La nuova Cattedrale di Maxim Atayants a San Pietroburgo

Un esempio importante su cui riflettere a fondo

In questi giorni, nella periferia di San Pietroburgo, il mio caro amico e collega Maxim Atayants, del quale avevo già scritto in passato relativamente alla sua splendida Chiesa Armena di Qaraglukh nel Nagorno-Karabakh[1], sta portando a termine un’altra delle sue opere magistrali: una nuova Cattedrale.

San Pietroburgo – vista aerea della lanterna e della cupola della nuova Cattedrale progettata da Maxim Atayants
Maxim Atayants – Chiesa Armena a Qaraglukh nel Nagorno-Karabakh

Atayants[2], con il quale mi pregio di aver collaborato per alcuni progetti di nuovo sviluppo urbano nella Regione di Mosca, progettando alcuni edifici residenziali e scuole, è uno dei rarissimi esempi, se non unico al mondo, di architetto “vitruviano”; un professionista straordinario che ancora riunisce in sé il ruolo di progettista urbano, progettista architettonico, progettista di interni, progettista di arredi e restauratore, ma egli è anche uno straordinario disegnatore, pittore, scultore, incisore, vedutista, acquarellista, collezionista d’arte, professore di storia dell’architettura e progettazione, ecc. ecc.

Maxim Atayants – disegno a china acquerellata di Piazza di Pietra a Roma
Maxim Atayants – disegno a china acquerellata del Foro Romano
Maxim Atayants al lavoro mentre realizza un modello 1:1 di una cornice per un suo progetto realizzato a San Pietroburgo una ventina di anni fa
Maxim Atayants – affresco realizzato per un ristorante realizzato a San Pietroburgo circa 20 anni fa
Maxim Atayants – progetto per il prospetto principale sulla Neva della nuova Corte Suprema di San Pietroburgo

Tra i suoi progetti c’è il Villaggio Olimpico di Sochi, c’è il progetto vincitore per la nuova Corte Suprema di San Pietroburgo ed un’altra infinità di progetti intimamente legati alla tradizione dei luoghi in cui sorgono. Dei progetti che – il tempo gli ha dato ragione – hanno sviluppato o fatto rinascere il “senso di appartenenza” dei residenti; cosa che è infatti possibile registrare nelle nuove “città satelliti” di Mosca come nello straordinario caso menzionato di Qaragluck, nel Nagorno-Karabakh, dove, grazie all’edificazione (a proprie spese da parte di Atayants) della nuova chiesetta realizzata con la tecnica plurimillenaria dell’emplekton, è rinato l’artigianato ed il popolo che si era dovuto allontanare a seguito dell’ultimo tentativo di pulizia etnica operato dai turchi nei primi anni ’90 del XX secolo, è tornato a ripopolare il villaggio ricostruendo, com’erano e dov’erano (ancora grazie alla generosità di Maxim), le case bombardate dai turchi!

Maxim Atayants – progetto per uno degli alberghi nella piazza del Villaggio Olimpico di Sochi

Checché ne possano dire i colleghi malpensanti i quali, memori della favola di Esopo della “volpe e l’uva”, condannano chi realizzi opere che loro non sarebbero in grado nemmeno di concepire, io considero invece queste cose un “grande esempio di civiltà”. Quella civiltà che, come la sostenibilità, andiamo demagogicamente sbandierando al fine di mascherare il livello di inciviltà che abbiamo raggiunto, grazie ad 80 anni di ideologia modernista.

L’insegnamento ideologicamente distorto di questi ultimi 80 anni, infatti, ha letteralmente lobotomizzato gli ignari studenti di architettura e ingegneria, creando generazioni di professionisti, dirigenti degli uffici tecnici e docenti i quali, del tutto in buona fede, hanno fatto proseliti presso chi gli abbia dato credito in quanto “esperti”.

Non tornerò sul falso problema del “falso storico”, argomento già più volte ampiamente trattato[3], preferendo qui soffermarmi su una discussione nata dopo aver postato sulla mia pagina FB alcune immagini del cantiere di San Pietroburgo, che mostravano la posa in opera delle colonne corinzie alte 10 metri!

Tra i commenti (di unanime apprezzamento), c’è stato però anche chi ha preferito chiedere provocatoriamente a quando risalissero i capitelli corinzi, per poi sottolineare, dopo la risposta dell’autore del progetto, che fossero trascorsi ben 2400 anni, come a dire che si trattasse di un grave anacronismo!

Ebbene, a quell’amico che stimo e che comprendo per le ragioni di cui sopra, ho chiarito quanto segue:

Mi sembra di capire che la tua critica voglia arrivare a parare al falso problema del falso storico, una delle più grandi idiozie teorizzate da Cesare Brandi, ovvero colui il quale ritenne vergognoso e ignorante il fatto che fossero stati ricostruiti il Ponte di Santa Trinita di Firenze e il Campanile di San Marco a Venezia dopo il loro crollo!

Quella ignobile teoria, come più volte raccontato anche dal compianto Paolo Marconi, nata per tutelare il mercato nero dei reperti storici, per ragioni ideologiche, venne trasposta in architettura, restauro e perfino urbanistica, portando tutto il “civilissimo” mondo occidentale al degrado urbanistico, architettonico, ambientale e sociale delle proprie città, nonché al danneggiamento dei propri monumenti, restaurati con dannosissimi materiali moderni[4], da parte di architetti autoreferenziali che mettevano – e mettono – se stessi al centro del progetto, piuttosto che il monumento!

Diversamente, uno dei grandi vantaggi per la Russia di essere stata tagliata fuori dal presunto “mondo civile” è stato che, nel rispetto della propria storia e tradizione, ha potuto ignorare questa idiozia, ricostruendo “com’erano e dov’erano” splendidi monumenti vittime delle bombe.

Pavlovsk – un esempio splendido di fedele ricostruzione com’era e dov’era
Pavlovsk – un esempio splendido di fedele ricostruzione com’era e dov’era
Pavlovsk – un esempio splendido di fedele ricostruzione com’era e dov’era
Pavlovsk – un esempio splendido di fedele ricostruzione com’era e dov’era
Pavlovsk – un esempio splendido di fedele ricostruzione com’era e dov’era
Pavlovsk – un esempio splendido di fedele ricostruzione com’era e dov’era

Per esempio il castello e parco di Pavlovsk, ricostruiti egregiamente nei minimi dettagli, dopo essere stati quasi rasi al suolo. Questa, a mio avviso, si chiama “civiltà” e “rispetto” del senso comune del bello e delle proprie origini, piuttosto che rispetto dell’ego dello storicista (cosa ben diversa dallo storico) di turno, che vorrebbe sfregiare i monumenti in nome dell’ideologia dello zeitgeist.

Va da sé che in Russia, (ma non solo lì), si continui a costruire nel rispetto delle tradizioni e del senso del decoro.

In questo caso, una chiesa, richiede un approccio progettuale decoroso, cosa che in Italia i cialtroni della CEI hanno dimenticato da tempo, obbligando a realizzare chiese che sembrano degli hangar per aeroplani o dei centri commerciali e che allontanano i fedeli piuttosto che attrarli[5]!

Se si analizza la storia del Capitello Corinzio, si può vedere come, dalla sua prima apparizione, nei secoli, anzi nei millenni – epoca in cui l’idiozia della falsificazione della storia non esisteva – ha continuato ad essere realizzato in migliaia di modi diversi, da quelli con foglie rigide a quelli con foglie più aperte o, per esempio nel Colosseo, con foglie schematizzate.

Ma poi ci sono stati i capitelli figurati i quali, pur riprendendo i canoni del Corinzio, hanno inserito figure naturali (per esempio quelli a soggetto erculeo del periodo severiano), fino alle più recenti versioni del mercato del pesce di Venezia dove, in luogo dell’acanto, ci sono pesci e creature marine di ogni tipo.

Maxim Atayants sovrintende alla posa di un capitello su una delle colonne di facciata
La colonna a posa ultimata

In questo caso, i capitelli proposti da Maxim Atayants, presentano delle teste avvolte da un girale di ali d’angelo, rendendoli unici nel loro motivo.

La storia non è un qualcosa da riporre in cassetti riportanti delle date, la cui riapertura è proibita per legge! Nessuno, un giorno, si è svegliato ed ha detto: oggi invento il Barocco! Gli stili si sono sovrapposti nei secoli nel rispetto dei luoghi, dei monumenti e dei soggetti. In India e perfino nel “modernissimo” Giappone, i templi danneggiati vengono regolarmente ricostruiti con pezzi identici agli originali, realizzati cavando le pietre dalle stesse cave usate in origine!

Solo da noi, grazie ad un ignorantissimo lavaggio del cervello operato da dei cialtroni vissuti nel periodo più buio della storia dell’architettura, vige il “divieto” – non legiferato – di usare capitelli, cornici ed archi … o meglio, l’unica norma che lo ha vietato è la legge fascista del 1938, chiamata “Istruzioni per il Restauro dei Monumenti” la quale, al punto 8, recitava: «per ovvie ragioni di dignità storica e per la necessaria chiarezza della coscienza artistica attuale, è assolutamente proibita, anche in zone non aventi interesse monumentale o paesistico, la costruzione di edifici in «stili» antichi, rappresentando essi una doppia falsificazione, nei riguardi dell’antica e della recente storia dell’arte».

Detto questo, ritengo che sia quindi giunta l’ora di farla finita con la presunzione di “superiorità” del mondo occidentale rispetto alle altre culture … Semmai, confrontando l’abominio che ci circonda con gli esempi virtuosi come quello in oggetto, sarebbe ora di rivedere le “nostre” certezze e i nostri “guru”, arrivando finalmente a comprendere di essere stati ingannati da chi non nutriva alcun interesse per il mantenimento in vita della cultura locale, dell’artigianato e di qualsivoglia manifestazione atta a sviluppare il senso del decoro e quello di appartenenza.

Nuova Cattedrale di San Pietroburgo – dettaglio di una mensola e cornice di una finestra
Nuova Cattedrale di San Pietroburgo – dettaglio di capitelli e cornice
Nuova Cattedrale di San Pietroburgo – dettaglio di un capitello appena inserito su una delle colonne di facciata

[1] https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_778_Mazzola.pdf

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Maxim_Atayants

[3] http://regola.blogspot.com/2009/07/riflessioni-sul-falso-storico.html

[4] http://biourbanistica.com/it/blog/2016/8/31/il-cemento-e-il-terremoto-corruzione-e-menzogne-architettoniche/

[5] https://www.ilcovile.it/news/archivio/COVILE_533.pdf

17 pensieri su “La nuova Cattedrale di Maxim Atayants a San Pietroburgo

  1. Bellissimo grande stupendo.

    Colgo l’occasione per segnalare con dolore, in questo mio soggiorno in Calabria e Sicilia – ma succede ovunque in Italia – una emergenza che sui media non c’è mai, ma è tragica: il deturpamento devastante ormai estesissimo del territorio e delle coste, a causa dell’edificazione – abusiva ma anche “regolare” – e del disgustoso e sgretolantesi cementaccio. Case nuove orribili, chiese nuove orribili, Edificazioni che si spargono come tumori, mentre tante case antiche e belle sono chiuse e vanno in rovina. Spiagge e antiche dune deturpate, e poi gli ipocriti hanno il coraggio di prendersela con l’Amazzonia. La gente normale vive in posti resi ignobili, mentre i potenti se ne stanno in villa.
    Guardassimo le travi che abbiamo nei nostri occhi, piuttosto.
    Mi faccio la domanda: certo, nel dopoguerra, c’è stata una grande necessità abitativa, mai vista prima, e bisognava dare un tetto alla gente. Ma così è stato un massacro, in tutti i sensi. L’orrore, come diceva il colonnello Kurtz, impera dappertutto, e la barbarie pure.
    La mia domanda retorica é: c’era un altro modello di abitabilità, di programmazione, di edificazione, di sviluppo?… Il tuo racconto di Russia dice che, anche sì. Ma la mia domanda è retorica perché so che, a monte di tutto, la questione è politica, è il solo modo di venirne fuori sarà la “Società partecipativa”:
    https://www.rassegnastampa-totustuus.it/cattolica/wp-content/uploads/2015/09/LA-SOCIETA-PARTECIPATIVA-P-L-Zampetti.pdf

    1. Caro Pier Luigi,

      in realtà, come ho più volte evidenziato per sbugiardare la teoria postbellica, dopo l’unità d’Italia abbiamo vissuto una fase di inurbamento mai registrata prima, ben superiore a quella dopo il secondo conflitto mondiale, eppure si sapeva costruire molto meglio e, soprattutto, lo si sapeva fare con guadagno pubblico e non spesa pubblica.
      Oltre che nei miei libri, ne ho parlato in questo articolo su Testaccio http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/08/01/il-quartiere-testaccio-di-roma-e-la-politica-dellicp-agli-albori-della-sua-esistenza-un-importante-precedente-da-cui-imparare/ e, soprattutto l’ho dimostrato con i miei progetti per il Corviale di Roma e lo ZEN di Palermo … ovviamente si tratta di progetti pluripremiati all’estero e ignorati, se non addirittura ostracizzati, qui in Italia
      Un caro saluto

      1. grazie caro. Fossi presidente del Consiglio, ti farei ministro all’edilizia… ma non funziona così, almeno per adesso. Chissà, un domani, certo, man mano che la società partecipativa prenderà piede. Ma non è dato sapere quando.
        Dimenticavo, un’altra cosa, purtroppo, sul sud: la monnezza per strada, in quantità industriali. mi dicono che la portano in Bulgaria, non so se è vero, ma per strada ce c’è sempre tanta, buttata così, per spregio. E di questo, non si può dar la colpa a Garibaldi. Il sud si è rovinato con le sue stesse mani. E qualcuno vorrebbe fare il ponte sullo stretto, zona ipersismica, quando a Gela e Porto Empedocle non c’è nemmeno le circonvallazioni urbane, e ci metti quattro ore da Scicli a Mazara del Vallo. Quasi un’ora solo per attraversare Gela.
        E monnezza ovunque.
        Ma con quelle stesse mani, tramite il principio di sussidiarietà, il sud potrebbe anche risorgere.
        Comunque so che la monnezza c’è anche a Roma…

        1. questa estate sono stato in Puglia, nel Salento, ma anche nella mia Barletta e, ti assicuro, le strade erano uno specchio e la raccolta differenziata è una cosa molto seria e ben fatta. Purtroppo realtà come quelle che hai raccontato di Gela e Porto Empedocle esistono, ma non sono lo specchio di tutto il Sud. Nella stessa Sicilia, quando siamo stati a marzo a Ragusa, Noto e Catania, ma anche al centro di Palermo, abbiamo trovato dei salotti dopo aver lasciato Roma nel lerciume più totale!
          Un caro saluto

        2. Purché la fine delle ideologie (invocata o data sbadatamente per certa) e a seguire la “partecipazione” non diventino ideologie. Invece è proprio così!

  2. Leggendo anche “”Roma moderna” di I. Insolera, si scopre il lungo filo che soprattutto a Roma e in Italia, lega il profitto alla dannazione del territorio e all’orrore contemporaneo.

  3. Caro Ettore,
    articolo incisivo come al solito e commenti interessantissimi, che inducono a molteplici riflessioni…..
    Sul Sud devastato dai suoi stessi abitanti purtroppo non c’è da obiettare molto, se non che, come tu dici, non c’è un solo Sud, però l’edilizia volgare e pacchiana degli anni 70 e 80 imperversa, facendomi venire in mente, ogni volta che me la trovo davanti, le uniformi sgargianti e rutilanti di dorature che certi personaggi di certi continenti sfoggiano con orgoglio, autoconvincendosi di innalzarsi al livello dei loro ex-padroni. Le facciate interamente vetrate sembrano la massima aspirazione degli architetti nostrani, le torri deformi (non solo al Sud, però) il maximum della fantasia creatrice.
    Riguardo a Pietroburgo, va ricordato che la città è un prodotto (inserito in un contesto del tutto privo di preesistenze) esemplare della cultura occidentale e italiana in particolare, che Pietro il Grande e i suoi successori giudicavano evidentemente, all’epoca, superiore a quella autoctona. Come si vede, non è tanto il prestito da altri che va condannato, quanto l’importazione acritica di modi e forme estranei al territorio in cui si opera.
    Estranei al territorio italiano sono i presupposti su cui poggiano le ideologie urbanistiche e architettoniche che da un secolo la fanno da padrone nel mondo, prima fra tutte la separazione fra Urbanistica e Architettura, fra Progetto e Città, fra Architetto e Pianificatore (esplicitata da alcuni anni con la attuale denominazione degli Ordini).
    A mio parere l’architetto dovrà tornare ad essere e proclamarsi Architetto, ambizioso di arricchire e abbellire con le sue opere l’ambiente in cui il destino l’ha collocato, anziché perseguire la visibilità mediatica, la provocazione, l’urlo e il pugno nello stomaco che fanno un “caso” e permettono di farsi belli come innovatori, demolitori del passato, demiurghi d’un futuro, a sentir loro, sempre radioso.
    Dobbiamo chiederci, come fece anni fa davanti a me un architetto celebre, anzi una archistar, quindi al di sopra d’ogni sospetto: “Perchè i “centri storici” (ossia le città tradizionali) ci sembrano migliori? Perché le estesissime periferie frutto della zonizzazione e dei parametri non riescono a soppiantare come luoghi di socializzazione gli agglomerati umani e vivi creati prima che fiorissero tanti esperti?
    Molti anni fa progettai (scandalo!) “una chiesa che sembra una chiesa”, una chiesa contemporanea s’intende: Mai realizzata. Almeno fossi nato in Russia….

    1. Caro Claudio,
      grazie del bel commento.
      Peccato che molti dei commenti vengono lasciati su FB invece che sul blog, ad una collega che, sulla pagina dell’Ordine degli Architetti ha commentato:

      “Con tutto il rispetto e l ammirazione per chi è ancora capace di produrre tali manufatti, mi / le chiedo : tutte le correnti del ‘900, potevano non esistere? Si sarebbe dovuto continuare a progettare con gli stilemi classici? La sua spiegazione è stata completa e dettagliata, ma il mio dubbio persiste!!!”

      Ho risposto:

      Il problema è stato quello di pensare di poter tagliare le radici col passato facendo tabula rasa. Fino alla mostra del ’31 e fino alla pubblicazione della Carta di Atene (ad opera di Le Corbusier da solo e senza alcun appoggio dal CIAM) c’era libertà di espressione e, soprattutto, c’era la sensibilità di rispettare i luoghi e il loro carattere, piuttosto che promuovere solo se stessi. Ogni luogo ha un carattere che merita e necessita di essere rispettato per stimolare il senso di appartenenza. L’autoreferenzialismo e lo stile internazionale hanno sfigurato il pianeta, facendo disamorare la gente nei confronti dell’architettura. I danni sociali, ambientali, culturali ed economici causati dell’approccio ideologico alla progettazione dovrebbero farci tornare umili ed ascoltare il grido di aiuto di chi, non avendo subito alcun lavaggio del cervello nelle facoltà di architettura, si senta perduto nella realtà che vive. La grande sfida della nostra professione deve essere quella di completare, rispettosamente, le città che abbiamo ereditato, non quella di autoproclamarci delle star ed imporre linguaggi astrusi

      1. E io aggiungerei: bé, se uno decide di dedicarsi all’architettura, una certa capacità di produrre tali “manufatti” dovrebbe sentirsela, no? E soprattutto dovrebbe possedere innato quel senso del bello che porta a distinguere a prima vista cio che è bello e ciò che è brutto (lì sta in fondo la questione, come dice Tossani); dovrebbe avere come primo motore della sua attività il desiderio di emulare chi ci ha preceduti, non di liquidarli marinettianamente come passato, vecchiume eccetera, e provare a rendere comprensibili e gradevoli a tutti i propri “prodotti”, senza necessità di spiegazioni fumose e – quasi sempre – del tutto cervellotiche….

      2. Ma quanto sarò d’accordo? Tanto…quasi del tutto. Insisto comunque sul fatto che il terreno su cui si gioca la forma della città sia principalmente quello del modello economico: non ci sono santi, è l’economia che cambia il mondo…segue tutto il resto. Insomma senza la rendita fondiaria e speculativa avremmo, per dire, lo sprawl ?

    2. Credo che, al fondo, sia una questione di bello, o di brutto. Guardo, anzi contemplo, una casa, un palazzo medioevale, o barocco, come qui nel ragusano, o rinascimentale, come a Firenze dove vivo, e dentro di me esprimo ammirazione per gli architetti che hanno disegnato quei segni dell’uomo, e non meno per gli abili muratori e artigiani che hanno realizzato portali, facciate e mascheroni di una creatività a volte stupefacente. E mi ricreo, la mia anima si ricrea a passeggiare in tanta armonia e bellezza. Tutte le volte, dico ogni volta, che mi faccio un giro in centro nella mia Firenze, posso dire che ogni volta mi commuovo. Sarò un’eccezione io?… spero di no.

      Comunque, è noto che le archistar amano abitare eleganti palazzi storici, mentre negli squallori di cementaccio che fanno loro, ci fanno stare il popolo, rinfacciandogli anche quanto è fortunato a godere delle loro “creazioni”. D’altronde, qui a Scicli in centrale piazza Italia, negli anni ’60 fu abbattuto un grande convento dei gesuiti, bel palazzo barocco, per farci una scuola in cemento armato, con le finestre con gli avvolgibili, che è ancora lì. Questo è.

      Se invece vado, come recentemente, a piazza Gae Aulenti a Milano, che ho visto per la prima volta, sono distaccato e critico, con quei laghetti patetici che mi ricordano palafiera nuovo di Rimini, e il palazzo col giardino verticale. Mah, anche no, grazie.

      E poi, appunto, l’edilizia orrida e squallida che ha pienato il nostro territorio dagli anni ’50 in poi. A Gela e Porto Empedocle, dove qui c’è la raffineria in spiaggia, c’è tanta gente che sta in case fatiscenti. E’ dura resistere al brutto.

      Ribadisco che a mio parere la questione è politica: potrà evolvere solo nella misura in cui questa democrazia rappresentativa senza sussidiarietà, che ha fisiologicamente virato in oligarchia, potrà essere integrata con la democrazia partecipativa (link al mio commento di prima), e il popolo, man mano che acquisterà finalmente la sovranità che gli spetta, crescerà in responsabilità e consapevolezza del proprio ruolo, producendo – di conseguenza – bellezza.

  4. …tra l’altro bisognerebbe distinguere sempre se si parla del mondo antico o di quello successivo alla prima metà del XIII secolo, cioè all’avvento della “Modernità “. Come è noto, Le Corbusier senza la potente emergenza dell’industria della catena di montaggio o della nascente produzione di massa o del taylorismo-fordismo che dir si voglia, non sarebbe manco nato e, men che meno, avrebbe potuto formulare buona parte delle sue teorie. Quanto è lontano il Campanile di Giotto ?

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