Città del Sole o Suburbio Tenebroso?

Per qualche oscura ragione, da qualche giorno Facebook mi mostra la pubblicità di una delle peggiori mostruosità realizzate negli ultimi anni a Roma: l’orripilante complesso “Città del Sole[1] realizzato presso la Stazione Tiburtina, accanto allo splendido complesso Sant’Ippolito I (Portonaccio) realizzato a partire dal 1922 da Giorgio Guidi per l’ICP e di fronte all’ancor più celebrata Casa Economica ICPSant’Ippolito II” detta “Casa del Sole” realizzata nel 1929 da Innocenzo Sabbatini in Via della Lega Lombarda.

Il complesso “La Città del Sole” e, sullo sfondo il complesso “Sant’Ippolito I” di Giorgio Guidi

Come di consueto la pagina pubblicitaria del complesso edilizio, facendo uso di termini del tutto inappropriati, arriva sfacciatamente ad affermare:

«Città del Sole, un capolavoro di architettura e sostenibilità: Il Complesso Città del Sole è vincitore di numerosi premi di architettura: un’opera di riqualificazione urbana che è un capolavoro estetico e sostenibile. L’edificio residenziale, impreziosito da giochi di luce che variano nelle ore della giornata, è posizionato verso il nuovo Viale della Stazione Tiburtina. Ha una struttura in armonia con il contesto esterno, e garantisce discrezione e riservatezza ai proprietari degli appartamenti. Il centro direzionale e i negozi, perfettamente integrati esteticamente, hanno dotazioni e caratteristiche di eccellenza, con tutte le comodità di due parcheggi e di stazione metro e ferroviaria. Insomma, chi acquista a Città del Sole, acquista in un Complesso unico».

Ebbene, se già ci si poteva indignare davanti all’appropriazione indebita del nome dell’edificio di Sabbatini, “la Casa del Sole”, trasformato in “Città del Sole”, ciò che indigna particolarmente è la reiterata definizione di questo intervento alieno, come “perfettamente integrato esteticamenteein armonia con il contesto.

Che dire poi dell’autoproclamata definizione di “capolavoro estetico e sostenibile”?

I nostri parolai sono espertissimi nell’uso indebito di termini[2] come “sostenibile”, “rigenerazione urbana”, “riqualificazione urbana”, ecc. Essi, infatti, sanno benissimo che i disinformati e gli stolti crederanno incondizionatamente alle loro parole …  “perché dette da chi ci capisce”; essi sanno bene che nessuno andrà a fare la “prova di San Tommaso”, preferendo credere a qualsiasi menzogna!

Il complesso “La Città del Sole” … un’immagine desolante, asettica e spersonalizzante che non ha nulla di Roma

E allora, quando ci vengono propinati progetti del genere, magari nel mezzo del nulla, proviamo a porci qualche domanda: Cosa può esserci di “sostenibile” nei materiali industriali prodotti a migliaia di chilometri dal luogo in cui verranno impiegati? Cosa può esserci di sostenibile in un’edilizia industriale che ignora, detesta e annichilisce l’artigianato e la piccola e media imprenditoria locale? Cosa può esserci di sostenibile in un’edilizia energivora, dove in assenza di impianti di condizionamento dell’aria non si sopravvive? Cosa può esserci di “sostenibile” e “rigenerante” o “riqualificante” realizzando interventi che prevedono “centri commerciali” suburbani che andranno a distruggere il piccolo commercio lungo le strade urbane e, con esso, la sicurezza delle stesse? Cosa può esserci di “sostenibile” e “rigenerante” o “riqualificante” in un’edilizia spersonalizzante che va a distruggere, più che sviluppare, il preziosissimo senso di appartenenza, ovvero l’identità dei luoghi? Cosa può esserci di sostenibile nell’uso di materiali industriali tossici da produrre, tossici in fase d’esercizio, tossici per i lunghi trasporti dalla produzione all’installazione, tossici al termine del loro ciclo di vita? … Le domande che dovremmo porci prima di credere agli imbonitori a servizio della speculazione sono infinite!

Nel caso in oggetto, mi viene da pensare che gli autori della pagina web che pubblicizza l’intervento definendolo come un “capolavoro estetico perfettamente integrato e in armonia con il contesto”, possano essersi ispirati alla scena del film “Compagni di scuola”, dove uno squattrinato De Sica cerca di piazzare un quadro orrendo al suo compagno, un commerciante di carni, usando argomentazioni dubbie.

Che bisogno c’è di scadere nel ridicolo, usando termini fasulli e inappropriati, per vendere della merce lontana anni luce dagli slogan sbandierati? C’è forse timore che la gente comune, in assenza di un opportuno lavaggio del cervello pubblicitario, potrebbe essere in grado di distinguere il bello dal brutto e il sostenibile dall’insostenibile?

Forse basterebbe solo un minimo di onestà intellettuale, dicendo le cose come realmente sono, ovvero che si intende pubblicizzare l’ennesimo intervento speculativo il cui unico intento “artistico” dell’autore sia quello di risultare autocelebrativo e “al passo col tempo” … oppure, sempre per onestà intellettuale, bisognerebbe spiegare, in maniera ben argomentata, come il linguaggio, i materiali e le cromie aliene della “Città del Sole” risultino “perfettamente integrate ed armonizzate nel contesto esterno” definito dagli edifici di Guidi e Sabbatini.

Davanti a certe prese per i fondelli operate dagli architetti autoreferenziali e dai loro parolai, non dobbiamo quindi meravigliarci se, negli anni, siano stati pubblicati testi come quello di Tom Wolfe e Matteo Clemente che ironizzano sull’operato degli architetti.

Copertine dei libri di Tom Wolfe e Matteo Clemente

Per chi non conoscesse in contesto in cui “La Città del Sole” risulterebbe perfettamente armonizzato, quella che segue è una piccolissima carrellata di foto e immagini pubblicate nel mio vecchio libro “Contro Storia dell’Architettura Moderna: il caso di Roma 1900-1940[3].

Scorcio del complesso Sant’Ippolito I (Portonaccio) realizzato a partire dal 1922 da Giorgio Guidi
Scorcio del complesso Sant’Ippolito I (Portonaccio) realizzato a partire dal 1922 da Giorgio Guidi
Scorcio del complesso Sant’Ippolito I (Portonaccio) realizzato a partire dal 1922 da Giorgio Guidi
Scorcio del complesso Sant’Ippolito I (Portonaccio) realizzato a partire dal 1922 da Giorgio Guidi
Progetto del complesso Sant’Ippolito I (Portonaccio) realizzato a partire dal 1922 da Giorgio Guidi
Progetto della “Casa del Sole”, Sant’Ippolito II realizzato a partire dal 1929 da Innocenzo Sabbatini

[1] https://www.cittadelsoleroma.it/it/Home?fbclid=IwAR0xm7XU1sRPvCE_gYXVC-Aa5ciXwh95phdo_kQjIXw7AoXL_xmOO_ZiXaE

[2] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2018/07/02/rigenerazione-urbana-sostenibilita-diffidare-dei-mistificatori-della-realta/

http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2018/02/18/propaganda-dellinsostenibile-sostenibile/ http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/07/29/sostenibilita-vs-ereditabilita-e-corretto-usare-laggettivo-sostenibile-parlando-di-corretto-sviluppo-urbano/

[3] Ettore Maria Mazzola, “Contro Storia dell’Architettura Moderna – il caso di Roma, 1900-1940, A counter History of Modern Architecture – Rome 1900-1940”, Alinea Edizioni, Firenze 2004

12 pensieri su “Città del Sole o Suburbio Tenebroso?

  1. Caro Ettore, da quando le opere d’arte, comprese quelle architettoniche, sono divenute oggetti che “devono essere capiti”, che necessitano di qualche cervellone il quale (grazie alle personali capacità accordate solo a lui dal Padreterno) ne spieghi il recondito significato, inaccessibile al comune individuo, i parolai, che hanno sempre goduto di immutabile successo presso i Monsieur Jourdain di turno, si sono visto immensamente facilitato il loro lavoro. Figuriamoci oggi, che l’architettura non è più considerata degna d’essere praticata se non addobbata d’uno dei tanti aggettivi (meglio se di suono inglese) che vengono giornalmente tirati fuori dal capiente serbatoio delle coglionerie: hi-tech, post-modern, green, sostenibile e via dicendo, pur di evitare il semplice termine di “architettura” che contiene in sé quanto basta a definire e giustificare l’edilizia degna di esserne fregiata.
    Buona serata.

  2. D’altronde basta guardare l’impianto planimetrico per capire che la scelta è stata “fuck the contest “.

  3. Il problema è che ormai si progetta solo per raggiungere i minimi di legge e non per i futuri fruitori dell’ambiente costruito. Questo porta all’espressione dell’ego e non del buonsenso, per non voler esagerare usando termini quali: estetica, urbanistica o semplicemente architettura, perchè, come da sempre affermo, una buona architettura è bio-architettura, è sostenibile, è biofunzionale, è tutto ciò che serve a farla vivere bene.

    1. a mio avviso se si parla di Architettura (con la “A” maiuscola), non c’è bisogno di usare prefissi “bio”, “eco”, ecc. … che spesso sono una vera e propria truffa perpetrata negli interessi dell’industria pseudo “bio”.
      Un’architettura vera – Vitruvio ci insegna – è quella che rispetta tutto ciò che bisognerebbe rispettare, ergo l’ambiente e gli esseri umani.
      Spesso ci troviamo davanti a progetti, come l’abominio che ho presentato in questo articolo, che vantano premi di “sostenibilità” … premi che si commentano da sé!
      Spesso, ancora, ci troviamo davanti a progetti “bioarchitettonici” realizzati con materiali prodotti a 3000 chilometri di distanza, oppure davanti a progetti “bio”, “LEED”, “Passivi”, ecc. che, però, riguardano edifici “supersostenibili” realizzati nel mezzo del nulla, ergo realizzati per restare schiavi dell’autotrazione e del petrolio.
      A mio avviso dovremmo limitarci a parlare di “architettura del buon senso”, piuttosto che usare slogan menzogneri

  4. Condivido appieno l’articolo – una delle sedicenti facciate ben contestualizzato del progetto, io l’ho vista 4 anni fa a Sydney – però ad onor del vero, questo è quello che ci hanno insegnato e insegnano, in tutte le facoltà di architettura italiane. Quindi, pur se apprezzo quanto scritto qui, ho paura che siano urla nel deserto..per altro, io stesso sono costretto, dovendomi confrontare con l’università, a proporre certi modelli architettonici ai miei studenti

    1. caro Alberto Fabio Ceccarelli,
      non so in quale università lei insegni (magari diamoci del tu) e capisco le difficoltà di dover lavorare in un ambiente ostile e prevenuto che tende a tutelare gli incapaci, impedendo di mostrare le alternative degne di essere annoverate tra le opere di architettura. E’ un qualcosa che ho vissuto di persona, prima da studente e poi nei 12 anni in cui ho fatto l’assistente nell’università di Roma. Dal 2001, però, senza avere santi in paradiso, semplicemente per quello che facevo, sono stato chiamato ad insegnare per la University of Notre Dame School of Architecture Rome Studies, dove si svolge un programma meraviglioso che, tra l’altro, prevede una sorta di Grand Tour per studiare dal vivo, e non dalle foto, le città e le architetture italiane. I nostri studenti del terzo sono obbligati a studiare un intero anno accademico in Italia, mentre quelli dei masters in Classical Architecture, Urban Design e Restoration and Preservation “solo” un semestre. Se ti trovi dalle parti di Roma sarò felice di farti vedere quello che produciamo e, magari, fartelo documentare in modo che possa usarlo come argomento di discussione con i “baroni” che ti impediscono di lavorare nel modo che tu ritieni corretto. Se mi mandi un messaggio al mio indirizzo archmazzola@gmail.com possiamo parlarne

  5. Si anch’io mi faccio un vanto di aver mai chiesto nulla a chicchessia…in quel senso. Di baciare culi neanche a pensarlo.
    Quello che balza agli occhi in effetti è di una cosa fatta quasi di fretta e la fretta è nemica del lavoro. Manca proprio l’architettura. Ci sono gli involucri, i volumi, una pellaccia che dà plasticità al tutto e…arrivederci e grazie.

  6. …e guardando la mole disegnata della Città del Sole di Sabbatini, vengono in mente quelli di Hugh Ferris. Ecco pensando al grattacielo, la sua grande debolezza è la ripetitività massiva che stanca e il fuori fuoco che si porta dietro come una catena. Il salto tipologico non consente confronti e in fondo c’entra poco con quello che stavamo dicendo.

  7. A me pare che il primo dei colossali limiti di questo intervento è aver appoggiato la massa del pieno sul fronte della strada sbagliata, cioè Via Astorri, mentre sviluppandosi su quello di Via della Lega Lombarda alle sue spalle, avrebbe intanto lasciato più vuoto a disposizione degli edifici del Guidi.

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