Ancora col “Modello Milano” per Roma??? Basta con questo ignobile lavaggio del cervello a servizio dei palazzinari e delle banche!

Meravigliosa immagine di Roma dalla Cupola di San Pietro … una città “orizzontale” con una identità plurimillenaria, lontani anni luce dalla “verticalità” della nuova Milano priva di una identità locale
MIlano – Porta Nuova svetta sulla città consolidata

Il 14 novembre u.s., nel corso della conferenza tenutasi presso la Cappella Orsini Lab mi sono “scontrato” con l’intervento del noto documentarista / storico dell’arte Costantino D’Orazio il quale, nonostante la mia ammirazione per la sua preparazione sulla storia antica, mi ha deluso profondamente quando, parlando di “cura urbanistica” necessaria per rilanciare Roma, ha osannato il “modello Milano“, con gli interventi di Boeri, Fuksas, Isozaki, Libeskind ecc., sostenendo che Roma necessiti dello stesso trattamento!

Ho provato a farlo riflettere sull’assurdità di questa “cura”, ma dalle sue parole ho anche capito che il lavaggio del cervello mediatico è ormai partito da tempo.

Del resto, l’avevamo capito molto bene sin dalla candidatura di Roma per le Olimpiadi quando – sindaco Alemanno – venne invitato Ricky Burdett[1] (pronipote del mitico sindaco Nathan – dal quale sembra non aver ereditato nulla – e consulente del sindaco londinese Livingstone per le Olimpiadi del 2012) a proporre il fallimentare “Modello Londra” per Roma.

Evidentemente, per certi politici vittime di un complesso di inferiorità culturale ingiustificabile, Roma necessita sempre di un modello estraneo, piuttosto che di se stessa!

Successivamente abbiamo poi visto come quei “signori”, che si erano apparecchiati la tavola abbuffandosi prima ancora di muovere un dito per la trasformazione di Roma in vista delle Olimpiadi del ’24, siano rimasti spiazzati dalla rinuncia a quella candidatura che, per come ipotizzata, avrebbe fatto precipitare Roma e l’Italia nel baratro sul quale ancora si regge in equilibrio precario.

Abbiamo poi visto come i “soliti noti” abbiano provato strade alternative per perpetuare il sacco di Roma e il massacro del nostro patrimonio; per esempio, con la storiaccia dello Stadio a Tor di Valle[2] e la proposta di trasformazione del Centrale del Tennis del Foro Italico[3] … una serie di porcherie che trovano forza nell’immondo nuovo PRG del 2008 targato Veltroni e dal Piano Casa per la Regione Lazio targato Polverini.

La città e la Regione, grazie a delle amministrazioni politiche a servizio dei palazzinari sono sotto scacco, sicché diviene sempre più difficile evitare il disastro finale … come abbiamo potuto iniziare a constatare in occasione della demolizione del Villino Naselli di via Ticino 3[4].

L’ordine del giorno dei signori del cemento – controllori anche dei più importanti quotidiani locali – è quello di trovare nuove vie per poter scatenare i propri tentacoli, prima tra tutte il lavaggio del cervello dei cittadini grazie alla manipolazione della realtà!

In tutto questo, l’uso di testimonial famosi gioca un ruolo pesantissimo. È davvero un peccato che certi personaggi, vuoi per ignoranza in materia, vuoi per ragioni ideologiche, vuoi per miopia causata dal tifo calcistico, prendano le difese di porcate inaccettabili, senza riflettere sugli effetti collaterali che deriveranno dalla propria discesa in campo.

Per esempio, da romanista, da amante della città di Roma e da suo profondo estimatore, sono rimasto profondamente deluso dalle parole pronunciate da Carlo Verdone a favore dello Stadio “della” AS Roma a Tor di Valle.

A peggiorare la situazione, il comico/regista romano il 22 u.s., in occasione del conferimento del “Dottorato honoris causa in Beni Culturali e Territorio” da parte dell’università di Tor Vergata, abbia della cerimonia per spronare cittadini e amministrazione a rilanciare la città dicendo: «Roma deve ripartire, il modello da seguire è la Milano che ha cavalcato un grande evento per cambiare volto e proiettarsi nel contemporaneo![5]». Una dichiarazione che, piuttosto che un’onorificenza del genere meriterebbe l’esilio!

Verdone non sa, probabilmente, cosa sia realmente accaduto a Milano, né immagina quanto quel modello risulti insostenibile e lontano anni luce dalla storia e dall’identità di Roma … cosa su cui tornerò più avanti.

Caso vuole che, ieri mattina, il caro amico e collega Sergio Brenna, docente presso il Politecnico di Milano e ferratissimo sulle dinamiche urbanistico-economiche della “capitale finanziaria” d’Italia, ironizzando sulla notizia del giorno, mi ha spedito il messaggio che segue:

«Caro Ettore, ma tu che fai la domenica pomeriggio invece di scrivere mail al Ministro Calenda?

Leggi qui l’intervista a Federico Oriana di Aspesi (Associazione Società Immobiliari) sul Corriere/Roma di oggi[6]:

La ricetta per rilanciare Roma? Potrebbe essere il modello Milano. Ha idee chiare, chiarissime Federico Oriana, presidente dell’Aspesi (Associazione Nazionale Società Immobiliari, che da aprile ha una sede anche a Roma), chiamata a sedere al tavolo per il rilancio della Capitale che si è tenuto ieri al Mise. «Domenica pomeriggio, leggo dell’idea del tavolo e scrivo una mail al ministro in cui presento il nostro lavoro, spiego come abbiamo cambiato volto a Milano, propongo la nostra collaborazione. Lunedì mattina ricevo la telefonata per la convocazione. In 40 anni di attività non mi era mai successa una cosa del genere». Càspita! Chissà se sarebbe successo anche a chi ha idee meno “immobiliaristiche” del rilancio di Milano e Roma?

Il giorno prima anche Verdone si era auspicato la stessa cosa:

Corriere/Roma: “Dottorato honoris causa con Roma nel cuore per Carlo Verdone, che ieri ha approfittato dell’onorificenza in Beni Culturali e Territorio conferitagli dall’università di Tor Vergata per spronare cittadini e amministrazione a rilanciare la città. «Roma deve ripartire, il modello da seguire è la Milano che ha cavalcato un grande evento per cambiare volto e proiettarsi nel contemporaneo», ha detto.”

Ma che davèro? Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io…. (Qualcuno lo declina al contrario, a il senso rimane lo stesso). Mala tempora currunt e il Corriere dà loro una mano!»

Milano, drammatico contrasto tra la Fontana e gli edifici storici di Piazza Giulio Cesare e i grattacieli di Isozaki e Libeskind per CityLife.

Vogliamo quindi provare a capire cosa sia il modello Milano? Vogliamo provare a farlo indipendentemente dalla versione raccontata da chi abbia interessi in ballo?

E allora, per evitare di dare spazio alle persone in malafede che potrebbero accusarmi, non essendo milanese, di parlare a vanvera, passo nuovamente la parola al caro Sergio Brenna, Professore Ordinario di “Fondamenti di Urbanistica con Diritto Urbanistico” presso il Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito del Politecnico di Milano:

«Roberto Girlanda mi ha chiesto di ripercorrere i “conti che non tornano” nella vicenda urbanistica milanese degli ultimi decenni, ed ecco qui: A ex Fiera (poi venduta a Citylife/Intesa-Allianz-Generali per 526 Mln di €, scartando il progetto nettamente migliore di Renzo Piano per Pirelli RE che ne offriva “solo” 480, cioè il 10% in meno sul doppio di quanto atteso; sarebbe interessante analizzare come sia possibile che i grandi investitori finanziari possano offrire il doppio della rendita corrente oggi, con una scommessa speculativa sul futuro, ma qui non ce n’è spazio) l’indice edificatorio 1,15 mq/mq fu stabilito in base ai valori di mercato correnti della rendita fondiaria a Milano di 800-900 €/mq di pavimento vendibile; per fare i 250 Mln del debito imprevisto provocato da Fuksas nella costruzione a Rho-Pero occorrevano 300.000 mq di slp che divisi per i 270.000 mq di area dismessa fanno appunto 1,15 (i 45 mq/ab. di spazi pubblici promessi non ci potevano stare se non con grattacieli da 600 m. e quindi se ne lasciarono attuare solo 15 mq/ab., con tre grattacieli da 200 m.). Era l’epoca della sacra Trimurti ciellina: Lupi (dipendente di Ente Fiera) all’urbanistica in Comune con Albertini, Formigoni alla Presidenza della Regione che nominava Roth presidente di Ente Fiera. All’arrivo della Moratti e Lupi in Parlamento, l’urbanistica milanese passa al CL Masseroli (oggi direttore del Progetto Falck a Sesto con l’immobiliarista CL Bizzi e il beneplacito delle Giunte rosse precedenti quella attuale) che dice che a lui “piacciono le cifre tonde” (honni soit qui mal y pense!) e “lima” l’indice edificatorio a 1 mq/mq per Porta Nuova e lo ripropone per l’intero PGT: sempre impossibile realizzare gli spazi pubblici promessi se non con edifici da 600 m. Arrivano Pisapia/De Cesaris che si esaltano per Citylife e Porta Nuova in realizzazione anche se dall’opposizione li avevano criticati e però “limano” ulteriormente il PGT elaborato da Masseroli ma non ancora in vigore, portandone l’edificabilità delle grandi aree di trasformazione a 0,70 mq/mq. Ma il 70% di una pazzìa non per questo è per forza una cosa ragionevole, al più una pazzìa al 70%! Infatti, anche così i conti “non tornano”: anche con edifici di “soli” 200 m. di altezza sugli ex scali FS si possono realizzare al massimo 30 mq/abitante di verde e spazi pubblici, che bastano appena per fare o il Fiume Verde o il verde e i servizi di quartiere, tutt’e due non ci stanno! Per fare i 45-50 mq/abitante necessari a Fiume Verde+spazi pubblici di quartiere l’edificabilità deve scendere a 0,45 mq/mq. Con 0,65/0,70 il Fiume Verde va fatto altrove (Ex Ippodromi oggi SNAI, Goccia/ex AEM-Esselunga-Politecnico-Euromilano, Parco Vittoria/ex Coppola, ecc.) spiegando a FS che 0,45 è suo, il resto va “in perequazione” a indennizzare le proprietà che faranno il Fiume Verde altrove. Così si fa urbanistica, altrimenti si fa “mercato delle vacche”!»

 Ovviamente ci sarebbe moltissimo altro da dire sull’EXPO e tanto altro ancora, ci sarebbe da parlare della ricaduta economica che, tra qualche anno, conosceremo, memori di tutte le situazioni fallimentari in giro per il mondo[7] … cose delle quali lo stesso Corriere della Sera, oggi pro “modello Milano” aveva denunciato!

Pagina del Corriere della Sera del 13 gennaio 2012 che criticava la “Frenesia Cinese da Grattacielo” preannunciando il crack finanziario
Vignetta satirica tailandese pubblicata in occasione della proposta di realizzare ulteriori grattacieli, nonostante il precedente fallimento del Sathorn Unique Tower. La vignetta ritrae infatti una caricatura dell’edificio simbolo della presunta modernizzazione, ricordando che “Il fantasma della crisi economica del 1997 incombe ancora”

Per il bene di Roma e del Paese, mi auguro quindi che i nostri amministratori non si lascino prendere per i fondelli da chi scriva lettere domenicali ai nostri ministri, al fine di far correre l’acqua al proprio mulino.

A tal proposito ricordo al ministro Calenda, tanto affascinato dall’immobiliarista Oriana che, come ho più volte scritto, specie ne “La Citta Sostenibile è Possibile[8]” il futuro per Roma sta nella riscoperta di leggi e strumenti mandati in soffitta dalle cosiddette “leggi fascistissime” che, se ripresi in considerazione, potrebbero aiutarci a ricompattare l’informe tessuto urbano degli ultimi 60 anni, potrebbero aiutarci a dotare tutta la città di architetture degne di tal nome e, soprattutto di spazi per la socializzazione dove tutte le categorie di persone possano vivere serenamente … soprattutto, la riscoperta di quelle “leggi e strumenti”, che potremmo definire a giusta ragione “Modello Roma”, potrebbero portare guadagni pubblici invece delle immani spese pubbliche che il modello attualmente suggerito provocherebbe! … Caro ministro, quel “modello” risalente all’epoca di Ernesto Nathan e Giolitti, a distanza di oltre 100 anni dimostra di aver funzionato, ergo non necessita di nuove invenzioni e sperimentazioni!

Non occorre sperimentare sugli esseri umani ulteriori utopie urbanistico-sociali-economiche non testate dal tempo, ma semplicemente avere il coraggio di rifare le cose che, in un passato non tanto distante, la città aveva fatto – con grandissimo successo – per risollevarsi dal crack finanziario (e disastro sociale) generato, come ricordava il compianto Italo Insolera, dallo sviluppo urbanistico messo in atto dai privati all’indomani dell’Unità d’Italia.

 

[1] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/12/14/la-citta-futura-burdett-facciamo-come-londra.html

[2] Vedere l’articolo http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/10/25/ancora-un-testo-di-luciano-belli-laura-sulla-vicenda-dello-stadio-della-a-s-roma-a-tor-di-valle/ e tutti gli altri pubblicati in questo blog sull’argomento

[3] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/08/12/dal-flop-olimpico-allattacco-al-campo-centrale-del-tennis-al-foro-italico/

[4] Vedere l’articolo http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/10/19/perche-in-italia-ci-sono-casi-come-quelli-del-villino-naselli-a-roma-e-di-villa-maggi-a-trani/ e tutti gli altri pubblicati in questo blog sull’argomento

[5] http://video.corriere.it/laurea-carlo-verdone-roma-prenda-esempio-milano/b86a06e8-cf80-11e7-a1da-9278adb4d756

[6] http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/17_novembre_24/roma-aspesi-federico-oriana-capitale-si-salvera-copiando-milano-b28dd310-d077-11e7-90be-0a385e484c27.shtml#

[7] https://www.youtube.com/watch?v=wbX4cC2QjWo

[8] https://www.ibs.it/citta-sostenibile-possibile-strategia-possibile-libro-ettore-maria-mazzola/e/9788849218640

8 pensieri su “Ancora col “Modello Milano” per Roma??? Basta con questo ignobile lavaggio del cervello a servizio dei palazzinari e delle banche!

  1. Già. Il modello Milano (Wow !) altro non è che il modello neo-liberista con un tocco d’ipocrisia campanilista. È il modello TAV, quello TAP, del Ponte sullo Stretto, Stadio Pallotta…ecc. Il modello, se la storia non è la geografia, del profitto privato e costi pubblici, amplificati due, tre volte, in termini di spazio, di utilità pubblica, di ambiente necessario, di opportunità non speculative. Insomma quello che genera ricchezza. Evviva !!!

  2. Concordo, com’è ovvio, senza nascondermi che ormai è quasi impossibile far intendere alla gente che “proiettarsi nella contemporaneità” (per dirla con le parole di quel tal neodottorato in non so cosa) non significa necessariamente appecoronarsi a un modello di città che – guarda caso – è oggigiorno peculiare a quello che una volta si definiva Terzo Mondo e che – allora – non comprendeva l’Italia….
    Nel 2014 – bimillenario di Augusto, quel tizio che trovò una Roma di mattoni e la lasciò di marmo, come scrisse lui stesso – progettai, per puro divertissement intellettuale, un “grattacielo romano” in cui cercavo di declinare il tema dell’edificio a torre (che pare sia diventato indispensabile per attestare la modernità d’un luogo) in termini compatibili con lo spirito di Roma, evitando accuratamete di importare “modelli” da città che, anche se dotate di enorme autostima e di mezzi di autopromozione adeguati, restano ciò che sono sempre state – delle grandi città tout-court. Probabilmente, se realizzato, non avrebbe aggiunto molto al complesso dell’EUR, ma almeno non avrebbe rimandato col pensiero a Dubai….
    Buona domenica.

  3. Giuseppe de Finetti: “La mania delle grandi altezze rientra nella mania del «Kolossal», così caratteristico negli sviluppi moderni, nella megalomania moderna.
    Non la grande altezza dobbiamo desiderare, nel caso di costruzioni in aree urbane più care, ma la giusta altezza; e questa va determinata mediante esperienze preventive di non ardua istituzione.

    Solo così si possono evitare quei wastes in planning che ad esempio hanno portato a costruire a New York l’Empire State Building, che misura più di 300 m. in altezza (…)

    La stessa tendenza presiedette nelle nostre città a molte iniziative edilizie che per essere di mole assai minore non mancano di costituire col loro complesso una massa di cattivi investimenti assai gravosi per l’economia italiana e che, last but not least, hanno recato immenso danno, spesso anzi definitivo ed irrevocabile insulto al volto delle nostre citt
    (G. de Finetti, Sulle aree più care case alte o case basse?, appendice dattiloscritta, 1946; ora in Milano, costruzione di una città, Hoepli 2002, , p. 397)

    poggiando su questo caposaldo raggiunto col ragionamento e coi calcoli, noi scorgiamo un nuovissimo panorama davanti agli occhi della mente: vediamo il centro mercantile di Milano dover risorgere con edifici relativamente bassi, e la città futura assomigliarsi in questa porzione centrale molto più alla città del Rinascimento che non a quella dello “stupido secolo XIX” che la guerra ha distrutta.
    …le case non hanno ragione d’essere più basse di quanto lo fossero ieri (limite generale a m. 24), ma neppure di salire più in alto.
    Ogni spostamento verso l’alto del limite d’altezza degli edifici va a vantaggio soltanto del proprietario dell’area che aumenta di prezzo…
    Né il costruttore né la comunità avranno alcuna parte diretta al beneficio economico prodotto dalla maggiore altezza; la comunità avrà un danno od un beneficio indiretto, a seconda che sia male o che sia bene per la città, vista nel suo complesso, una maggiore concentrazione di popolazione nella zona centrale.
    …la tendenza a sopralzare il limite di altezza degli edifici, a stimolare per tal mezzo l’attività edilizia e la valutazione complessiva della città, sarebbe erronea ed anzi assurda.(G. de Finetti, Sulle aree più care case alte o case basse ?, (1945-’46 circa), ora in G. de Finetti, op. cit., 2002, Milano, costruzione di una città, Hoepli, Milano 2002, p. 395.)

    1. Ho vissuto a New York per 6 anni e risiedo a Los Angeles da 15 anni. Dico questo perché trovo la sua affermazione riguardo l’altezza dell’Empire State Building totalmente erronea. Mi sembra di capire che nelle sue parole vi sia infatti una forte contrarietà all’altezza del grattacielo stesso come se tale qualità fosse invece un grave difetto. Siccome nessuno ha mai definito i 300 metro dell’Empire State Building come un qualcosa anche solo lontanamente negativa se non l’esatto opposto (in quanto caratteristica fondamentale e a servizio della monumentalità dello stesso edificio), mi chiedevo appunto se avessi frainteso la sua affermazione.
      Dobbiamo ammettere che se sottraessimo l’altezza da uno splendido edificio come l’Empire State Building, avremmo sottratto il motivo della sua stessa esistenza così come il significato del suo essere. Avremmo ucciso l’opera nel suo nascere. Avremmo privato quel grattacielo della sua funzione.

      Mi chiedo quindi se all’epoca della progettazione della Basilica di San Pietro vi fossero state queste ideologie che vedono la grande altezza di un edificio come se fosse un cancro per la città, la cupola michelangiolesca non sarebbe oggi visibile da nessun punto di vista e Roma avrebbe perso uno dei suoi simboli più importanti.

      1. il grattacielo può essere bello (come quelli iniziali) o brutto, come i vari abomini di ultima generazione, ma non è questo il problema. Non è una questione di stile ma di insostenibilità tipologica. Quella del grattacielo è una tipologia mostruosamente energivora, è un accentratore di esseri umani che, conseguentemente, necessita di un consumo di territorio spropositato per strade e parcheggi. La cupola di San Pietro è una struttura ciclopica atta a coprire la basilica, non a riempirsi di esseri umani dalla base alla cima.

        1. Credo di non essermi spiegato bene. Se prendiamo Manhattan, sappiamo che in soli 59 km2 vivono ben 1,664,727. Manhattan è un’isola, per cui è limitata nello spazio utilizzabile. Per questo è costretta a proseguire il suo sviluppo verticalmente, ovvero a zero consumo di suolo.
          Prendiamo Roma: la capitale si spalma su una superficie di ben 1,285 km2 (ovvero circa 22 volte la superficie di Manhattan) con una popolazione di 2,872,800 che però non arriva neppure a raddoppiare quella di NYC. Eppure a Roma si consuma suolo in continuazione, e i dati di ESRA sono a dir poco allarmanti.
          Ora non credo che nessun urbanista negherebbe il fatto che i grattacieli siano estremamente sostenibili poichè capaci di ospitare migliaia di persone in una superficie che equivale alla sola base dello stesso edificio, andando quindi a consumare una superficie irrilevante (soprattutto se contiamo appunto l’enorme ammontare di persone che esso può accogliere). Se invece prendiamo lo stesso ammontare di persone e le distribuiamo in case, casette, condomini, palazzine, uffici orizzontali, ecc., il risultato sarà quello di aver consumato 1,004 volte il terreno consumato dal grattacielo new-yorkese. Infatti se l’Empire State Building occupa l’esigua superficie di 0.006717 Km2 ed ospita circa 15,000 persone (dai dati ufficiali), a Roma occorrono 6.75 Km2 per ospitare lo stesso ammontare di persone.
          In conclusione: a Roma si consuma 1,000 volte di più che a New York dove, infatti, non è possibile consumare ulteriore territorio essendo Manhattan completamente satura.

          Se poi parliamo di parcheggi e strade dobbiamo usare la medesima logica utilizzata per gli edifici poichè le strade costruite attorno ad un grattacielo saranno sempre un centesimo di tutto il catrame steso su quelle 70/80 strade che devono essere costruite a servizio delle connessioni della città orizzontale a bassa densità.

          1. Fermo restando che condivido il discorso sul consumo di suolo di Roma, ribadisco che la soluzione non è il grattacielo, specie laddove il sistema di trasporto pubblico fa acqua da tutte le parti e non v’è possibilità di realizzare una rete metropolitana capillare come altrove. Il grattacielo non è e non può essere sostenibile, perché è una tipologia di matrice industriale che risulta devastante per l’economia locale, per le piccole e medie imprese e per l’artigianato. E’ insostenibile perché l’analisi onesta e seria (secondo i criteri dell’Agenzia Europea per l’Ambiente) dell’intero ciclo vitale dei materiali impiegati non è sostenibile. Dopo la tragedia di Fukushima scrissi un articolo che venne pubblicato a mia insaputa da moltissimi prestigiosi siti che ne condividevano il contenuto (http://www.civicolab.it/costruire-con-parsimonia-di-ettore-maria-mazzola/) mentre, all’epoca della folle idea di Alemanno di creare una “Commissione Grattacieli per Roma”, ci fu un’importante incontro che mise di fronte studiosi pro e contro la proposta. In quel convegno, durante il mio intervento, mostrai una serie di dati inconfutabili che testimoniavano quanto disastrosa fosse questa tipologia, a livello economico e ambientale. (questo è il link al video https://www.youtube.com/watch?v=wbX4cC2QjWo ). Un’urbanistica a scala umana potrebbe risolvere in maniera molto più valida il problema dell’inurbamento. Per esempio, nell’articolo dedicato al progetto di Le Plessis-Robinson è citato un articolo di David Brussat che spiega come lo sviluppo di quel quartiere abbia comportato un consumo di suolo molto inferiore a quello dei progetti “verticali” tanto osanati (http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2018/01/23/le-plessis-robinson-quando-la-rigenerazione-urbana-quella-vera-paga-il-driehaus-prize-2018-a-marc-e-nada-breitman/), Anche nel mio progetto per Corviale ho mostrato che rispetto al “gratta-terra” attuale, è possibile dare casa a 2000 persone in più e restituire 12 ettari di terreno alla natura …

  4. Guardando lo skyline di Roma si nota una giungla di antenne, superfetazioni metalliche, tubi di scappamento in alluminio, tettoie di plastica, parabole, sky bar (in centro storico) che snaturano la bellezza di palazzi storici, verande orripilanti e molto altro.
    Molti si erano opposti ai grattacieli dello stadio per via dello skyline, ma le stesse persone non si degnano minimamente di denunciare tutti i problemi menzionati sopra (sovrintendenza e soprintendenza inclusi).
    Escludendo il “grattacielo” di Purini, il quale non deve rappresentare un esempio di architettura verticale poiché trattasi di edilizia di inguardabile bruttezza (ma forse è proprio questo che si desidera per Roma – la grande bruttezza), la capitale non può rinunciare ad una sua propria interpretazione di questi grandi edifici. Potrebbe costruire uno straordinario business center in zona EUR nel quale poter edificare la città del futuro, una Roma che pure i turisti vorrebbero vedere.
    Senza innovazione la capitale continuerà nel suo inevitabile declino fino a morire. I giovani scappano, vanno a Milano e in quelle città europee dove esistono dinamiche che a Roma non ci si sognerebbe neppure di menzionare per paura di essere divorati dai conservatori.
    Oggi Roma si accontenta di poco. Non costruisce. Non fa. Non lancia nulla. Rimane nel suo vecchio guscio ad ammuffire. E guai se giungono investimenti privati atti a rilanciarne intere parti oggi in abbandono: meglio il nulla e l’immobilità che porteranno Roma ad essere una Nairobi europea.

    E tutto questo per pure ideologie.

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