Palazzo Tresca – La svolta possibile Gli interessi della collettività e quello privato non sono inconciliabili … anzi

Nel lontano 2001, in parte precorrendo quello che sarebbe accaduto di lì ad oggi, il compianto Zigmunt Bauman scrisse un testo memorabile intitolato “Voglia di Comunità”. Quel volume discuteva del progetto della modernità classica di fronte ai rischi della modernità contemporanea (in linea con la sua lunga polemica con la “società liquida”) così come di quelli della regressione difensiva in forme di rifugio anacronistiche.

Bauman sosteneva che, a causa di molti fattori – tra i quali la crisi della civiltà del welfare – la vita individuale fosse divenuta col tempo sempre più pericolosa, mettendo in crisi l’intera società, per cui denunciava come fenomeni epocali quali la globalizzazione e la crescente competizione internazionale – figlie della de-regolazione che ha indebolito lo Stato – stessero esponendo il singolo individuo sotto tutti i punti di vista, facendolo sentire “tradito dalla società”.

Bauman individuava in questo contesto la crescente “risposta comunitaria”. La spinta alla semplificazione, a respingere il diverso e l’estraneo, a segregarsi e dividersi, nel calore della comunità degli eguali (e dei vicini). Ma tra la comunità immaginata e quella “realmente esistente” ledistanse sono immense.

A distanza di 16 anni da quel testo risulta chiaro che, la tendenza a riversare le proprie frustrazioni e lamentele sui “social networks”, non sia altro che una delle tante espressioni che gli individui hanno escogitato per rivendicare quella necessità di ricostituire una comunità … reale o virtuale che sia, e ribellarsi al “traditore”!

Bauman individuava nell’insicurezza il ruolo centrale dal quale far partire la domanda circa le cause di questo rinnovato desiderio di “comunità”.

Non è questo il luogo dove fare un trattato di sociologia, né quello per discutere sugli aspetti positivi e negativi dell’uso dei social networks, nonché sulle giuste critiche di Umberto Eco prima ed Enrico Mentana poi, sui cosiddetti “webeti”, risulta però innegabile che, nel caso del recente dibattito sull’autorizzazione a demolire un palazzo ottocentesco a Barletta, l’uso corretto dei social networks abbia rivestito un ruolo fondamentale per sopperire alle “distrazioni” di chi sarebbe preposto ad intervenire!

La discussione ha infatti dimostrato un grande mutamento nel modo di agire e pensare della comunità, stufa di sentirsi messa a margine davanti a decisioni che potrebbero ledere la sua identità. Inoltre il dibattito ha soprattutto dimostrato che l’azione dei cittadini ritrovatisi uniti nel dibattito, ha portato gli amministratori comunali a riflettere sulle proprie azioni e, prima volta nella storia civica barlettana, un imprenditore, Michele Fucci, a confrontarsi pubblicamente con la cittadinanza … chapeau!

L’incontro tenutosi presso il Circolo Unione di Barletta lo scorso 12 settembre ha segnato un importantissimo precedente nella presa di coscienza del ruolo fondamentale che la collettività dovrebbe sempre svolgere nel dibattito sulla città.

All’incontro, nonostante fosse stato organizzato dal giornalista locale Nino Vinella con un solo giorno di anticipo, al fine di approfittare della mia presenza a Barletta, oltre al Vinella e al sottoscritto, ha partecipato con un pregevole intervento il Presidente della sede andriese di Italia Nostra, dr. Calvano, inoltre erano presenti alcuni giornalisti locali e diversi cittadini e colleghi che avevano appreso la notizia tramite Facebook. Inoltre, come si è detto, è intervenuto anche il diretto interessato, Michele Fucci, membro della famiglia proprietaria di Palazzo Tresca da circa 30 anni.

L’incontro – dopo un avvio bellicoso dovuto ai fraintendimenti conseguenti il polverone mediatico – ha visto svilupparsi un’interessante discussione nel corso della quale i cittadini hanno potuto apprendere che l’iter del progetto in corso ha una storia decennale – che quindi verrebbe a coinvolgere diverse amministrazioni e non solo l’ultima arrivata – e prevede l’ipotesi di “mantenere lo stile della facciata” (che non significa affatto mantenere quella attuale), proponendo un intervento di ristrutturazione edilizia che, rinunciando al Piano Casa, mira però ad una modifica di prospetto atta consentire la realizzazione di un livello in più a parità di altezza. A difesa di questa modifica è stato affermato che gli ultimi due piani del palazzo in oggetto risulterebbero una “superfetazione posticcia”, non riscontrabile nel prospetto del progetto originario depositato presso l’Archivio di Stato di Barletta, ergo modificabile.

Palazzo Tresca, Progetto originario datato 1885 (fonte: Archivio di Stato di Barletta) – il prospetto presenta solo tre livelli
Palazzo Tresca oggi – il prospetto presenta quattro livelli in luogo dei tre della prima versione

Ebbene, diversamente da quanto affermato dall’interessato in merito alla presunta sopraelevazione, appare fin troppo chiaro che l’attuale facciata dell’edificio sia il risultato di una normalissima e consueta “variante in corso d’opera”, eseguita dalla famiglia Tresca sin dalla prima fase di costruzione. Del resto non si spiegherebbe l’adesione ad uno schema tipico di facciata, ritenuto canonico a quell’epoca, che vede “regolarizzazione tripartita di facciata” che, pur presentando 4 livelli in luogo dei 3 iniziali, viene “corretta” mediante l’uso di lesene “giganti” che accorpano gli ultimi due livelli … un’aggiunta successiva, come documentato dall’infinita serie di sopraelevazioni in giro per l’Italia, avrebbe al massimo realizzato un piano privo di lesene o, peggio, un quarto ordine al di sopra del cornicione originario. In questo caso, inoltre, la rigorosità del progettista viene confermata dalla riduzione dimensionale delle bucature, dall’assenza di balcone e dal cambio di cornice delle finestrature dell’ultimo livello, che vanno così a configurarsi come corretto piano di coronamento, probabilmente destinato ad un’utenza diversa dai proprietari.

Queste mie affermazioni trovano conferma nelle immagini di poco posteriori alla realizzazione di Palazzo Tresca, che ritraggono l’angolo di via Baccarini dove, solo a partire dal 1899, sorgerà Palazzo Passero. Nelle immagini si vede chiaramente come tutti i livelli attuali di Palazzo Tresca risultassero già stati realizzati nel periodo intercorso tra il 1885 (inizio dei lavori) e il 1898 (probabile data della foto in oggetto).

In questa cartolina, sulla destra, si possono individuare in primo piano il Palazzo Lanciano, poi il “vuoto” di via Baccarini che, sull’angolo, presenta un piccolo edificio ad un piano che diverrà Palazzo Passero. A seguire un edifico a due piani che verrà sostituito da Palazzo Passero, un muro basso dove sorgerà nel ’31 Palazzo Calò e, a confine di quello, la mole di palazzo Tresca così come appare ancora oggi. A quell’epoca via Imbriani veniva ancora identificata come via Canosa

A parte questi chiarimenti, che qualche difensore della demolizione delle “case vecchie” non tarderà a definire “noiose digressioni di un tronfio teorico”, la cosa che è emersa da quell’incontro e che mi preme sottolineare è il fatto che, grazie all’intervento nel dibattito da parte di Michele Fucci, sia stato possibile anche per lui venire a conoscenza di un mondo che, a lui così come a molti operatori del settore troppo fossilizzati sulle dinamiche locali, sfuggiva.

Come tutte le operazioni immobiliari, giustamente, un’impresa non può accontentarsi di un piccolo margine di guadagno, ma deve ambire a massimizzare i profitti e ridurre i costi. Ecco quindi che, considerato lo stato di abbandono e i costi in termini di tasse di proprietà per un immobile inutilizzato, l’impresa ha dovuto accelerare l’iter approvativo del progetto di demolizione e ricostruzione che, per poter risultare economicamente sostenibile, prevede perentoriamente di “realizzare una superficie in più” … che significa un piano in più da vendere!

Mettiamoci allora a fare dei conti spiccioli, e cerchiamo di capire quale possa essere, in termini economici, il beneficio di quel “piano in più” … specie in una realtà come quella barlettana dove, a causa di norme tese a soddisfare l’interesse di grandi gruppi, sono sorte decine di cooperative – più o meno lecite – che hanno devastato la già discutibile immagine della periferia cittadina, generando una “bolla” che ha saturato il mercato, lasciando un invenduto ed uno squallore da fare invidia alle “città fantasma” realizzate dalla Cina in Angola!

Ma c’è davvero una richiesta di case per 5 piani in via Imbriani in grado di garantire che, a fronte delle spese di demolizione e ricostruzione, la famiglia Fucci ricavi un guadagno d’impresa? … C’è davvero la certezza che, nonostante le prove che abbiamo in molti fornito riguardo alla necessità di vincolare Palazzo Tresca, la comunità barlettana debba perdere un altro tassello della sua già vituperata identità?

Come ho avuto modo di spiegare al Fucci durante l’incontro l’Italia, almeno dal 1961, possiede degli strumenti normativi in grado di dare sostegno ai privati affinché, anche se non dovessero poterselo permettere, restaurino il nostro patrimonio. Si tratta di strumenti dei quali io stesso, da progettista e direttore dei lavori per alcuni restauri eseguiti a Roma, ho potuto far beneficiare un ordine religioso (Somaschi di Sant’Alessio e Bonifacio all’Aventino) e tre condomini al centro della Capitale. Si tratta, per esempio dei contributi previsti dalla ex Legge 1552 del 1961, la quale prevedeva un sistema contributivo che, fino ai primi anni ’90, aveva funzionato a stento a causa della confusione dei capitoli di spesa e dell’italianissimo iter burocratico lungo e farraginoso.

Quel sistema, dopo un lungo lavoro da parte dell’Ufficio per il Bilancio e la Programmazione del Ministero per i Beni e per le Attività Culturali, è stato migliorato, istruendo appositi capitoli di spesa finché, il Decreto Legislativo 490/99 non è riuscito a riunire la materia in un unico testo, facendo maggior chiarezza.

In fondo, ho potuto costatare con mano, spesso il problema della diffidenza nei riguardi di questo sistema derivava dall’incompletezza della documentazione prodotta e, ancor più spesso dalla mancanza di volontà di produrla, per ignoranza dei professionisti incaricati, oppure per riuscire a tenere nascosti pagamenti illegittimi, oppure perché, come ho sentito dire anche in questa occasione, “poi siamo costretti a fare come vuole la Soprintendenza” … un pregiudizio, spesso infondato, probabilmente messo in giro da chi non volesse agire nel rispetto delle norme e delle caratteristiche dei monumenti che, anche in questo caso, ho potuto verificare essere assurdo!

Come professionisti veniamo ormai costretti a seguire corsi inutili per i crediti formativi permanenti che ci istruiscono sulle ultime inutili idiozie, create ad-hoc da parte dei benpensanti della società dei burocrati, oppure per assistere a dimostrazioni di assemblaggio di infissi e mattonelle (pubblicità nemmeno occulta), quando magari faremmo bene a riprendere in mano i libri su cui abbiamo studiato e le leggi che ancora avremmo in funzione e che abbiamo dimenticato.
Nel caso della normativa in oggetto, la concessione dei contributi per il restauro ai fini della conservazione di beni vincolati, prevede che il restauro venga autorizzato dalla competente Soprintendenza (articolo 35 e seguenti). Una volta autorizzato il restauro questa, a seguito di relativa domanda, si esprime sull’ammissibilità al contributo in conto capitale (articoli 41 e 42) «per un ammontare non superiore alla metà della spesa», dandone comunicazione al richiedente. Al termine dei lavori e dopo il relativo collaudo amministrativo da parte dei tenici della Soprintendenza di zona, la pratica viene trasmessa a Roma alla Direzione per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Ministero, la quale, dopo un ulteriore controllo, approva in via definitiva la pratica, provvedendo alla liquidazione dei contributi autorizzati, ammessi e collaudati!

Le liquidazioni dei contributi vengono effettuate in base ad un rigoroso criterio cronologico di arrivo della pratiche agli uffici preposti del Ministero. Il rispetto di questo ordine cronologico, il triplice sistema delle autorizzazioni, dell’ammissibilità al contributo e del collaudo amministrativo finale, il rigoroso controllo della qualità del restauro da parte di tecnici preparati e motivati hanno consentito il recupero di pregevoli manufatti e, in questo caso, potrebbero consentire il recupero di Palazzo Tresca (ovviamente se venisse vincolato), e di tutta quella serie di Palazzi storici che a Barletta, per assurdo, rischiano di morire.

Barletta – Palazzo in via San Giorgio, da decenni lasciato morire, addirittura privato delle coperture
Barletta – lo splendido Palazzo Bonelli ormai abbandonato da lunghissimo tempo
Barletta – Villa Bonelli in abbandono da decenni
Barletta – Corso Garibaldi, splendido palazzo lasciato morire (privo perfino di vetri alle finestre) per impossibilità da parte dei proprietari di sostenere le spese di restauro

Eppure, nonostante le maldicenze e i pregiudizi, come contropartita al contributo, al proprietario viene semplicemente richiesto di aprire al pubblico il bene restaurato, secondo modalità concordate con la Soprintendenza e ufficializzate in un atto pubblico, registrato presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari. … quale sarebbe dunque il problema?

Per comprendere quanto possa essere assurdo, nella stragrande maggioranza dei casi, ritenere “ingiusta” questa contropartita, posso raccontarvi che, prima dello spostamento della sede della University of Notre Dame presso cui insegno a Roma, le attività si svolgevano presso Palazzo Capranica-Del Grillo-Ristori, edificio che io stesso ho restaurato seguendo l’iter di ci sopra, ebbene, una sola volta in 15 anni è capitato che un gruppo di 7 studiosi, interessati alla figura della grande attrice Adelaide Ristori, ci abbia chiesto di ammetterli ad entrare per ammirare il dipinto a soffitto nel salone ove l’attrice usava intrattenere i suoi ospiti.

Tornando ai discorsi più venali di cui sopra, e davanti alla possibilità di recuperare il 50% della spesa di restauro mi chiedo se, per i proprietari di Palazzo Tresca, possa essere più appetibile la remota ipotesi di riuscire a vendere gli appartamenti realizzati nel nuovo piano in più, nonostante lo sgonfiamento della “bolla immobiliare”, oppure garantirsi un recupero della metà delle spese di restauro dell’intero immobile, per poi vendere gli appartamenti esistenti.

Sarebbe utile aprire anche una discussione più ampia per l’intera città e nazione, parlando dell’opportunità mancata in occasione della Legge 457/78 che istituì i Piani di Recupero, uno strumento urbanistico dalle immense possibilità che, per colpa del pressapochismo dei politici italiani, rimase lettera morta. Ad eccezione infatti della Regione Emilia Romagna, con la sua Legge 44, nessuna Regione legiferò in materia per mettere in atto dei Piani di Recupero che avrebbero potuto creare un’infinità di posti di lavoro, aiutando anche chi non poteva permetterselo, e restaurare il nostro patrimonio, a tutto beneficio della cultura, del turismo e dell’identità del nostro popolo! Teoricamente si potrebbe ancora intervenire in questa direzione.

Tornando però al caso specifico ed ai benefici possibili per i proprietari dell’immobile da restaurare, potremmo discutere di tutti quei contributi a fondo perduto per il restauro del patrimonio storico e per la riformazione dell’artigianato edilizio locale, elargiti dalla Comunità Europea e che, spesso, tornano indietro perché non se ne fa richiesta con progetti adeguati. Un vero paradosso!

In Europa esistono intere città restaurate grazie a programmi come il vecchio “Progetto Raphael”, Santiago di Compostela, per esempio, è stata meravigliosamente restaurata grazie ad un programma dove i fondi europei sono stati messi bene a frutto. Perché non Barletta? Perché, in nome della presenza della Cementeria, gli imprenditori non iniziano a pensare che anche il restauro (quello vero) può avere i suoi benefici economici per loro e per la città?

A Palermo è ormai da anni in atto un vero e proprio “ritorno al centro storico” da parte dei cittadini che si erano spostati nei “quartieri nuovi”. Questo processo vede splendidi interventi di ricostruzione “com’era e dov’era” di edifici quasi del tutto rasi al suolo in occasione della seconda guerra mondiale. Un processo che ha fatto rinascere l’artigianato locale dei battitori di ferro, degli stuccatori, ecc., e che sta riportando la meravigliosa via Alloro al suo antico splendore. Un costruttore locale illuminato, l’ing. Marco Giammona, ha ricostruito il grande lotto di Palazzo Beccadelli Bologna Principi di Sambuca, oltre che molti altri edifici che la città aveva quasi dimenticato … ottenendo un enorme successo immobiliare e di immagine!

Palermo, Palazzo Beccadelli Bologna Principi di Sambuca in via Alloro, l’ala destra risultava totalmente distrutta in occasione del bombardamento del 9 maggio 1943 ed è stato ricostruito e restaurato com’era e dov’era dall’impresa dell’ing. Marco Giammona
Palermo – Palazzo Mirto-Bonagia in via Alloro. Anche questo splendido edificio, progettato da Nicolò Palma e terminato da Andrea Gigante, venne distrutto dal bombardamento del ’43 ed è oggi oggetto di un accurato intervento di restauro e ricostruzione com’era e dov’era quasi terminato!

Oggi Palazzo Sambuca di Palermo è un grande splendido condominio, all’interno del quale ha sede la fondazione Sambuca, ha casa lo stesso Giammona e, nella bellissima “Cavallerizza”, ha sede l’atelier di una delle più importanti griffe della moda pronta italiana, di proprietà della famiglia dell’étoile dell’Opera de Paris, Eleonora Abbagnato.

Giammona a Palermo ha fatto scuola, e il suo operare nel restauro rispettosissimo delle preesistenze e dei caratteri artistici originari non è un’opera di beneficienza in perdita, ma un qualcosa di grande prestigio per la sua impresa e la sua fondazione, oltre che un qualcosa da cui guadagnarsi da vivere.

Perché l’impresa Fucci, che tra l’altro possiede un architetto in famiglia, non potrebbe risultare l’equivalente nel capoluogo della BAT? Perché Palazzo Tresca di Barletta non potrebbe diventare la sede prestigiosa di rappresentanza dell’impresa Fucci?

Indipendentemente da quella che potrà essere la decisione dell’impresa relativamente alle sorti del Palazzo, l’altro grande risultato dell’incontro di martedì scorso e, ovviamente, del lavoro dei social networks, è il passo indietro … una vera e propria passeggiata da gamberi, fatto dal sindaco e dall’assessore alle Politiche del Territorio in merito al permesso rilasciato frettolosamente il 10 agosto scorso.

Oggi ci è infatti stata data notizia[1] dell’invio, da parte del sindaco Pasquale Cascella e dell’assessore Azzurra Pelle, di una richiesta di riesame della pratica, indirizzata al dirigente dell’Ufficio Tecnico comunale, arch. Vito Laricchiuta.

La richiesta, si apprende, è stata fatta nell’interesse preminente della collettività.

Il testo recita:

«In relazione al permesso di costruire in oggetto, rilasciato in data 10/08/2017, senza voler invadere la sfera gestionale di sua esclusiva competenza, ma tenendo conto della responsabilità che deriva dagli indirizzi urbanistici già definiti con atti di Giunta e proposte per il Consiglio comunale da lei stesso istruiti, e di fronte ad altrettante legittime riserve sul procedimento da parte di consiglieri comunali, tecnici e cittadini (con il relativo clamore mediatico), riteniamo si renda necessaria un’attività di attenta rivalutazione del titolo di assenso edilizio da lei emesso.
Tanto appare doveroso alla luce della normativa di seguito indicata, a tutela degli interessi dell’amministrazione, nonché di quelli dell’operatore economico privato coinvolto nel procedimento in questione, e soprattutto della collettività che nell’assetto urbanistico della città ritrova i suoi caratteri identitari.
L’intervento assentito, infatti, si inserisce sulla quinta urbana tardo-ottocentesca del primo tratto di via Imbriani, quale strada di notevole frequentazione, che rappresenta il fondale della prospiciente villa comunale, nonché il primo tratto di strada dell’importante Corso Garibaldi, ovvero una delle strade di Barletta maggiormente frequentate.

Appare indispensabile garantire che gli interventi sugli edifici “risultino qualificanti l’ambiente in cui essi si inseriscono”, così come è tassativamente prescritto all’Ufficio Tecnico Comunale (U.T.C.) dall’art. 1.7.7 del Capitolo II riguardante i procedimenti semplificati del vigente Regolamento Edilizio. È interesse pubblico si verifichi quanto disposto dal punto 2 dello stesso articolo del Regolamento edilizio, ovvero che “l’UTC giudica la qualità architettonica ed urbanistica delle opere proposte, nonché la loro rispondenza agli strumenti urbanistici e di programmazione al […] Regolamento edilizio, alle disposizioni di Legge e ad altri Regolamenti”.

Risulta rilevante che, nell’ambito del procedimento di riesame, si considerino gli indirizzi prestabiliti dall’art. 77 delle Norme Tecniche di Attuazione (NTA) del Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR), in base ai quali le componenti culturali e insediative devono tendere:

  • ad “assicurarne la conservazione e valorizzazione in quanto sistemi territoriali integrati, relazionati al territorio nella sua struttura storica definita dai processi di territorializzazione di lunga durata e ai caratteri identitari delle figure territoriali che lo compongono”;
  • “a mantenerne leggibile nelle sue fasi eventualmente diversificate la stratificazione storica, anche attraverso la conservazione e valorizzazione delle tracce che testimoniano l’origine storica e della trama in cui quei beni hanno avuto origine e senso giungendo a noi come custodi della memoria identitaria dei luoghi e delle popolazioni che li hanno vissuti”.

Si deve tenere presente che il Comune di Barletta, con l’approvazione del Documento Preliminare Programmatico con atto di Giunta, della cui conformità lei stesso è stato partecipe, ha già fornito l’indirizzo politico-amministrativo per l’utilizzo del territorio. Seppure il Piano regolatore vigente dal lontano 1971 non sia stato adeguato, il Comune è tenuto – come peraltro stabilito in sede di conferenza di copianificazione con la Regione Puglia – ad assumere a riferimento il Documento Regionale di Assetto Generale (DRAG) e il PPTR, in particolare per ciò che questi strumenti indicano per la conservazione della “città consolidata” rispetto alle previsioni urbanistiche locali del vigente Piano Regolatore Generale. Per quanto queste ultime – risalenti, è bene ribadirlo, al 1971, ovvero ad altro contesto temporale, segnato da ben diverse culture e sensibilità urbanistiche – consentirebbero la demolizione dell’edificato esistente con la successiva ricostruzione di edifici, i nuovi indirizzi della Regione, raccolti nella stessa elaborazione del DPP proposta al Consiglio comunale enunciano – testualmente, si veda pagina 206 del Documento depositato agli atti del Consiglio – che i “contesti urbani da tutelare” sono quelli “che mantengono i segni della stratificazione insediativa e delle relative funzioni abitative, economiche, sociali e culturali, e che costituiscono patrimonio significativo della cultura locale, parte di una memoria collettiva che non deve essere cancellata; essi, pertanto, non coincidono esclusivamente con i nuclei antichi ma comprendono anche il patrimonio di interesse storico-documentale in relazione sia alle qualità morfologiche e tipologiche sia alle destinazioni: sono quindi compresi nei contesti urbani storici sia gli elementi e i nuclei del patrimonio storico anche al di fuori dell’insediamento, sia insediamenti novecenteschi di valore ambientale e storico testimoniale, quali i tessuti conservati nel loro impianto e nelle loro architetture originali e gli insediamenti pubblici che hanno segnato la storia e l’identità locale”. Si prevede, in particolare, che debbano “essere salvaguardati i caratteri che connotano la trama viaria e edilizia e dei manufatti anche isolati che costituiscono testimonianza storica o culturale”.

Nella convinzione che vada tutelata la coerenza dell’insieme dei procedimenti che investono responsabilità di indirizzo, trasparenza e correttezza, e risultino asseverati alla legislazione e alla complessiva pianificazione territoriale urbanistica, restiamo in attesa di comunicazioni sulle determinazioni che intenderà adottare per il riesame della procedura in questione, considerando che potrebbe determinarsi un precedente amministrativo particolarmente rilevante rispetto alle esigenze di contemperare tutti gli interventi in essere nell’interesse preminente della collettività».

Considerato tutto quanto successo, auspico che l’impresa Fucci, per evitare di intraprendere un percorso lungo e farraginoso, oltre che economicamente pericoloso, piuttosto che seguire la strada della demolizione e ricostruzione difforme dalla preesistenza, propenda per la soluzione di vincolo e restauro dell’immobile, seguendo i suggerimenti qui sommariamente forniti.

L’intelligenza e disponibilità mostrate da Michele Fucci lasciano ben sperare affinché la sua famiglia faccia un passo indietro, operando così quel salto qualitativo di immagine che ha consentito all’ing. Giammona di Palermo di distinguersi rispetto al resto dell’imprenditoria palermitana e che oggi, sebbene la cosa non si conosca, sta muovendo l’economia locale e riportando in centro del Capoluogo siciliano allo splendore preunitario!

Ora la palla è nelle mani dei diretti interessati: Proprietà, Comune e Soprintendenza

 

[1] http://www.barlettalive.it/news/cronaca/519715/palazzo-tresca-colpo-di-scena-sindaco-e-assessore-chiedono-il-riesame-del-permesso-di-costruire

12 pensieri su “Palazzo Tresca – La svolta possibile Gli interessi della collettività e quello privato non sono inconciliabili … anzi

  1. L articolo non l ho letto completamente perché molto lungo e superato ,a mio avviso, dalla considerazione che questi palazzi pseudo storici sono in uno stato di completo abbandono da decenni che li trasformano in un pericolo pubblico perché in questo luridume proliferano ratti, blatte , insetti ecc ecc. che sono sotto gli occhi di tutti.
    Una disinfestazione sarebbe comunque indispensabile e urgente. Ricordiamoci che l iigiene ed il decoro hanno la priorità. Senza parlare della staticità di un palazzo che presenta evidenti lesioni sulla facciata.
    Assicuriamo prima di tutto queste ineluttabili esigenze dei cittadini e diamo decoro alla Città prima di salvaguardare quest pseudo palazzi storici che si trasformano in indecorosi ruderi per l incuria dei privati e della Pubblica amministrazione.

    1. quindi lei, senza sforzarsi di leggere per capirne di più, si permette si emettere sentenze false e faziose.
      Se lei fosse meno presuntuoso, leggendo questo e gli altri articoli che sono stati scritti, comprenderebbe che quella che lei definisce “pseudo storicità” è in realtà vera storia che merita di essere rispettata … ma spesso chi ha il pane non ha i denti. Negli articoli dei giorni scorsi sono spiegate tutte le ragioni per cui l’unico atto dovuto nei confronti del Palazzo sia la necessità di vincolarlo e restaurarlo.
      Del resto, come mi spiega il passo indietro del sindaco e dell’assessora??
      Davvero complimenti per la sua presunzione!
      PS
      Sul discorso igienico è verissimo che ci sia la necessità di intervenire ma, se si documentasse su casi similari, il problema va collegato alla strategia di abandono da parte dei proprietari per fare in modo che la gente invochi l’abbattimento dell’immobile … provi a vedere quello che sta succedendo a Roma con l’Ippodromo di Tor di Valle per esempio.
      QUanto al discorso sul rischio statico, il fabbricato non presenta alcuna lesione strutturale pericolosa, semmai presenta notevoli tracce di infiltrazioni causate dalla assenza di manutenzione (per le stesse ragioni di cui sopra) del cornicione in corrispondenza della finestra di destra. Per il resto il pericolo non sussiste e, anche in questo caso, i proprietari dovrebbero intervenire prima che possa essere troppo tardi

  2. Il P.S. sarebbe da incorniciare ! Aggiungo solo che, secondo la logica del Sig. Russo, anche l’Anfiteatro Flavio noto come Colosseo, andava o andrebbe demolito dopo opportuna derattizzazione….oddio, non è che non c’abbiano provato. Come hanno provato a sfregiare il sacro colle del Palatino con ” Nerone rock ” ma Giove s’e’ incazzato e li ha puniti. Attenzione con gli Dei !

  3. e se un giorno, questo palazzo non so da chi dovrebbe presentarsi pericolante con chi ce la prendiamo, con lo Spirito Santo?

    1. esistono obblighi e responsabilità dei proprietari e delle autorità … così come i “trucchi” per non pagare le tasse nel momento in cui viene meno il tetto, oppure quelli atti a farlo decadere, fino anche al crollo, per poterlo demolire e speculare.
      I cittadini, le soprintendenze e le amministrazioni comunali dovrebbero prevenire certi comportamenti, mentre i professionisti (quelli che ancora possiedono un codice etico, piuttosto che comportarsi in maniera servile nei confronti degli imprenditori che pensano possano tornargli utili), farebbero bene a far conoscere le agevolazioni e le normative che consentirebbero di restaurare in maniera opportuna il nostro patrimonio storico (monumentale e non), atto a mantenere in vita l’identità dei luoghi. Nel mio incontro con il costruttore proprietario di Palazzo Tresca, dopo che si era presentato furioso per ciò che avevo scritto e per il modo in cui alcuni colleghi lo avevano aizzato contro di me per aver osato dire che “certi architetti si comportano in maniera omertosa”, andò via ringraziandomi per avergli fatto conoscere aspetti normativi (assolutamente vantaggiosi per i proprietari di beni vincolati), che nessuno gli aveva mai prospettato … peccato per il litigio, del tutto gratuito e fuori luogo, scatenato dalle parole di chi aveva organizzato l’incontro, perché se non ci fosse stato, sono certo che il costruttore sarebbe rimasto fino alla fine dell’incontro e avremmo raggiunto un compromesso che, alla fine, avrebbe soddisfatto tutti e salvato il Palazzo non tanto importante in sé, quanto facente parte di un isolato caratterizzato da tre edifici storici, oltre che d’autore

  4. Mi viene da ridere, malgrado ci fosse da piangere, come “certa gente” sarebbe disposta ad abbattere il Castello di Barletta per costruirci sopra 2-300 appartamenti “vista mare”…
    Ma soprattutto mi fa ribrezzo tutta quella “IPERCOOP_GENERATION” che vede ” ratti, blatte , insetti” dappertutto senza nemmeno averli mai visti su Google.
    Dico questo perchè ” ratti, blatte , insetti” come tutti gli esseri viventi hanno bisogno di mangiare e, quindi, è più probabile trovarli lì dove il Sig. Ermanno Russo ripone la sua immondizia che non in un palazzo abbandonato da decenni. PER QUESTO SERVONO I CASSONETTI!

    MI DISGUSTA, INOLTRE, QUEL MODO DI PENSARE SECONDO IL QUALE E’ STORICO SOLO QUEL POSTO LA PRESENTAZIONE DEL QUALE E’ ACCOMPAGNATA DA RICCO BUFFET A SPESE DEL COMUNE!

    A certa gente MATERA 2019 non dice assolutamente NIENTE!!!

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