sempre a servirsi fatalmente dello Stato o della Chiesa per far trionfare la propria dottrina! Quando a questo si aggiungono le riviste specializzate – su cui ovviamente scrivono i grandi luminari dell’Architettura e i loro emuli – che bombardano in maniera monotona e dittatoriale i lettori con architetture astruse, la frittata è fatta.

Chi si ribella a questo circolo vergognoso viene immediatamente annientato da chi comanda abusando della sua posizione protetta e privilegiata. Gli studenti, e/o i giovani architetti che provano ad emanciparsi imparano subito, a loro spese, cosa costi. Se non seguono la strada uniforme tracciata dal cameratismo, si trovano le porte chiuse; se non cozzano contro un’ostilità dichiarata, vengono condannati dalla cospirazione del silenzio: se lo studente prova a divergere dall’idea del docente non passa, o passa a stento, e dopo lunghe sofferenze, l’esame progettuale; se un giovane architetto ha la fortuna di realizzare, o semplicemente progettare un intervento tradizionale, nessuna rivista lo prende in considerazione.

Detto ciò mi chiedo: ma che credibilità può avere un’architettura che nasce da questo percorso? E se questa architettura risulta già inaccettabile per l’edilizia civile, come è possibile accettarla per quella religiosa?


[1] https://www.avvenire.it/agora/pagine/nuove-chiese-per-tempi-nuovi

[2] Sul caso di Foligno rimando a questo mio vecchio articolo https://www.ilcovile.it/news/archivio/COVILE_533.pdf

[3] Giacomo Galeazzi su “La Stampa” del 16 novembre 2003, titolato “Discussioni sulla nuova chiesa di Meier, quella nuovissima chiesa senza croci

12 pensieri su “Perché le Chiese Moderne sono brutte?

  1. I spent 5 years studying and qualifying at one of the most avant-garde architecture schools in the world, where many modern pioneers and contemporary greats were also trained. I still think these churches are ugly, and no amount of education/indoctrination will change that.

    1. You are right!
      Unfortunately the schools of architecture tend to operate a brainwash on their students and, after more than 80 years of dictatorship in teaching, it is very difficult to change the trend, this is why we need to reiterate our denounces every time it is necessary.
      We cannot remains neutral, as if nothing happened, we need to find the courage to stand and say what to be said.
      In another article, long time ago, I said that faithful must operate a kind of “strike of faith”, refusing to enter in these kind of churches

  2. Caro Ettore, l’articolo è lungo e complesso dunque per le sue qualità che non si esaurisco qui, mi riservo di aggiungere qualche riflessione, se ne sarò capace. Intanto però, così di getto, la mente mi è andata a un articolo bello e recente su “Alias” in cui l’autore parla del rapporto epistolare ‘39-‘69 tra Roberto Longhi e Giuliano Briganti, maestro e allievo. Il libro su cui l’articolo piacevolmente discetta è uno dei due usciti per le edizioni Archinto a cura di Laura Laureati e attraverso il “carteggio” parla di : che cosa significa conoscere l’opera? e come esprimerla ? Ricordo che hai espresso punti di vista critici su Longhi e in questo momento non mi sovvengono quali, tra l’altro, ma questo non m’impedisce di inviarti, trascrivendolo, un breve estratto dell’articolo : “ Perspicuita’ dell’occhio e bella scrittura non bastano, quindi, a fare il grande storico dell’arte, che Longhi fu proprio perché capace di mettere quelle doti al servizio di un obiettivo più difficile e complesso, quello di restituire con esattezza il “valore”(o il “disvalore”) dell’opera. Per Longhi è valore “quella cultura che vive nel progressivo e dinamico sviluppo della storia, e “disvalore” quella che al di fuori della storia si pone””. (e ora arriva il sublime dico io). Di qui discendono alcune conseguenze : l’idea di un ruolo attivo dell’opera d’arte, che “non riflette, ma esprime”, la predilezione per il realismo e l’impazienza nei riguardi dei momenti nei quali l’arte “si era posta fuori dai flussi vitali della storia”….” ecc…ecc.

    1. Caro Maurizio, grazie per il tuo consueto prezioso contributo, non ricordo di aver parlato di Longhi, di quella generazione ho criticato pesantemente personaggi come Pier Maria Bardi, ma non lui, su cui mi documenterò. Sarò ben felice di ricevere l’approfondimento che hai promesso. Un caro saluto

  3. Non c’è niente da fare, più guardo la teoria di oggetti non meglio identificati e più mi si paralizzano i neuroni e scompaiono i pensieri (e le parole per descriverli). In particolare, a proposito della scatola di “Foligno”, l’unico barlume di riflessione che mi suscita è quello di essere di fronte alla scomparsa della fede. Che è già qualcosa al cospetto degli altri edifici che sembrano proprio combattere “la fede” e i suoi simboli, segni e linguaggi codificati. Segno dei tempi. Se questo può essere definito pensiero.

  4. …..d’altronde la scomparsa delle codificazioni con cui la “fede religiosa” si è espressa nei secoli nelle arti e nell’architettura degli edifici detti altrimenti “templi”, è certificata da un fatto recentissimo, apparentemente estraneo alla religione, inerente la nascita di NAC (acronimo che sta per Natural Asset Company) cioè di un piano svelato al mondo dalla Borsa di New York, della nascita di una nuova classe di attivi finanziari che metterà in vendita non solo le risorse naturali ma gli stessi processi alla base della vita ! Cercare e leggere per credere ! Potenza divina del Capitale !!

      1. Caro Ettore, hai espresso in sintesi ciò a cui sommessamente alludevo. Siamo al cospetto di forze gigantesche, basti pensare che il fondo d’investimenti privato Black Rock, che gestisce una quantità (9,5 miliardi di dollari) di capitale seconda solo a quelli di USA e Cina…per dire che è la terza potenza finanziaria mondiale, è il primo promotore di questa iniziativa che ridurrà in cenere il concetto di “beni comuni” e, penso, anche di gran parte di “bene pubblico”.
        Ora, in questo panorama e con quest’aria che tira, tu capisci che tutto e dico TUTTO, si esprimerà in quei termini e in un certo linguaggio, anche nelle nostre discipline, e non potrà somigliare a ciò che abbiamo conosciuto finora. Naturalmente è evidente che questa immonda baracca più si ingrandisce e più pesa sui suoi piedi d’argilla. In tutto ciò gli architetti e urbanisti cosa possono dire se non “si Signore” ?

        1. del resto né gli inutili Ordini Professionali, né ovviamente il CNA hanno alcun interesse a difendere la categoria, sempre più in balia dei “contractors” e delle “società di ingegneria”

  5. Ma certamente, tutto si tiene. Nulla deve sfuggire alla catena di comando nell’imposizione di una visione del mondo che ruota intorno all’accumulazione di capitale e al trionfo degli interessi di gruppi privati. Tutta un’altra storia rispetto alla visione Keynesiana che ha informato i “30 gloriosi” (‘45-‘75) quelli del capitalismo democratico oggi definitivamente tramontato, dove il contrasto e la dialettica fra parti opposte aveva portato a uno scontro fecondo anche fra architetti e urbanisti. Dentro quel “conflitto”, motore dello sviluppo e forse del progresso, come forza maieutica, si potevano leggere in ambito urbanistico/architettonico, luminosi indizi di civiltà e schifezze epocali… si potevano leggere…decifrare appunto. Come fai adesso a distinguere un edificio religioso da un bunker antiatomico o da una stazione di rifornimento carburanti quando non da una centrale idroelettrica ? Comunque sia i prodromi di questo andazzo erano già evidenti nei vari interventi, cito a braccio, dei vari Zen, Laurentino 38, Corviale, anche se andando più indietro l’antenato di quella patologia deformante risiedeva già nel cosiddetto “Altare della Patria”, non in se, ma nella sua sgarbata e sfregiante ingerenza in uno dei luoghi decisivi della città eterna.

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