I Professionisti dell’ipocrisia: Rigenerazione, riqualificazione, sostenibilità … un’immensa presa per i fondelli negli interessi della speculazione

Qualche mese fa, dopo un lungo periodo di lavori, è stata inaugurata la nuova sede de La Rinascente di Roma posta ad angolo tra via del Tritone e via Due Macelli … l’opera è stata inaugurata in pompa magna alla presenza del Presidente della Regione Lazio Zingaretti, della sindaca di Roma Raggi e del soprintendente Prosperetti.

Nel rispetto dell’esterofilia galoppante e dello pseudo-intellettualismo radical-chic, i promotori dell’iniziativa e tutta la stampa asservita, descrivendo della nuova sede l’hanno definita il secondo “flagship store” dopo quello di Milano … e già, mai sia definirla con un insulso quanto poco appariscente termine italiano del tipo “sede principale”: nell’era dell’immagine, per poter avere successo, occorre usare parole ad effetto, affinché gli intellettualoidi radical-chic possano ripeterle – per far sfoggio di “cultura” – dando maggior eco all’operazione pubblicitaria.

Indubbiamente, a livello di immagine, l’operazione ha riscosso un certo successo. Negli ultimi mesi infatti, molti romani hanno manifestato un grande interesse per la nuova sede, specie i giovani, che si sono scatenati sui social networks postando selfie presi sulla splendida terrazza panoramica, da cui sembra potersi toccare con un dito la meravigliosa architettura borrominiana di Sant’Andrea delle Fratte.

Ma è proprio tutto oro quello che luccica?

Dopo averla visitata, avevo scritto un post su Facebook stimolando un interessante dibattito, ragion per cui ho pensato potesse risultare utile approfondire alcuni aspetti sui quali, in quella sede, non mi era sembrato opportuno esprimermi.

Per esempio, visto il target medio alto, se non altissimo, della merce in vendita, viene da chiedersi se, in un periodo di crisi come quello attuale, certi negozi possano avere un mercato tra i residenti, oppure se non sia solo un qualcosa appannaggio dei turisti (quelli ricchi, ovviamente) che si riversano a Roma … il che aprirebbe un altro dibattito che, però, esula dalle intenzioni di questo post, e che riguarda la “Disneyficazione” dei centri storici i quali, a velocità esponenziale, vedono scomparire i negozi e le attività vitali, in nome di luoghi miranti ad allontanare i residenti, gli artigiani ed il piccolo commercio.

Vengo quindi al punto.

Sempre più di frequentemente – in TV, sui social networks e giornali – sentiamo architetti di fama, politici ed “esperti del settore”, promuovere progetti di “riqualificazione urbana” e/o “rigenerazione urbana” fondati sul concetto di “sostenibilità ambientale” ecc. … ultimamente, addirittura, queste argomentazioni sono divenute oggetto di campagna elettorale da parte di molti politici, ipocritamente interessati alle periferie! … Avete mai provato a chiedervi se la terminologia usata risulti pertinente a quanto proposto? E poi soprattutto, se mai lo fosse, avete mai provato a chiedervi se davvero essa corrisponda alla verità?

Proviamo quindi a fare un po’ di ordine rammentando alcune cose utili a farci render conto dell’immane presa dei fondelli nascosta dietro certe argomentazioni che, con parole diverse, suonano come gli slogan, adoperati negli anni ’60 – ’70 del secolo trascorso, per consentire la creazione di mostruosità edilizie e l’espansione scriteriata a macchia d’olio delle nostre città.

Anche a quell’epoca infatti, volendo farci credere di fare un favore non da poco alla società, una serie di “professoroni prezzolati” – poi risultati autori delle peggiori periferie italiane – prestarono la loro influente voce agli speculatori, interessati alle proprie tasche piuttosto che al miglioramento delle condizione di vita degli esseri umani. Essi, come ricordato da Giancarlo De Carlo prima e Andrea Sciascia poi, sostenevano di mirare  «a materializzare l’idea che la città storica, espressione delle classi sociali che avevano dominato e oppresso la società umana, doveva essere abbandonata ai suoi fondatori, mentre alle classi sociali popolari in ascensione sarebbero stati destinati i nuovi quartieri costruiti in periferia che, aggregandosi, avrebbero finito col generare la Nuova Gerusalemme: la città della società senza classi, libera, giusta e fraterna»[1].

Diversamente oggi, vivendo in una società fondata sul consumo, sul sospetto e sull’individualismo sfrenato, dove delle questioni sociali e del senso di comunità non frega più nulla a nessuno, l’argomento aduso ai nuovi “filantropi” è divenuto quello dell’ambiente e, semmai, della qualità edilizia, sicché le parole d’ordine sono divenute “sostenibilità”, “green”, “bio”, “eco”, “smart”, “rigenerazione” e “riqualificazione” urbana.

Ironia della sorte, se un tempo l’interesse di certi “filantropi” si rivolgeva alle periferie, oggi che anche loro si sono resi conto dell’abominio creato, l’attenzione è tornata a quel “deprecabile” centro storico che, nonostante l’infamia delle accuse rivoltegli, da un punto di vista immobiliare continua ad essere, oggi più di allora, il più richiesto dalla gente!

Ecco quindi che, grazie al Piano Casa”, al decreto “Sblocca Italia” e alla legge sulla “Rigenerazione Urbana” l’edilizia, deregolata, sembra essere ripartita alla grande, mettendo a repentaglio il nostro patrimonio … ma in maniera sostenibile!

Grazie infatti alla complicità di professionisti senza scrupoli, di politici interessati a svendere il bene comune a degli investitori stranieri, nonché di soprintendenti che definirei “alle demolizioni e cementificazioni”, le zone più “appetibili” delle nostre città sono state affidate alle premurose mani di immondi speculatori – spesso totalmente privi di cultura – i quali, con la scusa della “rigenerazione e riqualificazione urbana”, possono permettersi di demolire e sostituire ciò che vogliono!

Eppure, che si tratti di edifici di pregio, oppure di modesti e dignitosi edifici, appartenenti ad un contesto storico immodificabile … se vi fosse rispetto della normativa e dell’orientamento internazionale che estende il concetto di monumento all’intero ambiente urbano storicizzato, nessuna delle operazioni in corso risulterebbe possibile!

A tal proposito infatti, senza dilungarmi nell’elenco di tutta la normativa vigente, ricordo che la Dichiarazione di Amsterdam del 1975 affermava: “Per molto tempo sono stati tutelati e restaurati soltanto i monumenti più importanti, senza tener conto del loro contesto. Essi però possono perdere gran parte del loro valore se questo loro contesto viene alterato”; mentre la Carta di Cracovia del 2000 chiariva inequivocabilmente che: Gli edifici nelle aree storiche possono anche non avere un elevato valore architettonico in sé stessi, ma devono essere salvaguardati per la loro unità organica, per le loro connotazioni dimensionali, costruttive, spaziali, decorative e cromatiche che li caratterizzano come parti connettive, insostituibili nell’unità organica costituita dalla città”.

A chi volesse, in malafede, far notare che certe “Carte del Restauro” riguardino dei “semplici” orientamenti internazionali suggeriti dall’UNESCO, piuttosto che delle leggi locali, voglio però far notare che, nonostante tutto, perfino le leggi ignobili in base alle quali avvengono gli scempi di cui sopra, prevedono alcune esclusioni … nel rispetto di quell’orientamento!

In particolare, come avevo ricordato nel post[2] scritto un paio di giorni fa, il famigerato Piano Casa specifica che:

«Particolare attenzione è rivolta agli aspetti paesaggistici ed ambientali. A tale scopo sono vietate le trasformazioni all’interno degli insediamenti urbani storici (…).[3]»

Mentre la nuovissima “Legge sulla Rigenerazione Urbana” afferma[4]:

«La legge sulla rigenerazione urbana e per il recupero edilizio” (…) detta disposizioni ordinarie finalizzate ad incentivare la razionalizzazione del patrimonio edilizio esistente, promuovere la riqualificazione di aree urbane degradate e di tessuti edilizi disorganici o incompiuti e riqualificare edifici a destinazione residenziale e non (…) riqualificare aree degradate e caratterizzate da funzioni eterogenee e tessuti edilizi incompiuti (…).»

Se così fosse, come dovrebbe, appare davvero assurdo che i nostri politici e soprintendenti consentano alle nuove piovre di estendere i propri tentacoli sul nostro patrimonio edilizio.

Ma vi sono altri sinistri aspetti di certe operazioni immobiliari. Se infatti provassimo, in nome della “sostenibilità”, a guardare a certi interventi estendendo il nostro sguardo a tutto ciò che possano comportare, ci accorgeremmo dell’infinita serie di contraddizioni ed ipocrisie che nascondono.

Non si tratta di dover evidenziare ancora una volta come, in nessuna delle operazioni promosse negli ultimi tempi in zone di pregio – a Roma e/o altrove – si ravvisino le reali condizioni di “rigenerazione” legate alle esigenze di migliorare “aree urbane degradate e tessuti edilizi disorganici o incompiuti”, né che, nella totalità dei casi, il 30-35% non sia stato destinato ad “housing sociale”, ma di dover evidenziare tutta l’ipocrisia del caso in materia energetica, ambientale, archeologica, economica, ecc.!

L’isolato della Rinascente durante le demolizioni e scavi per la realizzazione del nuovo “flagship store”
L’isolato della Rinascente durante le demolizioni e scavi per la realizzazione del nuovo “flagship store”
L’isolato della Rinascente durante le demolizioni e scavi per la realizzazione del nuovo “flagship store”
L’isolato della Rinascente durante le demolizioni e scavi per la realizzazione del nuovo “flagship store”

Torno quindi al caso del “nuovo flagship store” della Rinascente di Roma, sì da evidenziare, con maggiori dettagli, le mie perplessità sull’operazione svolta.

Nel decantare la nuova sede, il soprintendente Prosperetti, non nuovo a rilasciare dichiarazioni e/o autorizzazioni che nessuno si aspetterebbe mai da una persona che rivesta quell’incarico, ha affermato:

«La scoperta di ben 15 arcate dell’Acqua Vergine, tra i più cospicui pezzi di acquedotto romano all’interno della città, grazie alla collaborazione tra pubblico e privato, ha permesso la creazione di una nuova e preziosa area archeologica all’interno di Rinascente. Una valorizzazione che è il frutto di una visione coraggiosa e innovativa dei Beni Culturali della Soprintendenza Speciale di Roma. All’interno di uno spazio pubblico, aperto e senza biglietto, verrà offerto qualcosa di unico al mondo: le arcate dell’Aqua Virgo, accompagnate da un racconto filologico con la suggestione delle ricostruzioni in realtà virtuale, che aiutano a conoscere l’acquedotto e la storia di quella parte della Roma barocca topograficamente così significativa sin dall’età antica[5]».

Porzione dell’Aqua Virgo visibile nel piano interrato della Rinascente (immagine tratta dal sito di Repubblica.it)

A ben vedere però, lo scavo aveva portato in luce tutto un tessuto urbano, quasi intatto, con i resti di due acquedotti e della Salaria Vetus, inclusi alcuni sepolcri monumentali del 1° secolo a.C., delle insulae e tabernae della prima e media età imperiale e, soprattutto, di una domus signorile, impreziosita da uno stibadium (divano triclinare per i banchetti) e di un piccolo impianto termale (balneum) del IV d.C., tutto decorato con mosaici e pavimenti in opus sectile … tutte cose che, ad eccezione delle arcate dell’Aqua Virgo e delle immagini ricostruttive virtuali, non sono state conservate!

La Rinascente – vista generale dell’area di scavo (immagine tratta dal sito di Repubblica.it)
La Rinascente – Planimetria generale dell’area di scavo (immagine tratta dal sito di Repubblica.it)
La Rinascente – Vista degli scavi con pavimenti in opus sectile (immagine tratta dal sito di Repubblica.it)
La Rinascente – Vista degli scavi con pavimenti in opus sectile (immagine tratta dal sito di Repubblica.it)
La Rinascente – Rendering ricostruttivo della Domus con stibadium (immagine tratta dal sito di Repubblica.it)
La Rinascente — Rendering ricostruttivo dello stibadium (immagine tratta dal sito di Repubblica.it)
La Rinascente – giochi luminosi sulla parete in Opus Reticulatum dell’Aqua Virgo … un kitsch perfetto per uno shopping mall all’americana

Ebbene, alla luce di queste immagini e delle dichiarazioni trionfanti sulla “visione coraggiosa e innovativa dei Beni Culturali della Soprintendenza Speciale di Roma”, rilasciate dal soprintendente, viene da chiedersi se sia più rilevante la “musealizzazione” con proiezioni luminose – un kitsch ottimo per un centro commerciale più che per un’area archeologica[6] – delle arcate dell’Aqua Virgo, oppure la perdita definitiva degli ambienti della domus e del balneum

Ma veniamo alle brevi considerazioni, fatte subito dopo la mia visita al “flagship store”, in risposta ad un commento di una cara amica la quale, sottolineando la “bellezza” della nuova sede, scherzava sul fatto che fossi entrato a visitare la Nuova Rinascente.

Per qualche oscura ragione, infatti, in molti tendono a fare confusione sul termine “bellezza”. Mi è capitato di sentir definire “bello” un ospedale solo perché pulito e funzionale, altrettanto dicasi per edifici immondi, definiti “belli” solo perché nuovi! … Evidentemente la nostra società non riesce più ad essere obiettiva e si lascia facilmente manipolare da certi opuscoli turistici e/o di agenzie immobiliari che, per abitudine, riportano frasi del tipo “splendida location con vista stupenda verso” … senza mai in considerare la vista dal lato opposto!

Sarebbe il caso di capire che, il fatto che da un edificio possa godersi una vista spettacolare, non implichi necessariamente il fatto che l’edificio in sé possa ritenersi “bello“.

Nel caso specifico della Rinascente di via del Tritone poi, occorrerebbe far notare come, in aggiunta al godimento della bellezza della vista di S. Andrea delle Fratte e di Roma – esclusivamente in direzione San Pietro – chi volesse guardare in direzione del Quirinale si troverebbe la visuale bloccata dalle strutture poste a mascheramento delle immonde macchine necessarie all’insostenibile impianto di aria condizionata, indispensabile per questo genere di interventi, che trasformano un edificio tradizionale in una porcheria industriale, le cui finestre non possono più aprirsi … esattamente come accade in un immondo grattacielo per uffici di una città figlia del consumismo sfrenato!

Sollevamento di un gigantesco gruppo refrigerante dell’impianto di condizionamento della Rinascente in via del Tritone
Sollevamento di un gigantesco gruppo refrigerante dell’impianto di condizionamento della Rinascente in via del Tritone
Monotone pareti a telaio del cavedio centrale della Rinascente

Cosa ci sarebbe poi di bello nell’architettura interna al megastore? Nonostante la propaganda[7] della stampa asservita ai promotori infatti, sarebbe il caso di sottolineare che i progettisti avrebbero potuto prevedere un design migliore, che non limitarsi a disegnare degli squallidi telai quadrati – “stile disegni anni ’70 di Franco Purini” – privi di inventiva e ripetuti all’infinito.

Le facciate dell’edificio del primo Novecento “restaurate” all’interno della struttura

Vincent Van Duysen, architetto belga autore degli interni, ha altresì “restaurato” le facciate di un palazzetto del primo Novecento “sopravvissute” all’interno alla struttura (cfr. foto aeree dell’area di cantiere) che, a detta della stampa, risulterebbero “un vero e proprio palazzo nel palazzo, che diventa parte integrante e suggestiva dell’architettura espositiva” … nella realtà dei fatti, però, l’intervento ha comportato l’inserimento di cornici rococò alle finestre che mai erano esistite in precedenza e che, di fatto, hanno rafforzato il carattere kitsch da “shopping-mall” o “outlet” suburbano, che nulla ha a che fare con la cultura e la tradizione architettonica italiana!

A rafforzare ulteriormente il carattere effimero-consumista, più che di qualità e durevolezza, si può inoltre far notare come i telai del cavedio centrale risultino rivestiti con delle lastre di travertino sottilissime che, risultando intestate l’una all’altra – invece che giuntate a 45° – vanno ad evidenziare la fragilità – e “falsità strutturale” – del rivestimento lapideo tanto che, in più punti, gli spigoli risultano già miseramente lesionati!

Ad un occhio attento quindi, l’impatto complessivo dell’interno è quello del kitsch appiccicaticcio, tipico di certi progetti concepiti scindendo il design dalla conoscenza della realtà e del comportamento strutturale dei materiali da costruzione … progetti che sul monitor del computer risultano accattivanti, mentre nella realtà si presentano miserevoli.

Qualcuno potrebbe obiettare: “se non vuoi vedere certe cose nessuno ti forza a farlo!” … Verissimo, se la cosa si limitasse all’interno dell’edificio, infatti, nessuno avrebbe nulla da obiettare, ma qui tutti sono obbligati a dover guardare certe schifezze!

La Rinascente lungo via del Tritone … le finestre, inutilizzabili, sono utilizzate per attirare l’attenzione sull’edificio con giochi luminosi di pessimo gusto, perfetti per Las Vegas, ma non per il centro storico di Roma

Chi passeggi all’imbrunire lungo via del Tritone infatti, è costretto a subire la visione delle immonde luci giallorosse che illuminano i vani delle finestre ormai inutilizzabili per la loro funzione originaria. L’armonia delle finestre e persiane dell’isolato risulta violentata per sempre da un pessimo trattamento di facciata degno di una squallida città d’oltre oceano.

Per dirla tutta, ci troviamo davanti ad una cialtronata kitsch che ci si aspetterebbe di vedere presso un casinò di Las Vegas, non certamente a metà strada tra Fontana di Trevi, Piazza Barberini e Piazza di Spagna! Chi ha consentito questa nefandezza è censurabile quanto l’ignorantissima committenza thailandese e i suoi progettisti! … Altro che proclami di “visione coraggiosa e innovativa dei Beni Culturali della Soprintendenza Speciale di Roma”, bisognerebbe cospargersi il capo di cenere e chiedere scusa!

Ma c’è ancora qualcosa, molto più grave dell’estetica dell’edificio che qualcuno potrebbe ritenere un’opinione personale e, come tale, trascurabile: sto parlando del danno ambientale causato da progetti del genere i quali, rendendo inutilizzabili le finestre, obbligano questi edifici a divenire dipendenti dai sistemi di climatizzazione e condizionamento dell’aria, sviluppando così un’immane quantità di calore, utile solo ad acutizzare l’effetto serra che si finge di combattere!

Non occorre essere degli esperti del settore per comprenderlo: se vi è mai capitato di passeggiare all’esterno di un negozio, in corrispondenza dell’unità esterna di un condizionatore, converrete con me che, si spegnessero per magia tutti gli impianti di condizionamento dei “modernissimi” edifici delle “modernissime” città, caratterizzate da tipologie edilizie dipendenti dagli impianti di condizionamento, la temperatura esterna scenderebbe di almeno 5 – 6 °C, se non di più!

Come è dunque possibile, nella presunta “era della sostenibilità” consentire questi abomini?

Per la cronaca, come può liberamente leggersi nella pagina web della ditta incaricata dell’impianto di condizionamento[8] installato presso la Rinascente di via del Tritone, quest’ultimo consta di “due grossi gruppi frigo refrigeratore di liquido TECS-FC/K 1204 ed una pompa di calore polivalente ERACS2-Q/SL-CA 3222 con una potenza frigorifera totale di quasi 2.200 kW.”

Tutto bello dunque, tutto regolare, nulla da obiettare … tuttavia vorrei chiedere che, per coerenza, si smetta di utilizzare in maniera ipocrita parole ad effetto come “sostenibilità” e “riqualificazione” o “rigenerazione”!

Se chi ci governa, amministra e tutela pensa davvero che “in nome della necessità di attirare in Italia capitali stranieri” si possano e si debbano compiere scempi ambientali del genere, chiedo altresì che, coerentemente, la smettano di vessare gli italiani con finte politiche ambientaliste, poiché misure come le targhe alterne, le domeniche a piedi, la necessità dell’auto Euro n, la limitazione delle ore e dei giorni per l’accensione invernale degli impianti di riscaldamento, davanti a certi scempi ambientali di Stato non servono a nulla!

PS

La Rinascente non è nuova a fare scempio dell’ambiente e delle città d’arte italiane: Piazza San Domenico a Palermo urla ancora vendetta, così come il primo “flagship store” aperto a Milano accanto al Duomo … forse è meglio che le si impedisca di “rinascere” altrove!

Palermo, La Rinascente in Piazza San Domenico
Milano, le terrazze e gli impianti di condizionamento della Rinascente

[1] Andrea Sciascia, Tra le Modernità dell’Architettura – la questione del Quartiere ZEN 2 di Palermo, L’Epos Edizioni, Palermo 2003.

[2] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2018/02/12/la-malsana-politica-della-regione-lazio-in-materia-di-sanita-e-patrimonio-urbanistico-architettonico/

[3] http://www.regione.lazio.it/rl_urbanistica/?vw=contenutidettaglio&id=86

[4] http://www.regione.lazio.it/rl_urbanistica/?vw=contenutiDettaglio&cat=1&id=234

[5] http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/09/16/news/sotto_la_rinascente_scorreva_l_aqua_virgo_eccezionale_ritrovamento_sotto_via_del_tritone-175628773/#gallery-slider=175597023

[6] https://www.quotidiano.net/cronaca/video/i-giochi-di-luce-dell-acquedotto-vergine-alla-rinascente-1.3459470

[7] http://www.archiportale.com/news/2017/10/case-interni/rinascente-apre-a-roma-un-nuovo-flagship-store_60423_53.html

[8] https://www.climaveneta.com/IT/Media/News/1363.html

13 pensieri su “I Professionisti dell’ipocrisia: Rigenerazione, riqualificazione, sostenibilità … un’immensa presa per i fondelli negli interessi della speculazione

  1. Sono le “convenzioni ad personam” da “Mani sulla città” degli Anni ’50-’60 ribattezzate con nomi più accattivantemente moderni ed in versione 2.0 finanziarizzata e globalizzata. A Milano a Citylife e Porta Nuova si sono pagati alla rendita fondiaria 1.800 €/mq di pavimento realizzabile contro gli 800/900 €/mq correnti nelle operazioni immobiliari a breve: è una scommessa speculativa sul lungo periodo (15-20 anni in cui si conta sul raddoppio e più dei prezzi correnti, egemonizzando il mercato immobiliare), ma che solo grandi entità finanziarie possono affrontare. Anche le funzioni e l’immagine urbana perseguita sono quelle di un “metrolife style” globalizzato, confacente alle loro visioni ed aspettattive: l’archistar system è quello più pronto ad adeguarvisi.
    P.S. Oggi, a proposito del riallestimento della Pinacoteca di Brescia da parte dell’indiano Anis Kapoor, ho scoperto anche un nuovo neologismo: “l’artistar” !

    1. Si sì, c’è proprio l’estetica dell’urbanistica e dell’architettura new-Capitalism…a cera persa. Personalmente, in generale mi suscita ribrezzo ma senza rimpianti per ciò che è stato e non è più. Con l’assoluta certezza che per le città e i paesaggi sarà sempre peggio. D’altronde il Capitalismo è crisi e questa è la faccia peggiore di quella ciclica crisi.

  2. Caro Ettore, le tue considerazioni sono le mie. Condivido tutto quanto hai relazionato senza condizioni.
    Il tuo problema, forse anche mio per altri aspetti, è il nostro VOLER vivere fuori dello squallore dei “compromessi” portati avanti da nostri pseudo “colleghi” al soldo, non più del “capitale” come si diceva nei tempi passati, ma del più schifoso putrido malaffare che vuol trarre guadagno nell’immediato quanto più immediato … sulla “pelle” di secoli / millenni di storia … qualcuno dice che la storia insegna, ovvero è un “insegnante” … OVVERO SIAMO DI FRONTE AD UN VERO E PROPRIO “INSEGNANTICIDIO” !!!!
    Scusa lo sfogo … un affettuoso saluto alla tua competenza (ed un grazie per la speranza che hai ravvivato in me per un futuro di cultura … ma quella VERA) ….

    1. grazie Alessandro,
      sei molto gentile.
      Nel mio piccolo, ciò che posso fare e solo un’opera di denuncia … spero che questi miei messaggi aiutino a cambiare il modo di porsi davanti a certe cose

  3. L’inizio dell’articolo mi aveva infastidito per il tono apodittico-lamentoso ma poi mi ha coinvolto e le foto mi hanno inorridito. Ho vissuto più di un decennio a Roma e vi ho frequentato l facoltà di Valle Giulia – dove ho conseguito la laurea in Architettura (Poi la vita mi ha condotto altrove). Purtroppo la Capitale continua a cannibalizzare il proprio corpo storico, come fece soto i governi dei “piemonteresi-fessi”, poi dei “fascisti-magnoni” (chiedo pietà al correttore automatico) . Quest’ultimo sfregio, accompagnato da una demenziale distruzione di beni storico-archeologici, è imperdonabile, anche perché perpetrato senza alcun clamore di informazione. Che manteniamo a fare soprintendenti e urbanisti? E’ ancora possible un’azione penale a posteriori che scoraggi analoghi interventi a Roma e nelle altre città storiche del Paese? Che ne dice Italia Nostra (se esiste ancora). Che brutta roba lasciamo dietro di noi!

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