Salviamo Venezia dalla follia delle grandi navi!

L’incidente avvenuto alla fermata San Basilio di Venezia domenica dovrebbe far riflettere a fondo sull’agonia di questa splendida città – unica al mondo, culla di civiltà, arte e bellezza – condannata a perire per colpa dell’idiozia e dell’avidità dell’uomo contemporaneo!

L’incidente di Venezia – Foto aerea presa dalla rete. Si notino le dimensioni della nave rispetto al Canale della Giudecca

Purtroppo, ormai da decenni, a causa di un’amministrazione della cosa pubblica sempre più discutibile, Venezia ha innescato un triste processo di “disneyficazione” causato dalle politiche di allontanamento dei residenti, artigiani e negozianti, gradualmente sostituiti da alberghi, case vacanze, B&B e negozi di souvenir che, spesso e volentieri, vendono vetri e merletti cinesi, che con Murano e Burano non hanno nulla a che spartire.

Ma se questo triste aspetto riguarda la sparizione dei residenti e la morte dell’artigianato locale, un problema ben peggiore per la Serenissima è quello causato dalla forma più ignorante, arrogante, invadente e kitsh di turismo, quello dell’invasione delle grandi navi da crociera, che scorrazzano nel Canale della Giudecca a ritmo insostenibile!

Questo turismo, eccettuate le tasse di accesso al porto, non porta granché alla città. I clienti di questo sistema parassitario di turismo infatti, con quello che pagano, generalmente preferiscono consumare tutto a bordo, sicché l’unico vero interesse della stragrande maggioranza di questi invasori è quello di farsi un selfie dal ponte che inquadri uno scorcio di Venezia!

Nonostante l’evidenza dei fatti, c’è però chi – avendo probabilmente un registratore di cassa al posto del cuore e/o del cervello – risulti assolutamente convinto che tutto questo sia buono e giusto, perché le tasse di ingresso e approdo servono alla città …

ironico messaggio inequivocabile affisso in molti esercizi commerciali italiani

Se costoro amassero davvero Venezia, prima di esprimersi dovrebbero imparare a documentarsi e ad ascoltare degli esperti intellettualmente onesti, sì da poter tirare le somme e verificare, preventivamente, se quegli introiti risultino proporzionali o meno al danno arrecato a Venezia! Soprattutto, a conti fatti, dovrebbero chiedere a se stessi quanto questo giocattolo possa durare prima di rompersi ed essere gettato!

Tutti noi dovremmo riflettere sul fatto che, il mondo che ammiriamo e usiamo, non ci appartiene direttamente, perché è un qualcosa di molto prezioso di cui possiamo godere perché ci è stata ceduta “in comodato d’uso” da parte dei nostri figli, nipoti e pronipoti e, in quanto tale, un qualcosa da preservare affinché i legittimi proprietari – ovvero le generazioni future – possano beneficiarne quanto noi!

I nostri amministratori pubblici, ogni mattina prima di recarsi in ufficio, dovrebbero rileggere il Capitolo “Obbligazioni del Mandatario” del Codice di Procedura Civile, il cui articolo 1710 (Diligenza del Mandatario) recita: «Il mandatario è tenuto a eseguire il mandato (2030, 2392, 2407, 2608) con la diligenza del buon padre di famiglia» (1176 – Diligenza nell’adempimento).

E invece, a seguito della tragedia sfiorata domenica in Laguna, il Vice Premier Salvini ha pensato bene di accusare dell’accaduto l’altro Vice Premier Di Maio reo di far parte del M5S, responsabile del diniego all’allargamento dei canali[1]!!

Una dichiarazione del genere, a mio modesto avviso, meriterebbe l’interdizione del ministro per manifesta irresponsabilità!

Salvini, da vice premier, non può permettersi di usare questi incidenti per affossare l’odiato antagonista-partner di governo, soprattutto Salvini, se ignorante in materia, farebbe bene a documentarsi prima di esprimersi su delicati argomenti come le grandi navi in Laguna … e come lui dovrebbero farlo gli irresponsabili sindaci veneziani, governatori del Veneto, ministri e soprintendenti che, negli anni, hanno consentito e consentono questa lenta condanna a morte della Serenissima!

Venezia, che Goethe aveva definito una “repubblica di castori”, è un “organismo” delicatissimo che, negli anni, è stato studiato nei minimi particolari da tanti, specie da Antonio Salvadori il quale, nel 1973, pubblicò con Guido Perocco un libro straordinario in tre volumi, “La Civiltà di Venezia[2]”, i cui testi, foto e disegni, scompongono quell’organismo, spiegandolo nei minimi particolari, a livello idrogeologico, funzionale, strutturale, tecnico, urbanistico, architettonico, tipologico, decorativo, ecc.

In particolare due immagini di quel libro, dedicate alla geologia ed al sistema di fondazione degli edifici veneziani, da sole, chiariscono anche ad un bambino il delicatissimo sistema che consente l’esistenza della città, prevalentemente costituita da isole artificiali. Un sistema che si regge su di un equilibrio precario che bisognerebbe in tutti i modi preservare e che, il passaggio delle “grandi navi” sta mettendo a repentaglio!

Strati geologici del terreno lagunare: 1) Acqua; 2) Terre emerse, isole o barene; 3) Fondale della laguna di fango o di terreno di riporto alluvionale; 4) “Caranto”, strato compatto di argilla e sabbia; 5) Falda freatica, terreni permeati d’acqua; 6) depositi di torba; 7) Lenti di gas naturale (metano).
Fondazioni degli edifici veneziani. Le fondazioni degli edifici lagunari sono del tipo indiretto; pali di legno sostengono lo zatterone di tavole, su queste si elevano le fondazioni in blocchi di Pietra d’Istria. I pali vengono conficcati in uno strato di argilla e sabbia, detto “caranto”, disposti a file multiple sotto i muri, oppure a giri concentrici sotto tutta l’area dell’edificio. Il legno di queste strutture rimane pertanto intatto, posto com’è sotto il livello della marea, l’acqua infatti conserva il legno che tende in tal modo a mineralizzarsi

Ebbene, se le immagini non sono sufficienti a capire il delicatissimo equilibrio del sottosuolo veneziano, il testo di Salvadori spiega:

«Lo strato di caranto, di per sé non del tutto rigido, appoggia su strati elastici o comprimibili come le zone a falde freatiche e i depositi di torba o di gas naturale. La costruzione di Venezia ha dovuto tener conto di questa situazione geologica. […] I pali (su cui si fondano gli edifici, ndr.) vengono conficcati in uno strato di argilla e sabbia, detto “caranto”, disposti a file multiple sotto i muri, oppure a giri concentrici sotto tutta l’area dell’edificio. Il legno di queste strutture rimane pertanto intatto, posto com’è sotto il livello della marea, l’acqua infatti conserva il legno che tende in tal modo a mineralizzarsi».

Come si è detto, però, le isole veneziane sono prevalentemente artificiali e realizzate con lo stesso criterio di cui sopra, sicché occorrerebbe che Salvini e chiunque consenta il passaggio delle navi e lamentando il veto posto dal M5S all’allargamento dei canali si ricordino di un qualcosa che si studia sin dalle scuole elementari e medie, ovvero il “Principio di Archimede” secondo il quale

«Un corpo immerso (totalmente o parzialmente) in un fluido riceve una spinta (detta forza di galleggiamento) verticale (dal basso verso l’alto) di intensità pari al peso di una massa di fluido di volume uguale a quella della parte immersa del corpo. Il punto di applicazione della forza di Archimede, detto centro di spinta, si trova sulla stessa linea di gradiente della pressione su cui sarebbe il centro di massa della porzione di fluido che si troverebbe ad occupare lo spazio in realtà occupato dalla parte immersa del corpo».

Tale forza è detta “Forza di Archimede” o “Spinta di Archimede” o ancora “Spinta Idrostatica“. Una formulazione più semplice del principio è la seguente:

«Un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume di fluido spostato»

Capite tutti quindi molto bene che, quegli enormi e pesantissimi “gratta-acqua” che sono le grandi navi da crociera, comportano delle pressioni ed uno spostamento dell’acqua all’interno dei canali veneziani che va a disturbare il delicatissimo equilibrio dello strato di caranto, che necessiterebbe di non essere interessato movimenti e correnti, sicché sarebbe ora di bloccare definitivamente l’accesso di questi mostri in Laguna.

Anni fa il delicato sistema delle isole veneziane è già stato oggetto di attenta osservazione a seguito dell’assurdo quanto immondo Ponte di Calatrava. A quell’epoca, infatti, l’archistar si rifiutò di ascoltare il parere dell’esperto Massimo Majowieckisi, mettendo a repentaglio le sponde del Canal Grande e costringendo tutti noi a sostenere le ingenti spese di monitoraggio costante e manutenzione atte a prevenire guai più grandi! In un mio vecchio articolo pubblicato sul blog Su.Per.Visione.it[3] scrissi:

«a soli 3 anni dall’inaugurazione, uno studio del professor Massimo Majowieckisi ha dimostrato come, nonostante i tanti e costosi interventi di manutenzione, continua a far divaricare le sponde del canale (…) Il Comune si trova, quindi, un’onerosa eredità manutentiva che non trova riscontro in alcun ponte di Venezia, visto che il ponte continua a spostarsi quale “logica e diretta conseguenza di un errore concettuale nella progettazione preliminare, esecutiva e nella costruzione dell’opera” (…) La nuova Giunta ha anche negato il pagamento del saldo finale di 96 mila euro, mettendo in dubbio la validità del collaudo del professor Enzo Siviero, condizionato nel giudicare un’opera di un architetto importante come Calatrava (…) Il Comune ha, comunque, presentato ricorso al Tribunale per accertare le eventuali responsabilità dell’architetto e la sentenza non potrà tralasciare la critica che il professor Majowieckisi muove in conclusione alla sua relazione: “La volontà del progettista di ignorare l’insegnamento di preesistenti realtà nello stesso ambito costruttivo comporta un’oggettiva responsabilità».

Mi auguro che questa breve spiegazione possa servire a far rinsavire chi creda – per ragioni tutte da capire – che il problema delle “grandi navi” a Venezia si risolva allargando i canali, piuttosto che impendendone, per sempre, l’accesso.

Se proprio le compagnie di navigazione non possono fare a meno di portare i turisti a Venezia, vadano ad attraccare a Marghera, da lì i turisti potranno tranquillamente raggiungere la città usando il treno o il vaporetto … del resto Marghera necessita di un totale ripensamento, che non può di certo essere la follia del grattacielo di Pierre Cardin[4], sicché la realizzazione del porto turistico potrebbe realmente contribuire ad una sua rigenerazione!


[1] https://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/incidente-nave-crociera-battello-venezia/?fbclid=IwAR210zqXcmyU3lao5HeisnPYHi4QefkKVdFtXYuttZxTewiiEqT6Q_sCSOM

[2] Antonio Salvadori e Guido Perocco, “Civiltà di Venezia”, La Stamperia di Venezia, Venezia 1973

[3] http://www.sandroranellucci.it/blog/articles/394

[4] https://www.simmetria.org/sezione-articoli/articoli-alfabetico/43-altri-articoli/781-sul-grattacielo-di-pierre-cardin-a-porto-marghera-di-emmazzola

7 pensieri su “Salviamo Venezia dalla follia delle grandi navi!

  1. E aggiungo : il MOSE…ma che cosa c’hanno raccontato in questi 35 anni, o meglio cosa NON c’hanno raccontato. Certi di farci ingoiare tutto ma proprio tutto !

  2. Il mondo del capitale è in una certa misura avulso da quello materiale anche se a questo è indissolubilmente legato : lo usa per i propri fini.
    Nell’epoca della finanziarizzazione globale, che provoca la parziale incontrollabilita’ di quella forza trasformatrice, tutto viene “consumato” più rapidamente e in modo selvaggio. Anche il passato, i suoi prodotti storici nelle forme molteplici e reduci, con tutto il sapere che si portano dentro. Una forza potente quanto cieca…orba…miope ? Comunque vincente. L’architettura e l’arte seguono o anticipano a sua immagine e somiglianza. Forse si tratterebbe di operare qualche correzione. La prima opera che ha inaugurato questo processo è stata senz’altro il Beaubourg di Piano.

    1. Caro Maurizio, molte, molte correzioni!!! … Del resto nel Beaubourg, le tubazioni di Piano sembrano voler sottolineare, “in blu e in rosso” che quella schifezza è tutto un errore!! Hai visto mai che stesse facendo autocritica??

  3. Forse inconsciamente, ma ricordo che la tendenza generale, la nuova sensibilità dei progettisti e non solo, andava verso uno scardinamento del linguaggio storico o della sua parodia (il post-modern). Fatto è che l’architettura scomparve con le Centre Pompidou.
    Per chi interroga la forma mettendola in relazione ai processi di trasformazione economico-sociale, la parabola iniziata allora ha portato all’attuale assemblaggio dis-organico a tutte le scale del costruire, per servire questo modello economico a sua volta evidentemente dis-organico all’uomo.
    Saluto affettuoso.

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