Edifici storici a rischio “rigenerazione urbana”

A chi giova terrorizzare la gente, prospettandole il pagamento in solido dei danni per il diniego di una concessione? Perché non riflettere su cosa, in realtà si possa fare per tutelare i nostri beni storici?

Solo dopo che l’ultimo albero sarà abbattuto, solo dopo che l’ultimo lago sarà inquinato, solo dopo che l’ultimo pesce sarà pescato, Voi vi accorgerete che il denaro non può essere mangiato”.

(Toro Seduto, capo della tribù dei Sioux)

Oggi, parafrasando Toro Seduto, potremmo dire: “Solo dopo che l’ultimo centro storico sarà perduto, solo dopo che l’ultimo paesaggio sarà violentato, voi vi accorgerete che il denaro non può essere mangiato!

E già, perché mai come oggi, considerando il disinteresse dei nostri politici – a livello ministeriale e locale – nei confronti del nostro patrimonio, urge alzare i toni e denunciare il rischio, provocato dall’avidità e dall’ignoranza, di perdere definitivamente la nostra unica risorsa!

Ma il problema non è solo politico, poiché il successo degli impostori si fonda soprattutto sulla vigliaccheria degli ignavi.

Infatti, il disinteresse generale di una società distratta, accompagnato dall’omertà dei professionisti che non vogliono inimicarsi i costruttori, sono a mio avviso da considerarsi la causa principale dell’impoverimento delle nostre città e territorio … andando di questo passo, quando il nostro patrimonio risulterà perduto, tutti dovranno ripensare alla frase di Toro Seduto!

Come già avvenuto a partire dai primi anni ’60, quando illustri docenti universitari offrirono le loro teorie ai palazzinari, arrivando a sostenere che bisognasse «materializzare l’idea che la città storica, espressione delle classi sociali che avevano dominato e oppresso la società umana, doveva essere abbandonata ai suoi fondatori, mentre alle classi sociali popolari in ascensione sarebbero stati destinati i nuovi quartieri costruiti in periferia che, aggregandosi, avrebbero finito col generare la Nuova Gerusalemme: la città della società senza classi, libera, giusta e fraterna»[1], oggi stiamo assistendo ad un nuovo lavaggio del cervello, ancora più subdolo, perché adotta un sistema “terrorista” per giustificare la dismissione dell’edilizia storica[2].

Nell’Italia di oggi, è infatti tutto un fiorire di Leggi per la Rigenerazione Urbana che, piuttosto che pensare a portar vita e qualità nelle squallide periferie, figlie della teoria della “Nuova Gerusalemme”, si accaniscono sui tessuti storici, semplicemente perché questi risultano decisamente più appetibili per il mercato immobiliare, rispetto allo squallore delle periferie!

Il passepartout per aprire qualsiasi porta che ostacoli certe “rigenerazioni”, è costituito da slogan a base di parole come sostenibilità, efficientamento energetico, miglioramento sismico e (fantomatica) creazione di posti di lavoro … e, spesso, a nulla serve il provare a far notare che tra le parole e i fatti passino degli oceani!

Infatti, davanti a certe affermazioni, “dette da chi ci capisce”, come già accaduto in passato, è normale che il popolo abbocchi, accettando passivamente la sostituzione dell’edilizia storica – ritenuta semplicemente “vecchia” – piuttosto che promuoverne il restauro!

Del resto, l’accusa di “passatismo”, di “anacronismo”, ecc., nei confronti dei difensori del patrimonio, è il pane quotidiano di quei colleghi incapaci di mettere il loro ego in secondo piano rispetto al contesto … in fondo c’è da capirli: per i professionisti vittime della “lobotomia” universitaria che li ha convinti che lo “zeitgeist” risulti indispensabile, diviene davvero difficile comprendere la differenza tra i termini “moderno” e “modernista” sicché, anche in buona fede, essi operano  e si esprimono in base all’insegnamento ricevuto dai propri maestri, considerato come oro colato!

Ma certe accuse, dopo esser state pronunciate dai professionisti, vengono adoperate anche da parte degli speculatori, imprenditori e rappresentanti di associazioni di categoria – spesso illetterati – la cui presunzione ed arroganza “culturale” sono meramente dovute alle dimensioni del proprio conto in banca, piuttosto che agli studi effettuati!

Questa premessa risulta indispensabile per poter inquadrare correttamente quanto accada in Italia ogni qualvolta si tratti di discutere su opere edili che scatenano l’ira funesta dei cittadini, stufi di veder cancellare pezzi della propria storia e cultura, per lasciar spazio ad interventi sempre più ripetitivi ed anonimi, perché pensati per nessun luogo.

La vicenda di cui voglio parlare oggi, sebbene ambientata nella mia città natale, Barletta, è in realtà la stessa che ritroviamo in moltissime altre città, in giro per l’Italia, dove si stanno vivendo analoghe situazioni.

Nei giorni scorsi a Barletta, a seguito della sospensione del cantiere[3] che avrebbe portato all’abbattimento di Palazzo Tresca ed alla sua sostituzione con l’ennesimo abominio contemporaneo, è scoppiata la polemica. Personalmente, sin da settembre 2017, mi sono fortemente battuto per impedire questo scempio[4].

Senza soffermarmi sulle cose successe a partire dai primi giorni di giugno di quest’anno, quando era stato allestito il cantiere per la demolizione del Palazzo, subito sospeso grazie alle pressioni dei cittadini ed associazioni come Italia Nostra, con questo articolo intendo semplicemente far riflettere tutti, non solo i barlettani, sulle ragioni che portano a determinate situazioni. Per farlo, ho deciso di replicare a tre articoli, due dei quali davvero inaccettabili, nei quali si leggono alcune discutibili dichiarazioni rilasciate da personaggi influenti – ergo pericolose – a favore della demolizione del palazzo ottocentesco.

Nel primo articolo[5], la consigliera comunale Grazia Desario lamentava l’incapacità degli amministratori locali di tutelare il proprio patrimonio, nonché la mancanza di volontà di procedere – ormai da anni – all’approvazione del PUG che, di fatto, metterebbe al sicuro l’edilizia storica. Nel testo, la consigliera segnalava altresì la necessità di bloccare un’altra possibile demolizione, in via Mura dello Spirito Santo, dove lo scorso anno è venuto alla luce un tratto delle antiche mura cittadine. L’articolo in gran parte condivisibile, riportava però un inutile riferimento – certamente suggeritole da qualche addetto ai lavori disinformato sui fatti – all’intervento operato in via del Tritone a Roma in occasione dell’apertura della nuova sede della Rinascente … un intervento ignobile, violento ed insostenibile, che mai e poi mai bisognerebbe indicare come modello “rispettoso” di restauro e riuso di un edificio, solo perché ha mantenuto le facciate. Il discutibile intervento della Rinascente, molto complesso, è stato da me affrontato in un approfondito articolo[6] che invito tutti a leggere per maggiori chiarimenti.

Gli altri due articoli[7] sono invece un vero e proprio affronto al palazzo ed alla cittadinanza. In questi due testi gli intervistati, il Presidente della Commissione Urbanistica, arch. Vincenzo Laforgia e i rappresentanti della Assinpro (Associazione industriali della sesta provincia), Ruggiero Cristallo (Presidente), Tommaso Arnese e Nicola Tupputi (componenti del direttivo), hanno spaziato dalla mistificazione della realtà ad una sorta di terrorismo economico (i barlettani dovranno pagare i danni patiti dai proprietari di Palazzo Tresca per la mancata operazione), fino alle offese nei confronti dell’intera città di Barletta, i cui cittadini, a loro avviso, non sono per lo sviluppo della città ma per continuare a tenerla ferma!

L’architetto Laforgia, tra le varie cose, ha dichiarato:

«[…] i cittadini hanno il diritto di comprendere per lo meno quali siano le ragioni per le quali sono stati apposti dei vincoli, e per esempio quali ricadute sociali ed economiche, comporterebbe il loro rispetto, o viceversa. Semplicemente penso a chi legittimamente, alla luce di questi ultimi avvenimenti, si stia chiedendo cosa accadrebbe qualora volesse intraprendere una qualsiasi attività edilizia sulla palazzina di famiglia che insiste nella città consolidata»

una frase del genere, detta da un tecnico, peraltro Presidente della Commissione Urbanistica, finisce per intimorire la gente, convincendola che la tutela del patrimonio storico risulti dannosa per i propri interessi!

Laforgia è però andato avanti nella sua personalissima chiave di lettura del “problema” e, riferendosi ai due casi che tengono banco a Barletta, Palazzo Tresca ed Ex Cartiera Mediterranea, ha affermato:

«Per questi manufatti apparentemente comuni, anzi spesso oggetto di giudizi negativi, il momento della possibile attribuzione di una tutela determina una articolazione di passaggi, complicati da comunicare ai cittadini e, spesso, ancora oggi circoscritto all’interno di un circuito specialistico. Esso va quindi trattato con coraggio e senza pregiudizi, indirizzato nell’ambito di una trattazione scientifica multidisciplinare che privilegi la lettura dei manufatti interessati nella loro molteplicità interpretativa, al fine di stabilire con precisione che cosa valga conservare e che cosa no, facendo proprio un approccio positivo e consapevole del fatto che non ci possa arroccare esclusivamente sulla eterna diatriba conservazione/ricostruzione poiché esisterebbe anche la trasformazione».

Questo passaggio mira essenzialmente ad arrivare al punto, rischiosissimo, secondo cui una élite colta – rigorosamente schierata in maniera ideologica a favore del “progresso” – debba decidere cosa valga la pena vincolare e cosa no, un po’ secondo il criterio che portò alla dismissione dei centri storici a seguito del IV CIAM[8] prima e della cialtronata della “Nuova Gerusalemme” poi, fregandosene dell’opinione pubblica che, andrebbe ricordato, spesso è molto più onesta intellettualmente rispetto al pensiero di chi si sia formato nell’ideologia modernista! … Un principio che, dato il carattere elitario ed impositivo, potremmo anche definire del Marchese del Grillo! Inoltre, l’accenno alla “trasformazione”, riporta immediatamente alla luce il discorso relativo alla Rinascente di Roma, di cui ho già detto.

Le conclusioni di Laforgia riportate nell’articolo appaiono poi disarmanti:

«[…] sarebbe opportuno che non vivessimo in una città fatta di vincoli dei quali spesso si ignorano i motivi per i quali vengono apposti. In questo è necessario invece riconoscere il significato della stratificazione storica, il valore delle strade, delle piazze e degli spazi pubblici prendendo atto che la bellezza di una città consiste nel suo valore di insieme ancor più che nella straordinarietà dei suoi “edifici”, esiste un’anima della città, un tessuto connettivo la cui trama si intreccia con gli edifici e ne determina la storia. Esistono brutte città fatte da edifici belli e città bellissime fatte da brutti edifici”, pensiero questo dell’architetto Massimo Pica Ciamarra che abbiamo avuto l’onore di ospitare a Barletta in occasione del recente Simposio – Centri e Periferie della Bellezza. In sintesi, sarebbe auspicabile, in un futuro prossimo, l’interazione propositiva tra opinione pubblica e operatori economici con quelle che sono le direttive, i piani ei programmi della Pubblica Amministrazione: questo darebbe vita ad un’operazione di alto valore sociale con notevoli ricadute positive sulla nostra città e sul modo di viverla, consentirebbe altresì ai progetti di improntarsi a seguire dei processi legati alla democrazia urbana in uno scenario che verrebbe attraversato sia dalla piccola scala, che a seconda dei casi, potrebbe prevedere il riuso/conservazione o la ristrutturazione/rifunzionalizzazione dell’esistente».

Nulla di più assurdo e falso del concetto secondo il quale possano esistere “brutte città fatte da edifici belli e città bellissime fatte da brutti edifici”, basterebbe vedere alcuni esempi di progettazione New Urbanism per rendersene conto: Architettura e Urbanistica non sono scindibili, l’una necessita dell’altra per poter creare un ambiente coerente e piacevole. Sarebbe come sostenere che la Gioconda, incorniciata con un tubo di neon, possa mantenere il suo valore! Provate a vedere le immagini di un edificio storico coperto dai ponteggi (che lo fanno assomigliare ad una facciata contemporanea) e chiedetevi se quell’ambiente vi piace lo stesso … oppure provate a confrontare le immagini di Palazzo Cuomo di Barletta e di ciò che lo ha ignobilmente rimpiazzato nel 1983!

Sarebbe interessante, per tutti noi, che Laforgia e Pica Ciamarra, indipendentemente dai criteri che hanno portato l’UNESCO ad estendere il concetto di “monumento” all’intero tessuto edilizio, riuscissero a dimostrare che l’abominevole condominio realizzato a sinistra di Palazzo della Marra o il Municipio di fronte al Teatro Curci non disturbino il contesto!

Barletta – Piazza Caduti e Palazzo Cuomo nei primi anni ’20
Foto dello scempio che nel 1983, ha rimpiazzato Palazzo Cuomo … anche l’edificio alla sua sinistra, realizzato poco prima non scherzava… è proprio vero che, quando in un corpo sano si inserisce una cellula tumorale, essa prolifera!

Del resto, basta vedere la produzione architettonica dell’autore della citazione[9] per accorgersi che, nella sua carriera, mai abbia tentato un dialogo rispettoso con il contesto, preferendo celebrare se stesso e lo zeitgeist! A questo punto, Laforgia e tutti i barlettani farebbero bene a chiedersi che senso abbia avuto invitare un progettista del genere ad esprimere un giudizio sul risultato del Concorso per le Mura del Carmine, dove tutti i progetti premiati hanno mostrato il disinteresse più assoluto il contesto che avrebbero dovuto valorizzare[10]!

In fondo, quando un Presidente della Commissione Urbanistica si spinge ad affermazioni del tipo: «sarebbe opportuno che non vivessimo in una città fatta di vincoli dei quali spesso si ignorano i motivi per i quali vengono apposti», appare chiaro a tutti quale sia il suo interesse nei confronti della storia e del patrimonio cittadino!

L’ultimo articolo, quello più irritante, è quello dei rappresentanti della Assinpro, un articolo atto a spaventare i cittadini e promuovere la distruzione di Palazzo Tresca e, conseguentemente, la devastazione di ciò che è rimasto del tessuto storico della città.

Questi signori, come si è detto, hanno esordito dicendo:  

«[…] vi è la volontà dei privati titolari dei suddetti beni di riqualificare e dare nuova linfa agli stessi. Ancora una volta la farraginosa legislazione italiana e regionale non riesce a fornire risposte concrete e sbuca l’ipotesi di un vincolo d’interesse culturale da parte della Soprintendenza delle Belle Arti e Paesaggio […] La domanda sorge spontanea: secondo voi, i barlettani sono per lo sviluppo della città o per continuare a tenere ferma una città per colpa di tali ‘vincoli’ che emergono soltanto quando si concretizza l’avvio di un’opera o la stessa diventa oggetto di cantierizzazione? […] sviluppo non significa speculazione, ma ammodernamento, rigenerazione, efficienza energetica, confort, edilizia sostenibile ed altro. Anche “lavoro”, e perché no? […] Chi pagherà il ‘danno economico’ ai privati? E chi il danno di immagine ad una Città che sembra, tra le altre cose, di non essere degna di un futuro certo? Saranno, purtroppo ancora una volta i barlettani? Al ‘costruire’ purtroppo si preferisce sempre il ‘demolire’ o l’immobilismo a tutti i costi per l’incapacità di assumere decisioni. […] La Barletta che deve spiccare il volo, non può essere ‘bloccata’ dalle carte o da una burocrazia “a gettone”».

Ebbene, se è vero che risulti assurdo che gli amministratori pubblici succedutisi nel governo della città, da decenni, si rifiutino di approvare il nuovo piano Regolatore, fermo al 1971, è anche vero che risulti inutile richiedere un nuovo Piano Particolareggiato per il Centro Storico (ricordo che Barletta ha già un Piano Particolareggiato per il Centro Storico, redatto da Marcello Grisotti, Dino Borri, Renato Cervini, Marcello Di Marzo, Angelo Rodio e Rosa Colella) perché il nuovo PP, come anche spiegato da Laforgia, si limita a riportare l’elenco degli interventi realizzabili nella “Città Consolidata”, … in pratica il PP elenca una serie di “DOVERI” per i proprietari privati e non – poco realizzabili, specie in un periodo di crisi – mentre ciò che realmente servirebbe per proteggere la “Città Consolidata” e tutta l’edilizia storica, sarebbe uno strumento differente, il Piano di Recupero del Centro Storico che, se strutturato secondo la Legge 457/78 e la Legge Regionale 47/78 dell’Emilia Romagna, risulterebbe in grado di fornire anche molti “DIRITTI” per i proprietari[11] che, finalmente, risulterebbero incentivati dallo Stato a restaurare i propri immobili, piuttosto che cedere alle tentazioni dei costruttori interessati ad acquistare edifici centrali per demolirli e sostituirli con edifici contemporanei.

Questo problema, come si è detto, non è limitato al territorio barlettano, ma riguarda tutta l’Italia. Si pensi per esempio alla quantità di splendidi edifici otto-novecenteschi, di proprietà di enti religiosi “in crisi” a Roma, (per esempio il Villino Naselli e Villa Paolina) che, grazie alle Legge Regionale per la Rigenerazione Urbana, sono stati ceduti ad una serie di speculatori intenzionati a demolirli e sostituirli con obbrobri figli della loro “cultura”!

Detto questo, ritengo quindi che i signori dell’Assinpro, prima di farsi “sorgere la domanda spontanea” di cui sopra, dovrebbero interrogarsi sulle ragioni che portano la gente comune a ribellarsi ogni qualvolta si decida di intervenire sull’edilizia storica, a Barletta, a Roma e ovunque in Italia! … Per magia, potrebbero comprendere che la gente risulti stufa di veder perdere quell’edilizia che, anche se non monumentale, riveste un ruolo identitario che rafforza il proprio senso di appartenenza!

I signori dell’Assinpro, che giustamente dichiarano: «sviluppo non significa speculazione, ma ammodernamento, rigenerazione, efficienza energetica, confort, edilizia sostenibile ed altro», dovrebbero provare a guardare attentamente ciò che sia stato realizzato di recente in giro per l’Italia, sì da rendersi conto che, quasi mai, tra gli slogan ad effetto e la realtà finale ci sia corrispondenza.

La tanto vituperata edilizia storica per esempio, possiede un ottimo comportamento energetico che mai muta nel tempo, a differenza dei sistemi contemporanei, figli dell’industria e della chimica, difficilmente considerabili sostenibili, nonostante le balle raccontate e le sovvenzioni europee alla lobby dei produttori. L’edilizia storica, infatti, ha un “Ciclo di Vita” molto più lungo della presunta architettura sostenibile odierna … e questo non lo dice il sottoscritto, ma le regole di calcolo dell’Agenzia Europea dell’Ambiente che, se onestamente applicate, stravolgerebbero il processo edilizio della “sostenibilità”!

Ciclo di vita degli edifici (fonte Agenzia Europea per l’Ambiente)
Il 51% della responsabilità del surriscaldamento globale ed emissioni di CO2 a livello europeo dipende dal settore edilizio … “moderno” (fonte Agenzia Europea per l’Ambiente)

Inoltre, i signori dell’Assinpro e i tecnici a loro servizio, farebbero bene a sapere che, in materia antisismica, gli edifici storici, se ben realizzati e non manomessi con cemento armato, si comportano perfettamente in caso di terremoto e salvano più vite degli edifici “moderni”. Addirittura, come ho più volte raccontato, nel 2014 una commissione internazionale di esperti della materia, ha testato il sistema della “Casa Baraccata Borbonica” riportata nel “Manuale Antisismico” del 1785[12], addivenendo alla conclusione che quella metodologia costruttiva risulti la più sicura a livello mondiale!

Test antisismico eseguito in occasione del Convegno H.Ea.R.T. (Foto Credits: www.conservationtech.com Randolph Langenbach)

In pratica, essere “moderni”, essere “evoluti”, non significa dover reinventare costantemente la ruota, né dover distruggere quanto ricevuto in eredità. La realtà dei fatti è che, come ho già detto, i costruttori, dopo aver realizzato periferie spersonalizzanti, dove le case superano di gran lunga il numero degli abitanti e nessuno vuole più andare a vivere, per garantirsi la possibilità di continuare a costruire e vendere, esigono di poter mettere mano ad aree più appetibili da parte dell’esiguo mercato immobiliare … cosa che ogni tanto gli riesce, grazie agli amministratori pubblici che, dopo esser stati sovvenzionati, “devono mostrarsi riconoscenti” verso i loro “mecenati” … le vicende di Roma Capitale prima e di Parnasi poi hanno mostrato bene questo meccanismo!

Cari signori dell’Assinpro e caro Vincenzo Laforgia, se ancora vi viene difficile comprenderlo, sappiate che nessuno dei difensori di Palazzo Tresca intende essere anacronistico, passatista o restio al progresso, ciò che a voi sfugge del loro modo di pensare è che essi, liberi da pregiudizi e/o interessi, la pensano semplicemente come Edmund Burke, «Una civiltà sana è quella che mantiene intatti i rapporti col presente, col futuro e col passato. Quando il passato alimenta e sostiene il presente e il futuro, si ha una società evoluta» …

Quando, finalmente, comprenderete anche voi il messaggio di Burke, capirete che vi converrebbe moltissimo battervi a favore, e non contro l’istituzione di un vincolo alle belle arti!

Quando capirete il valore del senso di appartenenza, del genius loci, del bene e del bello condiviso, allora capirete anche che converrebbe a tutti battersi per la realizzazione di un Piano di Recupero per Barletta (come per qualsiasi altra città italiana).

Se ancora non avete letto la vicenda di Porto, della quale ho parlato la scorsa settimana[13], fatelo, così capirete quanto l’illuminata politica del sindaco Rui Moreira, basata sul recupero piuttosto che sulla cementificazione e lo sperpero, abbia portato la splendida cittadina portoghese ad azzerare il debito e arricchirsi, peraltro ricevendo un prestigiosissimo premio internazionale da parte dell’International Making Cities Livable!


[1] Andrea Sciascia, Tra le Modernità dell’Architettura – la questione del Quartiere ZEN 2 di Palermo, L’Epos Edizioni, Palermo 2003.

Ettore Maria Mazzola “Noi per lo Zen – Progetto di rigenerazione urbana del quartiere San Filippo Neri (ex Zen) di Palermo”, con introduzione di Rob Krier. Testo Italiano/Inglese. GEDI Gruppo Editoriale SpA, Roma, 2017. Acquistabile on-line all’indirizzo https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/arte-e-architettura/371570/noi-per-lo-zen/

[2] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2018/02/17/i-professionisti-dellipocrisia-rigenerazione-riqualificazione-sostenibilita-unimmensa-presa-per-i-fondelli-negli-interessi-della-speculazione/

[3] https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/bat/1149084/barletta-stop-del-comune-ai-lavori-di-palazzo-tresca.html

[4] Per un approfondimento sulla vicenda di Palazzo Tresca e sulle possibili soluzioni, rimando ai miei precedenti articoli: http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/09/05/ma-perche-strappare-le-nostre-radici-fermiamo-la-demolizione-di-palazzo-tresca-a-barletta/

[5] https://edicola.lagazzettadelmezzogiorno.it/gazzettadelmezzogiorno/books/barl/2019/20190627barl/#/36

[6] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2018/02/17/i-professionisti-dellipocrisia-rigenerazione-riqualificazione-sostenibilita-unimmensa-presa-per-i-fondelli-negli-interessi-della-speculazione/

[7] https://edicola.lagazzettadelmezzogiorno.it/gazzettadelmezzogiorno/books/barl/2019/20190626barl/#/32

https://edicola.lagazzettadelmezzogiorno.it/gazzettadelmezzogiorno/books/barl/2019/20190626barl/#/33

[8] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/08/07/sul-disastro-urbanistico-successivo-al-iv-ciam-del33-e-sulla-possibilita-di-far-rinascere-le-nostre-citta/

[9] http://www.picaciamarra.it/

[10] https://concorsiawn.it/periferie2017/home

[11] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/10/21/dopo-via-ticino-incontri-ravvicinati-di-terzo-tipo-col-ministero-dei-beni-culturali/

[12] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/06/11/new-towns-di-laquila-case-antisismiche-o-autodistruggenti/

[13] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2019/06/23/riflessioni-dopo-il-56-convegno-dellimcl-di-portland/

8 pensieri su “Edifici storici a rischio “rigenerazione urbana”

  1. A proposito di Toro Seduto, pare, pare, che sia da attribuire ad Alce Nero la frase “ non ereditiamo la terra dai padri, ma la riceviamo in prestito dai nostri figli “. Quando si dice “dei selvaggi “ !
    Mi si consenta la solita inutile puntualizzazione che diventa digressione : non sarà che lo stesso meccanismo che ha portato, per esempio, alla realizzazione del MOSE, di cui oggi si apprende il blocco delle paratie a causa della ruggine, diconsi ruggine, ruzza, ossidazione del metallo a contatto con l’acqua, sia lo stesso che muove la distruzione della città antica a causa della messa a massimo profitto dei beni immobili ivi da secoli presenti, diconsi speculazione finanz/edilizia, vestita da rendita prima ma anche dopo il trattamento ! Un manipolo de disperati pronti a tutto pur di guadagnare un po’ di tempo comanda il mondo. ( Wolfgang Streeck – Tempo guadagnato ).

    1. Caro Maurizio,

      purtroppo questa è la società “evolutissima” che abbiamo creato (io e te no di certo!)

  2. Caro Ettore, che bell’articolo, ma che tristezza che monta..in questi giorni ripensavo alle lezioni del prof. Marconi, sui danni fatti al mondo delle costruzioni in italia dall’industrializzazione dei materiali e relativa perdita della sapienza del buon costruire antico. ..pensavo all’invivibilità delle case fatte negli ultimi 60 anni e di come invece si viva ancora bene nei centri storici..di come tutta l’emergenza ambientale odierna sia la conseguenza anche del costruire moderno..di come tutto ciò sia stato realizzato senza verifica alcuna delle mirabolanti doti dei nuovi materiali..di come le temperature aumentino anche in funzione degli impianti di condizionamento, ormai presenti ovunque per ovviare a case invivibili..
    Però non vedo luce in fondo al tunnel..io rimugino tra me e me e mi guardo intorno, basito per quel che vedo e disilluso di un eventuale cambio di marcia..tu invece sei attivissimo nel tuo tentativo di cambiamento..non posso fare altro che ringraziarti, perché mi fai sentire meno solo. Un caro saluto
    Alberto

    1. Grazie Alberto,

      l’unica arma che abbiamo in questa società ipnotizzata dalle idiozie e dalle falsità che le vengono propinate, è quella di provare a fare controinformazione al fine di sensibilizzare la gente e svegliarsi dal torpore che l’avvolge!

      Un caro saluto
      Ettore

  3. Il piacere di combattere è pura estetica, il gusto un po’ amaro delle cause perse è stato oggetto anche di un importante libro di Slavoj Zizeck e non si è mai visto nella storia umana un progresso senza che qualcuno o molti abbiano combattuto per esso. Semplicemente non esiste. Oggi il problema ha però un elemento inedito : la mancanza di tempo. Paradossalmente, nell’epoca della riduzione dei tempi di esecuzione e d’implementazione, quello che sembra mancare è proprio il tempo, e anche lo spazio. Se lo sono divorato, mangiato… è sparito ! A dimostrazione che c’è qualcosa di esiziale che pervade le società umane : il modello economico imperante.

  4. … non si capisce perché, esistendo modi, metodi, tecniche e tecnologie e talvolta anche volontà collettive, molte scelte che contribuirebbero a vivere meglio sul nostro pianeta, nelle case, nelle città, in una parola nella collettività dei viventi, non vengano prese e, anzi, trovano forte opposizione negli attuali obsoleti meccanismi dell’accumulazione, riproduzione, circolazione del capitale complessivo che è posseduto, naturalmente, da pochissime, anche in numeri assoluti, strutture proprietarie ! Vedasi persone.

  5. A titolo d’esempio, la cosiddetta rigenerazione urbana da chi è promossa ? Da un ente con compiti di giurisdizione collettiva ? Gli interessi collettivi cioè pubblici, in generale, da chi sono rappresentati, difesi, promossi soprattutto ? Sembra esserci un vuoto di dimensioni sempre maggiori e nel vuoto, s’inseriscono gli interessi individuali. È una vecchia storia con connotati attuali, del tempo che stiamo vivendo, lo spirito del tempo appunto, ma il meccanismo non può che essere il medesimo di sempre, con qualche novità come la nuova finanza che irrigidisce ancora di più la catena di comando e la concentrazione di questo in un numero sempre minore di mani.

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