Dopo via Ticino – Incontri ravvicinati di terzo tipo col Ministero dei Beni Culturali

Alcuni giorni fa mi è capitato di avere un incontro che non avrei mai immaginato … un incontro che mi ha lasciato ancora di più nello sconforto al pensiero di come, chi pianifichi le leggi in materia di Tutela e Restauro nel nostro Paese, pensi giusto agire!

Dopo aver scritto i vari articoli sulle vicende del Villino Naselli di Roma, di Palazzo Tresca a Barletta, di Villa Maggi a Trani, del Ponte di Tiberio a Rimini, del Palco per il “Divo Nerone Opera Rock” al Palatino, ecc., articoli nei quali non avevo certo fatto sconti a nessuno – soprattutto, all’attuale Ministro Franceschini e al suo entourage – sinceramente non avrei mai immaginato che un giovane rappresentante del PD, “assistente parlamentare del Ministro dei Beni Culturali alla Camera dei Deputati”, mi scrivesse e mi telefonasse dicendomi “Mi farebbe piacere scambiare due parole su eventuali interventi legislativi da proporre, soprattutto per fare sì che gli edifici privati lasciati in abbandono, come quelli da Lei segnalati a Barletta, siano forzatamente incamerati dallo Stato o comunque restaurati e destinati alla collettività.”

Ebbene, superando ogni pregiudizio, ho pensato che, per il bene del nostro patrimonio, fosse giusto andare a questo incontro, se non altro per suggerire quelle che, a mio avviso, dovrebbero essere le cose giuste da fare e, soprattutto, quelle da non fare … la parte conclusiva del messaggio d’invito, infatti, mi aveva lasciato molto perplesso, se non addirittura spaventato!

Il luogo dell’incontro … una delle tante splendide strutture romane in uso al Parlamento

L’incontro, nella splendida location dell’ex Convento annesso alla Chiesa di Santa Maria in Campo Marzio, è stato uno di quegli incontri che ti fanno cadere le braccia. Ho cercato innanzitutto di far capire che in un Paese come il nostro, possessore di un patrimonio unico al mondo, occorrerebbe darsi delle priorità, mirando a tutelare, restaurare, valorizzare ed utilizzare, in maniera appropriata, ciò che attira gente da tutto il pianeta, piuttosto che sperperare denaro per inutili capricci “contemporanei” che non interessano a nessuno. Non è possibile infatti pensare che non vi sia denaro per restaurare e gestire in maniera pubblica i nostri monumenti, se poi ci sono possibilità di spendere 220 mln di Euro per il MAXXI, né è possibile pensare che ci fosse la possibilità di spendere 1,05 mln di euro per lo scempio del kolossal/truffa teatrale Divo Nerone Opera Rock[1], se poi molti monumenti, piazze, marciapiedi e parchi di Roma versano in condizioni indegne!

Il mio interlocutore, ovviamente, ha reagito dicendo che a lui il MAXXI e il contemporaneo non dispiacciono affatto e che, sia doveroso “aggiornare l’offerta” per il pubblico! … Quando ho provato a chiedere cosa, in particolare, lo affascinasse di certe cose, ovviamente, non ha saputo rispondermi, facendo un giro di parole dicendo che non è un architetto, che lui in particolare è interessato al Rinascimento ed al Barocco e che, a suo avviso, alla gente comune certe cose interessano … alla fine però ha ammesso che, sebbene possa essere condivisibile il mio dubbio, politicamente parlando, sarebbe un errore negare certe cose! In pratica egli non era affascinato dalla “bellezza nascosta” di certe nefandezze, ma terrorizzato di manifestare onestamente il proprio pensiero artistico … evidentemente, l’ombra dell’accusa di esser paragonati al folle che condannò l’arte degenerata incombe ancora come un macigno! Non sarebbe il caso di porre fine a questa ipocrisia profondamente radical-chic, che con la politica non c’entra nulla?

Non si tratta, gli ho spiegato, di vietare certe cose, si tratta semplicemente di darsi delle priorità rispetto al nostro patrimonio e, per quanto riguarda certi capricci inutili per un Paese che non necessita di “aggiornarsi”, di limitarsi a consentire a chi ne faccia richiesta, di realizzarli e gestirli a sue spese, piuttosto che utilizzando denaro pubblico!

Si tratta inoltre di vietare di invadere i luoghi storici con “contaminazioni artistiche” che non interessano a nessuno, se non ai mercanti dell’arte (presunta tale) perché certe cose, se davvero si ritiene che servano a portare valore e interesse nei luoghi scelti, dovrebbero promuoversi per quei luoghi desolati della “città moderna” che necessitano davvero di essere “riqualificati”, piuttosto che in luoghi già altamente qualificati!

In ogni modo, visto che il fulcro del discorso che interessava al mio interlocutore riguardava gli edifici privati lasciati in abbandono e la possibilità di incamerarli forzatamente da parte dello Stato, ho voluto approfondire il discorso e far capire la pericolosità di frasi del genere …

Chi mi conosce sa che non riesco a mentire, né quindi ad evitare di dire esattamente ciò che penso, così gli ho chiesto a bruciapelo: «mi scusi, ma se l’attuale Governo, in più di un’occasione ha dimostrato la sua intenzione di svendere il nostro patrimonio che non riesce a gestire, a che pro confiscare altri beni? È davvero una misura intesa al bene della nostra cultura e patrimonio? O più semplicemente un ulteriore modo per fare cassa in danno di chi sia stato abbandonato dallo Stato?» a seguire gli ho detto chiaramente che, se la gente non ha le risorse per poter restaurare ciò che ha ereditato – anche perché lo Stato preferisce agevolare i grandi gruppi piuttosto che i piccoli singoli – forse la responsabilità è dello Stato, più che del cittadino! Lo Stato, specie questo Governo, dovrebbe comprendere che i beni di famiglia e il nostro patrimonio artistico non possono esser visti come un bancomat ove prelevare denaro … perché ce lo chiede l’Europa!

Sempre in tema di “svendita del patrimonio”, ho poi ribadito che occorrerebbe riflettere sul fatto che, se dei privati – stranieri e non – hanno interesse ad investire sul nostro patrimonio, evidentemente il business c’è … perché quindi l’affare dovrebbe essere del privato, piuttosto che dello Stato italiano?

La stragrande maggioranza delle privatizzazioni dei nostri beni culturali, negli ultimi venti anni e più, ha rappresentato un’involuzione culturale, piuttosto che un beneficio per la collettività. Si pensi alla chiusura del Foro Romano ed al suo persistente stato di abbandono, si pensi ai tanti luoghi la cui gestione è stata affidata ad entità private che non investono un bel nulla – o quasi – sui beni pubblici[2], usando il sistema “spesa pubblica, guadagno privato” … non sarà forse giunto il momento di parlare di “spesa pubblica e guadagno pubblico”?

La cosa che però maggiormente mi ha avvilito nel corso dell’incontro, è stato il rendermi conto che, nonostante l’incarico svolto e molto ben pagato, il giovanotto non conoscesse assolutamente nulla della nostra normativa! Inoltre, come tutti i politici italiani, egli mirava ad ottenere dei suggerimenti per delle soluzioni a brevissimo termine, piuttosto che a capire come promuovere una revisione a 360° che possa investire il modo di restaurare, costruire, insegnare, educare e legiferare. Loro (i politici n.d.r.), mi ha detto, non possono permettersi di pensare a riforme globali, ma solo a ciò che possono fare nel corso del proprio mandato, perché chi verrà dopo, molto probabilmente, non completerà mai l’opera … una conferma della cialtronaggine politica di chi, piuttosto che far politica per il bene del Paese, lo fa per il suo ignobile tornaconto elettorale basato sui sistemi della società dello spettacolo!

Ecco quindi che, pensando alla sua visione a corto raggio, mi ha chiesto “ma allora, come possiamo intervenire nell’immediato? Come possiamo far sì che si restaurino gli edifici in stato di abbandono? Quali misure pensa che dovremmo pensare?

Il mio suggerimento è stato quello di non pensare che occorra sempre reinventare la ruota! Basterebbe avere la capacità di riprendere in mano leggi e strumenti che abbiamo concepito – e volutamente dimenticato – che attendono semplicemente di esser messe (o rimesse) in pratica.

Nella scala delle priorità, ho spiegato al mio interlocutore totalmente a digiuno in materia, occorre di fare piani a medio termine, riprendendo in mano la Legge 457/78 che imponeva a tutte le Regioni italiane di legiferare in materia di Piani di Recupero[3] … uno strumento che, se messo correttamente in pratica, risulterebbe molto più valido dei tanti “Piani Particolareggiati per il Recupero dei Centri Storici” prodotti in Italia negli ultimi quasi 40 anni. All’epoca, l’unica Regione che legiferò correttamente in materia entro i termini previsti, fu l’Emilia Romagna (Legge 47 del 7/12/1978)[4] e i piani realizzati in Italia si sono uniformati a quella normativa. Cosa costa riaprire i termini ed imporre a tutte le Regioni di fare il proprio dovere? Oppure, per non perdere inutilmente tempo, perché non prendere – come già fatto ove si siano fatti Piani di Recupero – il testo emiliano e renderlo obbligatorio a carattere nazionale?

Per quanto riguarda l’immediato che premeva al mio interlocutore invece, ritengo che basterebbe riprendere in mano tutti quegli incentivi che consentano ai privati di poter intervenire sui propri beni, senza rischiare di vederseli incamerare forzatamente da parte dello Stato … per poi vederli cedere al miglior offerente! Come procedere?

In primis occorrerebbe smetterla con i tagli alla cultura e, semmai, puntare tutta la nostra economia sull’unica risorsa che, in assenza di Ministri/mercanti al soldo degli investitori stranieri, dovrebbe essere il nostro patrimonio culturale!

Detto questo, per invogliare al restauro, contenendo le spese dei privati ed evitando l’evasione fiscale, occorrerebbe riportare l’IVA al 4%! … ce lo chiede il nostro patrimonio, ce lo chiedono i proprietari dissanguati dalle vostre leggi, non l’Europa!

Superato il discorso IVA, occorrerà fare delle adeguate campagne di informazione atte ad aiutare gli italiani a superare il pregiudizio di chi (costruttori e professionisti ignoranti in materia) pensi che restaurare costi più che demolire e ricostruire.

Fondamentale sarà la comprensione, da parte di politici ed amministratori, delle disposizioni internazionali in materia di tutela, che estendono il concetto di “monumento” dal singolo edificio all’intero contesto[5] … alla luce di questa presa di coscienza, il vincolo di tutela (che darebbe accesso ai benefici che andrò ad elencare) si estenderebbe all’intera “città consolidata, escludendo però tutte quelle presenze incongruenti, che potranno essere suscettibili di sostituzione e/o ristrutturazione, sì da non risultare più come degli elementi di disturbo dell’armonia e del carattere dei luoghi!

Nel rispetto degli edifici storici, e per non dover più rimpiangere ciò che sia venuto giù a causa di restauri e aggiunte eseguiti con materiali e tecniche non compatibili con l’edilizia storica, occorrerà incentivare l’uso di tecniche e materiali analoghi a quelli degli edifici su cui sia previsto di intervenire … ovviamente analizzando caso per caso, piuttosto che in base allo stesso principio pressappochista del medico che curi tutti con un antibiotico “a largo spettro”, piuttosto che col rimedio specifico del caso!

Per dare maggiore incentivo all’iniziativa privata al restauro dei propri beni, come avevo già ricordato in un mio recente articolo[6], occorrerà rendere nuovamente operativi gli incentivi previsti dalla legge 1552/61 e successive modifiche e integrazioni.

La ex Legge 1552 del 1961 infatti, prevedeva un sistema contributivo, pari al 50% delle spese sostenute che, fino ai primi anni ’90, aveva funzionato a stento a causa della confusione dei capitoli di spesa e dell’italianissimo iter burocratico lungo e farraginoso

Quel sistema, dopo un lungo lavoro da parte dell’Ufficio per il Bilancio e la Programmazione del Ministero per i Beni e per le Attività Culturali, era stato migliorato, istruendo appositi capitoli di spesa finché, con il Decreto Legislativo 490/99, non si era arrivati a riunire la materia in un unico testo, facendo maggior chiarezza … Già, ma ora dov’è??

Esistono poi molte altre norme italiane in attesa di tornare alla luce, dopo decenni di oblio, norme che consentirono al Comune di Roma ed allo Stato italiano di venir fuori dalla bancarotta causata dalla speculazione privata post-unitaria e, al contempo, di dar casa a chi ne avesse bisogno, senza venir strozzato dai mutui bancari.

Pensiamo cosa succederebbe se venissero tirate fuori dagli archivi, adattandole al tema della conservazione, norme come quelle contenute nel D.L. n°455 del 23 marzo 1919 che modificò il Testo Unico sull’Edilizia Economica e Popolare[7] del 1908. Il nuovo decreto, raccogliendo i suggerimenti scaturiti dal Convegno fra gli Istituti per la Case Popolari ed Economiche d’Italia tenutosi alla fine del 1918 a Roma, prevedeva infatti finanziamenti e agevolazioni fiscali e, novità assoluta, dava la possibilità di estendere mutui a favore delle cooperative edilizie. Tra i principali punti di questo decreto mi riferisco soprattutto allo stanziamento di un fondo annuo per il contributo statale al pagamento degli interessi sui mutui[8].

Uno Stato che ha a cuore i suoi cittadini, piuttosto che le banche, dovrebbe comprendere che, piuttosto che sperperare miliardi in progetti per opere faraoniche spesso inutili, potrebbe investire quel denaro come nel 1919, rinunciando ai metodi eclatanti utili alla “società dello spettacolo”, per mettere in pratica certe misure molto utili alla gente e al nostro patrimonio.

A semplice titolo esemplificativo del modo di sperperare denaro pubblico in questo Paese … e mi limiterò al solo settore edilizio, ricordo che, per il solo Ponte sullo Stretto, lo Stato italiano ha già speso, per il solo progetto, 1,2 mld di Euro, la cui realizzazione necessiterebbe di altri 3,9[9] … cui occorrerebbe aggiungere i miliardi necessari per l’adeguamento delle autostrade e ferrovie a monte e a valle! Per l’inutile e malfunzionante Mose, invece, abbiamo speso oltre 5,5 mld[10] e, ogni anno, spendiamo milioni e milioni per tenerlo sotto controllo.

Inutile dilungarmi nell’infinito elenco degli sperperi dovuti alle cosiddette “grandi opere” che risultano essere “grandi” solo nel “piccolissimo” cervello di chi le promuova ben sapendo che non serviranno a nulla, tranne che a far girare un sacco di soldi a beneficio dei soliti noti!

Si rifletta sul fatto che, semplicemente riutilizzando i criteri adottati per risanare le finanze del Comune di Roma in bancarotta, portando in positivo i costi per la realizzazione dei quartieri popolari italiani in epoca prefascista, il nostro Stato potrebbe produrre lavoro per tutti, risanare il bilancio e far tornare a splendere tutti quegli edifici, quartieri e borghi che oggi si presentano in stato di desolazione.

In fondo non occorre reinventare la ruota, ma semplice buona volontà!

Soprattutto occorre che a governare il Paese ci siano persone davvero intenzionate a fare il bene della collettività e del patrimonio che abbiamo ereditato. Quel patrimonio, infatti, andrebbe sempre considerato come un qualcosa che, essendoci stata concessa in “comodato d’uso” dai nostri figli e nipoti, va custodita gelosamente, affinché le generazioni a venire possano godere della nostra stessa fortuna.

 

[1] http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/07/14/news/roma_sul_divo_nerone_rock_il_faro_della_corte_dei_conti-170753285/

[2] http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/02/03/news/la_grande_rapina_ai_musei-131170754/

[3] https://it.wikiversity.org/wiki/Legge_457_del_%2778_(urbanistica)

[4] http://www.legislazionetecnica.it/17623/fonte/lr-emilia-romagna-07-12-1978-n-47

[5] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/09/07/palazzo-tresca-a-barletta-riflessioni-tristi-e-suggerimenti-per-listituzione-del-vincolo/

[6] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/09/14/palazzo-tresca-la-svolta-possibile-gli-interessi-della-collettivita-e-quello-privato-non-sono-inconciliabili-anzi/

[7] R.D.L. 27 febbraio 1908, n°89.

[8] Il tetto dei mutui era fissato entro il 75% del costo di costruzione.

[9] http://livesicilia.it/2016/09/28/i-numeri-del-ponte-sullo-stretto-fs-costa-39-miliardi_786855/

[10] http://www.ediliziaeterritorio.ilsole24ore.com/art/infrastrutture24/2014-06-04/mose-lavori-finanziamenti-quasi-112557.php?uuid=AbR5iPqJ

13 pensieri su “Dopo via Ticino – Incontri ravvicinati di terzo tipo col Ministero dei Beni Culturali

  1. Tutto ciò è logico e coerente per un paese in cui la politica sia a servizio delle necessità del popolo e non di interessi corporativi ed economici (banche, assicurazioni ecc.), in cui la politica abbia un orizzonte non limitato al mandato elettorale. È questo un paese che và perdendo il bene più prezioso “LA CULTURA”

  2. Ma in verità il bene più prezioso della cultura l’italia lo va perdendo da qualche decennio e più… ma in compenso con questo ministero scopre le carte di una incapacita strutturale a difendere e saper valorizzare il valore del nostro patrimonio nazionale… Concordo decisamente con quanto scrive Ettore Mazzola e gli sono grato. R.M.

  3. Tutta la mia approvazione. Colgo solo l’inopportunità di gettare al vento tanto sapere con un misero portaborse. Fai attenzione, essi sono incommensurabilmente peggiori di quanto immagini. Gli attuali ministri che li gestiscono poi, sono anime perdute, pronte a tutto, che gettano la loro ombra sinistra su quello che è rimasto del concetto di patrimonio pubblico.

    1. purtroppo lo so Maurizio, ma io sono così fesso da amare troppo il mio Paese ingrato e il nostro patrimonio, così, anche se personaggi e partiti lontani anni luce dalla mia visione del mondo mi chiedono aiuto, non riesco a tirarmi indietro, perché il bene delle cose a cui tengo vele più di quello per me stesso e i miei guadagni ipotetici

      1. Per questo ti chiamo rispettosamente Ettore Fiermazzola. Le cose per la salvaguardia del patrimonio pubblico diventano sempre più difficili.

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