Il Quartiere Testaccio di Roma e la politica dell’ICP agli albori della sua esistenza: un importante precedente da cui imparare

Quando conducevo le ricerche necessarie a scrivere “La Città Sostenibile è Possibile[1] ho avuto modo di scoprire cose che non avrei mai immaginato. Fino a quel momento avevo solo sospettato l’esistenza di un illuminato sistema economico e politico molto particolare che, nonostante la velocità di crescita demografica della capitale, avesse consentito di costruire, in breve tempo e con pochi soldi, gli ultimi esempi architettura di grande qualità.

Ciò che non mi sarei mai aspettato è stata la “scoperta” dell’incredibile velocità d’esecuzione ed economicità di quelle case che, a distanza di un secolo, non hanno nemmeno richiesto spese di manutenzione. Così come non immaginavo che l’ICP avesse potuto lavorare in concorrenza con l’imprenditoria privata.

Aver potuto documentare tempi e costi di costruzione di tanti edifici –  organizzati per tipologia – realizzati in quartieri romani come Testaccio, San Saba, Città Giardino Aniene, Garbatella, Trionfale, Appio, San Pancrazio, Flaminio, Latino, ecc., mettendoli a confronto con tempi e costi attualizzati di costruzione dell’ecomostro di Corviale, è stata non solo l’occasione per trovare delle risposte ad una serie di quesiti che mi ero posto, ma anche l’occasione per dimostrare quante menzogne siano state dette per giustificare l’urbanistica e l’edilizia industriale che, di fatto, hanno condotto le città ad espandersi scriteriatamente a macchia d’olio, e lo stesso IACP alla bancarotta!

I libri di urbanistica sui quali abbiamo studiato, e si continua a studiare, ci raccontano che gli interventi come lo ZEN di Palermo, il Corviale di Roma, il Gallarratese di Milano, le Vele di Napoli, ecc. fossero la risposta alla necessità di realizzare a basso costo, e in breve tempo, degli alloggi per il ceto popolare. Così ci è anche stato insegnato che i moderni piani regolatori a macchia d’olio fossero necessari per far fronte alle stime di crescita dei centri urbani.

Diversamente invece, dai dati che ho desunto dalle ricerche ho potuto mostrare che, quando si costruivano i quartieri che ho menzionato, non si trattava di costruire in base a delle stime di crescita, ma per far fronte ad una reale esigenza abitativa di una città che, nell’arco di pochi decenni dall’unità nazionale, crebbe da meno di 200.000 abitanti a oltre 1.000.000! Quella ricerca ha inoltre dimostrato che, mentre gli edifici “tradizionali” dei quartieri del primo Novecento risultano esser stati costruiti con tempi medi che vanno da 6 mesi ad un anno, risultano esser costati fino al 67% in meno di quella che è l’edilizia corrente e, in tutti questi anni, non hanno richiesto alcuna spesa di manutenzione, il Corviale ha invece richiesto ben 7 anni prima che i primi 120 appartamenti fossero utilizzabili; il Corviale, pur non essendo mai stato terminato, è costato praticamente quanto costa l’edilizia corrente e, dall’epoca dell’ultimazione ad oggi, ha richiesto una spesa superiore ai 44 milioni di euro in opere manutentive. Questo tipo di dati, nella realtà, non riguarda solo il caso romano da me studiato, bensì la totalità del Paese.

 

Roma, Quartiere San Saba, edificio terminale su viale Giotto costruito nel 1924: La soluzione all’eliminazione dei costi di manutenzione era già nota da tempo quando l’IACP intraprese la sua politica keynesiana basata sulla costruzione di “edifici sanguisuga”. Quadrio Pirani, infatti, sin dal 1911, epoca in cui vinse il concorso per un Tipo di Casa Popolare al Quartiere Testaccio sosteneva che «non solo la casa ”bella all’esterno e pulita all’interno” contribuisce all’elevazione delle classi che la abitano, ma che un giusto impiego di materiali durevoli, quali i laterizi e le maioliche, porta ad una diminuzione nel tempo delle spese di manutenzione degli edifici, soprattutto quando si tratti di edifici a più piani riuniti in un isolato o in un quartiere urbano[2]»
E allora, non potendo ripercorrere tutta la spiegazione delle leggi e strumenti di cui ho parlato in “La Città Sostenibile è Possibile”, mi limito qui a rammentare un evento relativo al quartiere Testaccio di Roma: un esempio che potrebbe risultare fondamentale per concepire il criterio per gestire la realizzazione di progetti di rigenerazione urbana che l’Ente potrà, e dovrà, svolgere per il miglioramento delle condizioni socio-ambientali di tutti quei cittadini che, a causa di una politica di emarginazione spacciata per “libertà”, oggi sono costretti a vivere in realtà spersonalizzanti, degradanti e criminogene.

Non si tratta infatti di risolvere solo il problema economico relativo alla costruzione e manutenzione dell’edilizia pubblica, ma soprattutto di risolvere le problematiche sociali generate da determinati ambienti urbani.

A tal proposito, prima ancora di passare a raccontare ciò che accadeva nella Roma di 100 anni fa, risulta utile riflettere sulle parole pronunciate dal socialista utopista inglese Owen in merito alle conseguenze sociali portate dalla rivoluzione industriale:

«Quando la borghesia si accorgerà che le città sono diventate delle polveriere, che in esse maturano idee rivoluzionarie, e addirittura vere rivoluzioni, in quel momento crederà opportuno intervenire non tanto per cercare di migliorare la condizione della classe operaia, quanto per conservare se stessa e il suo potere».

Infatti, alla luce di ciò che accade oggi in quartieri come lo ZEN di Palermo, piuttosto che prendersela con gli sfortunati residenti, potremmo parafrasare Owen, ed ammettere che:

quando architetti, docenti e politici si accorgeranno che il congestionamento e il degrado del centro storico è dovuto anche all’enorme massa di persone che vi si riversa dalla periferia alla ricerca degli spazi che le sono stati negati, e che lo stato in cui versano le periferie ha portato queste ultime a divenire delle polveriere ove cresce il risentimento e la violenza, in quel momento crederanno opportuno intervenire, non tanto per cercare di migliorare la condizione delle periferie, quanto per conservare la qualità del loro amato centro storico”.

Vista aerea di Plessis Robinson presso Parigi nel 1931. Un modello urbano quasi identico a quello dello ZEN

 

Vista aerea di Plessis Robinson presso Parigi oggi: una nuova cittadina tradizionale che ha riscosso un successo politico, immobiliare, economico e sociale senza eguali, tanto da divenire un modello per “Val d’Europe”, una città tradizionale analoga al centro di Parigi, che ospiterà 100.000 abitanti.

Non è un caso se in Francia, dopo il gravissimo fenomeno delle Banlieuses del 2005-06, e grazie anche al “fenomeno Plessis Robinson[3]” sia stata approvata una sorta di “Piano Marshall per le periferie” che, ad oggi, ha consentito di spendere già 60 miliardi di Euro per demolire e ricostruire, in maniera dignitosa, tante periferie concepite secondo gli stessi schemi ideologici che portarono alla realizzazione dello ZEN.

30 esempi di demolizioni recenti operate in Francia per risanare le periferie degradate e degradanti
(fonte: A.V.O.E. – A Vision Of Europe www.avoe.org)

Ebbene, tornando al discorso italiano, e a quello che suggerirei di prendere a modello per tutte le periferie d’Italia, ovvero l’esempio virtuoso della Roma di 100 anni fa, va ricordato che, nel pensiero socialista di Luigi Montemartini[4] sulla cooperazione, fondamentale nella politica del sindaco Ernesto Nathan e dell’ICP, si consideravano i possibili benefici economici per l’intera società derivanti dall’emancipazione del settore pubblico dalle imprese private. In essa si vedeva la necessità della creazione di un “partito dei consumatori”, in grado di impostare una corretta politica di governo urbano. Politica che veniva a coinvolgere non solo i ceti popolari ma anche la piccola e la media borghesia.

Accanto a questa lungimirante e visione gestionale dell’ICP, come ho potuto documentare accuratamente ne “La Città Sostenibile è Possibile”, lo Stato produsse anche una serie di norme a supporto dell’Ente, e di incentivo e agevolazione fiscale per tutti, affinché potesse risolversi il problema casa, migliorando al contempo la situazione socio-economica della Capitale, in perenne crescita demografica.

Si noti che, uno dei primi argomenti di battaglia del Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio[5], era stato il rifiuto categorico dell’assistenzialismo della Chiesa, poiché questo sistema obbligava il popolo ad una vita parassitaria di perenne dipendenza da essa. Il popolo voleva un lavoro che gli facesse ottenere l’auspicato riscatto sociale. Il popolo voleva rendersi partecipe della vita e della produzione della comunità.

Su queste basi, all’epoca della costruzione del quartiere Testaccio, si fondò il principio di rafforzare le cooperative edili romane – una buona parte delle quali si era formata proprio tra gli stessi lavoratori del quartiere – così,  piuttosto che affidarsi ad una importante impresa privata che aveva anche messo a disposizione una cospicua somma di denaro, si decise di affidare a quelle cooperative la costruzione dei luoghi dove avrebbero dovuto vivere: la scelta dell’amministrazione socialista di affidarsi alle cooperative, intendeva dimostrare la possibilità concreta di creare, anche a Roma, un tessuto produttivo alternativo alle imprese private. Politicamente questo era anche un messaggio in risposta ai disastrosi effetti economici e sociali dovuti alla massiccia speculazione edilizia che aveva caratterizzato le precedenti amministrazioni clericali[6].

Questo criterio si dimostrò talmente valido che, dopo il Testaccio, venne adottato per tutti i quartieri realizzati dall’ICP … fino al momento in cui, instauratosi il regime fascista, non cambiarono le condizioni politiche e venne istituita la Legge sui Governatorati[7].

Il criterio equo e virtuoso sviluppato dall’ICP, consentiva una gestione del cantiere che ne velocizzava la costruzione: grazie alla frammentazione dei lotti, ed alla concessione in appalto a differenti cooperative artigianali, gestite e controllate dall’ICP tramite l’Unione Edilizia Nazionale e il Comitato Centrale Edilizio, la costruzione di un lotto, o di un intero quartiere, poteva procedere contestualmente da direzioni opposte.

Questo modo di procedere dell’ICP aiutava a ridurre notevolmente il problema della disoccupazione, generando tra l’altro una vasta manodopera in regime di concorrenza. Tra l’altro, il fatto che i costruttori risultassero anche i “consumatori” del prodotto finito, alzava notevolmente il livello qualitativo finale. Non è dunque un caso se, a cento anni di distanza, ci troviamo a parlare di edifici che, pur essendo nati come popolari, oggi risultano tra i più richiesti dal mercato immobiliare, che li considera alla stessa stregua del centro storico!

Un altro aspetto che emerge dalla conoscenza del modo di procedere in materia di edilizia popolare all’inizio del Novecento, è quello relativo all’attenzione alle problematiche di integrazione sociale: all’epoca in cui venne istituito l’ICP[8], il ricordo dei moti rivoluzionari che aveva vissuto Parigi nel 1870 era ancora molto vivo. Del resto, ciò che accadeva nei quartieri operai italiani costruiti fino a quel momento da parte della nobiltà, del clero e delle banche, risultava sufficiente a far capire che fosse necessario promuovere l’integrazione, piuttosto che la marginalizzazione della classe sociale più svantaggiata. Ecco perché si decise di prendere in debita considerazione una regola che, pur essendo stata indicata dalla commissione che elaborò il PRG del 1870, era stata fino a quel momento del tutto disattesa. Quella regola diceva:

«Non si ammettono quartieri esclusivamente destinati per la classe meno agiata, raccomandandosi invece che venga distribuita in opportuni alloggi collocati nelle abitazioni ove soggiornano le classi meglio favorite dalla fortuna[9]».

Risulta a questo punto necessario far notare che, nella normativa urbanistica olandese attuale, vige esattamente questa regola!

Vista del Mercato Coperto di Brandevoort, Olanda. Brandevoort è una nuova cittadina con 50.000 nuovi alloggi, pianificata a livello urbanistico da Rob Krier e Christoph Kohl, che ne hanno anche curato alcuni edifici. Il resto è stato fatto progettare a decine, o centinaia, di architetti locali che si sono attenuti alle volontà dei cittadini e delle autorità che chiedevano una cittadina tradizionale. Io ho avuto la fortuna di progettare con i miei studenti i lotti 18 e 24. La costruzione della cittadina è stata suddivisa appaltata a decine di imprese, anche a carattere artigianale. In questa cittadina non è assolutamente possibile poter riconoscere tra un edificio popolare e un edificio non popolare, la distinzione e la segregazione sono proibite a priori.

Domenico Orano, il proto sociologo fondatore del Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio, e come lui tanti riformatori dell’epoca, riteneva «dannosa la pianificazione di quartieri socialmente omogenei, perché favorivano l’innalzamento e la cristallizzazione di barriere classiste, rallentando il processo di integrazione urbana dei ceti subalterni»[10]. Secondo Orano, «il contatto fra le varie classi sociali vale non solo ad abbattere certe barriere morali … ma può avere un’influenza benefica sulle condizioni economiche e intellettuali in genere del popolo»[11].

Accanto a queste illuminanti teorie in materia di integrazione, un altro importantissimo aspetto emerse dallo studio di Orano all’interno del quartiere Testaccio, studio “sociologico partecipato” che durò ben 5 anni, questo aspetto riguardava il modo in cui dovevano essere costruite le case, in termini igienici e, soprattutto, estetico-architettonici.

Per chiarire ciò che si sostiene va ricordato che, fino alla fondazione dell’Istituto Case Popolari decretato con la cosiddetta Legge Luzzatti, le abitazioni costruite per il popolo delle città italiane erano state caratterizzate dalla tipica edilizia di facciata – figlia dell’impostazione Beaux-Arts – che non teneva minimamente in considerazione le condizioni di vita al suo interno: negli interessi speculativi dei proprietari dei suoli – che grazie al criterio della convenzione si auto-progettavano i loro quartieri – la tipologia adottata era quella del megablocco chiuso, già a quell’epoca definito “caserma” o “alveare umano”.

Il risultato di questo modo di operare, fu abbondantemente dimostrato in seguito[12], era all’origine delle peggiori piaghe che affliggevano le principali città italiane: speculazione sul regime degli affitti e subaffitti, sovraffollamento delle abitazioni, malattie contagiose e vere e proprie epidemie determinate dalle cattive condizioni abitative, atti di vandalismo e di violenza, prostituzione, ecc.

Diversamente, grazie agli studi di Orano e al ruolo propositivo del Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio, e grazie all’opera dell’Istituto Case Popolari, dell’Istituto Romano per i Beni Stabili e degli ingegneri/architetti Giulio Magni, Quadrio Pirani, Edoardo Talamo ecc., poté svilupparsi un nuovo modo di concepire l’edilizia popolare, modo che non può essere spiegato meglio, se non citando le parole riportate nel testo “Il Nuovo Gruppo di Case al Testaccio”, scritto dal Presidente dell’Istituto Romano Case Popolari, Malgadi.

L’articolo, pubblicato nel 1918 in occasione dell’inaugurazione degli edifici realizzati da Quadrio Pirani, affermava:

«Parlare di arte in tema di case popolari può sembrare per lo meno esagerato; ma non si può certo negare l’utilità di cercare nella decorazione della casa popolare, sia pure con la semplicità imposta dalla ragione economica, il raggiungimento di un qualche effetto che la faccia apparire, anche agli occhi del modesto operaio, qualche cosa di diverso dalla vecchia ed opprimente casa che egli abitava […] Una casa popolare che, insieme ad una buona distribuzione degli appartamenti unisca un bello aspetto esteriore, è preferita ad un’altra […] e dove questo vi è si nota una maggior cura da parte degli inquilini nella buona tenuta del loro alloggio e in tutto ciò che è comune con gli alloggi del medesimo quartiere […] Una casa che piace si tiene con maggiore riguardo, ciò vuol dire che esercita anche una funzione educativa in chi la abita».

Dettagli della muratura degli edifici di Pirani a Testaccio. Nella Relazione Tecnica che accompagnava questi edifici Pirani scrisse: «non solo la casa bella all’esterno e pulita all’interno contribuisce all’elevazione delle classi che la abitano, ma che un giusto impiego di materiali durevoli, quali i laterizi e le maioliche, porta ad una diminuzione nel tempo delle spese di manutenzione degli edifici, soprattutto quando si tratti di edifici a più piani riuniti in un isolato o in un quartiere urbano» … come si può constatare, questi edifici sono ancora lì e, a quasi 100 anni di distanza, non hanno mai richiesto interventi di manutenzione!

Grazie a questo nuovo modo di progettare le case popolari, si ebbe un notevole miglioramento della vita dei residenti, tanto che, di lì a breve, lo slogan dell’Istituto Case Popolari divenne “La casa sana ed educatrice[13].

Questo conferma che, come ebbi modo di scrivere nel saggio Parigi oggi o Roma all’inizio del Novecento?[14], relativamente ai problemi vissuti nel 2005 nelle banlieues francesi, se davvero volessimo comprendere, e prevenire, le ragioni sociali che muovono la rivolta degli abitanti delle periferie, basterebbe conoscere, anche sommariamente, lo studio di sociologia partecipata condotto da Domenico Orano nel Quartiere Testaccio di Roma. Quello studio infatti, mostra inequivocabilmente come l’iniziale sviluppo speculativo del quartiere, e le conseguenti condizioni disumane di vita, fossero all’origine dei fenomeni violenti analoghi a quelli parigini del 2005.

Soprattutto, lo studio di Orano dimostrò come l’irriverenza e il vandalismo delle periferie, dimenticate e ignorate dai centri del potere fossero, allora come oggi, la naturale risposta di chi si senta invisibile: gli atti vandalici verso la proprietà altrui o pubblica, allora come oggi, sono l’espressione del senso di risentimento represso da parte dell’individuo, che viene sfogato su qualcosa che, oltre a non essere sentita come propria, viene anche identificata come simbolo del potere che lo costringe a vivere in determinate realtà.

A questo punto, riflettendo sul degrado sociale delle periferie odierne, e considerata la necessità di promuovere l’integrazione sociale dei residenti, diviene legittimo in molti casi prendere in considerazione la possibilità di ricompattare i tessuti edilizi ed aumentare le cubature attuali – come peraltro prevede il recente “Piano Casa” – da utilizzarsi per realizzare alloggi ed uffici da vendere, ma anche negozi, botteghe artigianali ed altre attività indispensabili per la rivitalizzazione dei quartieri. In questo modo l’integrazione sociale, e l’inserimento di nuove attività, potrebbero altresì risultare gli ammortizzatori dei costi di abbattimento e ricostruzione dell’edificato esistente.

A tal proposito, tornando all’esempio romano cui potremmo ispirarci, è utile sapere che, sin dagli albori dell’ICP, ci si rese conto che il problema delle case non era solo un qualcosa di ristretto alla classe operaia e agli immigrati, bensì riguardava soprattutto il vastissimo numero di impiegati dello Stato che, a causa del costo degli affitti, stentavano ad andare avanti. Così fu detto: «a Roma risolvendo il problema degli alloggi degli impiegati si risolve il problema degli alloggi dell’intera cittadinanza»[15]. Questa frase, all’indomani della Grande Guerra, divenne lo slogan della pubblicistica romana in materia di crisi edilizia.

L’aumento di cubatura è visto da molti come una bestemmia.

Tuttavia, se pensiamo a quella che è la cubatura di un centro storico, rispetto alla sua superficie, e soprattutto quella che è la bellezza di un centro storico, nonostante la sua densità, possiamo dire che parlare di “aumento di cubatura” non equivalga a promuovere la “cementificazione” che ha caratterizzato il XX secolo.

Del resto, nel progetto che ho sviluppato per il Corviale di Roma, ho potuto dimostrare che, nonostante un aumento della popolazione di circa 2000 residenti, e nonostante un aumento della cubatura pari al 40%, è possibile restituire alla natura ben 11,5 ettari, utilizzabili per un parco urbano e per scopi agricoli!

Superficie “compromessa” dall’attuale Corviale (strade, spianate di cemento e parcheggi inclusi) e superficie “compromessa” dal progetto per il nuovo Borgo Corviale, (strade, parcheggi e piazze inclusi)
Corviale prima e dopo
Quartiere Z.E.N. di Palermo, prima e dopo

Allora, nell’interesse dell’artigianato edilizio locale che rischia di scomparire rimpiazzato dall’edilizia industriale, negli interessi dell’ambiente, e negli interessi del patrimonio storico architettonico che va morendo a causa dell’incapacità di restaurarlo con tecniche e materiali analoghi a quelli originari, potremmo operare in maniera filologica, prendendo a modello l’architettura tradizionale locale, creando nelle periferie degradate delle vere alternative urbane al centro storico, un po’ sul genere delle “borgate satelliti” sviluppate all’inizio del XX secolo nelle maggiori città italiane.

Per fare ciò occorre operare secondo quello che è stato il principio di sviluppo delle città tradizionali, acutamente studiato e descritto, ma soprattutto messo in pratica nei progetti di Garbatella e Città Giardino Aniene, da Gustavo Giovannoni: un processo di “moltiplicazione” e “duplicazione” di un modello urbano completo e autosufficiente.

Quel modello è lo stesso che, tanti anni dopo è stato descritto da Léon Krier e dal “New Urbanism” definendolo la città dei “ten minutes walk” (dieci minuti a piedi), ovvero un agglomerato urbano con un diametro compreso tra 833 metri e 1 chilometro, all’interno del quale sono presenti tutte le funzioni vitali in grado di evitare lunghi e noiosi spostamenti in automobile.

Visto così, quell’aumento di cubatura potrebbe essere cosa ben diversa dal concetto di “cementificazione”, l’aumento di cubatura potrebbe addirittura considerarsi una “medicina” in grado di migliorare l’ambiente.

 

Localizzazione degli interventi dell’ICP di Roma a tutto il 1929: in alto a destra e in basso al centro si riconoscono le “borgate satelliti” di Città Giardino Aniene, e della Garbatella

[1] Ettore Maria Mazzola, “The Sustainable City is Possible – La Città Sostenibile è Possibile”, op. cit.

[2] Dalla Relazione allegata al Concorso per il Progetto di un Tipo di Casa Popolare per Roma redatto in occasione del II Congresso delle Case Popolari del 1911. Si veda anche: Ettore Maria Mazzola, “Contro Storia Dell’Architettura Moderna: Il Caso di Roma 1900-1940 – A Counter History of Modern Architecture: Rome 1900-1940, ALINEA editore, Firenze, 2004.

[3] Philippe Pemezec, il sindaco che ebbe il coraggio di promuovere l’abbattimento e ricostruzione a scala umana di Plessis Robinson, mantiene ininterrottamente dal 20 marzo 1989 la sua poltrona, ricevendo un consenso elettorale mostruoso, nonostante il suo partito abbia avuto una flessione notevole a livello nazionale. Queste sono le fasi di sviluppo che hanno portato al successo della cittadina dell’Ile-de-France

Cité Basse (1992-1996) 4 ettari con: 1 mercato coperto, Nuovi giardini pubblici; 5 piazze dedicate al commercio; 240 alloggi sociali.

Bois Des Vallées (1992-1995) 3,5 ettari con: 1 nuova scuola (elementare e asilo) per 550 alunni; Nuovi spazi sportivi polivalenti con spazio per 500 spettatori; 1 nuovo centro per disabili, 1 nuovo centro servizi per lavoro, Recupero del parco urbano; Piano terra sul corso con commercio diffuso, nuove fermate bus; 250 nuovi alloggi: 1/3 per corpi di polizia, 1/3 alloggi sociali, 1/3 privati.

Coeur De Ville (1990-2000) 12 ettari con: 1 nuova grande piazza centrale con commercio diffuso (un supermarket di quartiere, 30 negozi); 1 parcheggio interrato 5 piani, 4 nuove sedi di edifici pubblici, 3 nuovi giardini pubblici; 1200 appartamenti, 80 alloggi sociali.

Cité Haute (1992-1996) 15 ettari con: Recupero quartiere giardino originario del 1930, Nuovi negozi sul corso principale, nuove fermate bus; 774 nuovi alloggi (ville plurifamiliari, ateliers d’artisti).

Nouvelle Cité-Jardins (2000-2009) 24 ettari con: Demolizione delle stecche monofunzionali degli anni 30 (1990); Nuove Scuole Primarie, Mercato, Ospedale, Casa di Cura per anziani; 3 nuovi giardini pubblici, nuove fermate bus; Costruzione di nuovi negozi di vicinato (30) adiacenti ad un preesistente market; 1300 nuovi alloggi (appartamenti e maisons de ville), 250 nuovi alloggi sociali

Quartier Joliot-Curie (2001-2004) 2,3 ettari con: demolizioni e nuove costruzioni di strade, piste ciclabili, percorsi pedonali, nuove fermate bus; Nuova scuola, nuovo complesso sportivo (football e basket), giardini pubblici.

 

[4] Luigi Montemartini, (Montù Beccaria (PV), 6 marzo 1869 – Pavia, 5 febbraio 1952) politico socialista che si batté per i diritti dei contadini e per l’affermazione dei principi della cooperazione.

[5] Di questo Comitato facevano parte diverse associazioni, tra le più propositive di tutte quelle presenti nei vari quartieri popolari romani del periodo: Cooperativa Arti Edilizie e Stradali; Cooperativa Pittori, Decoratori ed Arti affini; Unione Cooperativa fra gli operai lavoranti in ferro; Società Cooperativa Edilizia ed Affini Caio Cestio; Lega Resistenza Macellai; Cooperativa Marmisti; Società di Previdenza delle Officine del Gas; Lega Inquilini del Testaccio; Cooperativa Pietriscanti e Affini; Cooperativa Scalpellini in Silice e Granito; Cooperativa per Costruzioni Edilizie e Stradali; Società fra gli Operai Cavatori e Selciatori in Silice; Società di Mutuo Soccorso fra garzoni del Campo Boario; Lega di Resistenza fra Carrettieri e Facchini del Gas; Lega Operaia Scalpellini in Silice; Federazione fra gli Addetti all’Illuminazione Pubblica; Società di Mutuo Soccorso fra gli Operai delle Officine del Gas e Luce Elettrica; Cooperativa fra gli Operai Raccoglitori di Pellami; Cooperativa fra Accoratori di Suini; Cooperativa Conciatori di Pellami; Cartiere Ergomino Di Palma; Lega Operai Magazzini Comunali di Selci; Circolo Barsanti; Circolo Lucatelli; Fascio Giovanile Repubblicano; Circolo Socialista Testaccio; Circolo Anticlericale Testaccio; Circolo Aventino; Circolo Anita Garibaldi; Sezione del Partito Radicale del Quartiere; Educatorio Roma; Ricreatorio Testaccio; Ricreatorio Anita Garibaldi; Comitato per la Refezione Scolastica Testaccio; Scuola Professionale Femminile Testaccio; Concerto Testaccio; Assistenza Testaccio; Scuola Popolare di Educazione Civile.

[6] Simona Lunadei, Testaccio: un quartiere popolare, Franco Angeli, Milano 1992, pag.83.

[7] In particolare nel 1926 avviene una modifica sostanziale dello Statuto dell’ICP che comporta una ulteriore limitazione di autonomia dell’Istituto che, perdendo quel carattere di imprenditorialità aziendale che aveva raggiunto, diviene un semplice gestore della politica del Governatorato.

[8] Legge Luzzatti del 31 maggio 1903 n°254.

[9] Regni e Sennato “l’Ex Quartiere Operaio di Testaccio”, Capitolium, n°10, 1973, pag. 33

[10] Questione ampiamente dibattuta al IV Congresso Internazionale d’Assistenza Pubblica e Privata tenutosi a Milano nel 1908.

[11] Domenico Orano, Come vive il Popolo a Roma, Pescara, 1909

[12] Possono confrontarsi i risultati delle illuminanti inchieste di Casalini a Torino, Montemartini a Milano e quelle già citate di Orano a Roma.

[13] Alberto Calza Bini, Presidente dell’ICP, ne “il fascismo per le case del popolo”, Tipografia Sociale, Roma 1927 scriveva: «[…] l’Ente dedicò le maggiori cure affinché la concezione tecnica fosse indissolubile da quella artistica per la casa sana ed educatrice. Una città di superbe tradizioni di arte e di bellezza quale Roma impone infatti una dignità architettonica tanto più necessaria in questo periodo di rifiorimento civile […]».

[14] Pubblicato sul mensile Carta Etc., n°5, dicembre 2005.

[15] Maggiorino Ferraris, Il Rincaro delle pigioni e le case per gl’impiegati in Roma, Nuova Antologia, Roma 1908, pag. 18.

5 pensieri su “Il Quartiere Testaccio di Roma e la politica dell’ICP agli albori della sua esistenza: un importante precedente da cui imparare

  1. In quanto architetto, nonchè pronipote di un nonno che è stato in stretto contatto con L’UNIONE EDILIZIA NAZIONALE fino a quando il fascismo non lo ha privato del lavoro e della dignità, concordo pienamente con le tesi del testo. L’architettura fine a se stessa, concepita apparentemente come solo successo personale dell’architetto archistar nascondendo ben altri interessi, non mi riguarda più da tempo: non mi stimola più.
    Dobbiamo ritrovare un senso vero della nostra professione: ci siamo impantanati e non sappiamo più da che parte uscirne. Dobbiamo tornare a progettare cose che abbiano un senso per la gente.

    1. Splendido commento Stefano,
      sarebbe bello poter scrivere la storia di tuo nonno e del suo lavoro presso l’UEN

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