C’è qualcuno davvero interessato a salvare lo Stadio Flaminio?

Lo Stadio Flaminio prima del degrado

Mentre continua il pressing per l’impossibile realizzazione del nuovo Stadio della AS Roma Calcio a Tor di Valle, un gioiello dell’architettura italiana, lo Stadio Flaminio, rischia di perdersi, a causa dell’incuria in cui versa la struttura, grazie anche alla miopia degli eredi di Pier Luigi Nervi, che lo ritengono intoccabile[1] … sebbene pare che, dal 1979, non abbiano più alcun diritto di veto sul futuro dello stesso[2].

Lo Stadio, sebbene universalmente attribuito a Pier Luigi Nervi, venne progettato da suo figlio Antonio, che si avvalse della consulenza strutturale dello straordinario padre. Tuttavia quel progetto, come ricorda criticamente il citato articolo di “Roma2Pass”, ne fu anche la condanna all’attuale situazione di abbandono: “una struttura solida in cemento armato, ma lo strutturalismo dell’ingegner Pierluigi Nervi fu la sua condanna, perché il progetto del figlio, l’architetto Antonio Nervi, l’ha reso un impianto troppo piccolo per il grande calcio e il grande rugby, ma troppo grande per il calcio di Lega Pro, che una volta si chiamava Serie C. Uno stadio con meno di 20.000 posti, dai 38.000 originali ridotti per motivi di sicurezza, non serve alla Roma e alla Lazio, così come non serve al 6 Nazioni di Rugby, che occupa i 70.000 posti dell’Olimpico in prevendita”.

Eppure, se si mettessero da parte i paraocchi di chi metta veti a vanvera, con le dovute attenzioni per la struttura originaria di Nervi, lo stadio potrebbe adeguarsi agli standard attuali … anche perché, in tutta onestà, il calcio di oggi è divenuto quasi esclusivamente una vergognosa questione di diritti televisivi e attività commerciali di contorno, piuttosto che di numero di spettatori per partita!

L’attuale stadio, per chi non ne conoscesse la storia, in realtà è il risultato di una serie di trasformazioni della splendida struttura classica, “a ferro di cavallo” – lo Stadio Nazionale[3] – realizzata tra il 1910 e il 1911 da Marcello Piacentini e Angelo Guazzaroni, con sculture di Vito Pardo. Quel bellissimo progetto venne poi modificato nel 1927, quando cambiò denominazione in “Stadio del Partito Nazionale Fascista” e poi ancora, nel ’31 e in occasione dei Mondiali di Calcio del 1934, vinti proprio lì dagli Azzurri! Nel 1932 venne dato in gestione alla SS. Lazio e, a partire dal 1940, usato anche dalla Roma. Dopo la guerra, tornò a chiamarsi “Stadio Nazionale” per poi mutare denominazione – dopo la tragedia di Superga – divenendo lo “Stadio Grande Torino”. Nel 1953 però, a seguito dell’inaugurazione dello Stadio Olimpico, questa meravigliosa e storica struttura venne abbandonata e, nel 1957, addirittura demolita per far posto all’attuale Stadio Flaminio, progettato dai Nervi, i quali non tennero minimamente in considerazione né la splendida struttura originaria, né il suo prestigioso progettista, all’epoca ancora vivente! A quell’epoca, evidentemente, nessuno metteva vincoli, né veti: l’ideologia modernista faceva infatti sì che un edificio con un impianto classico, peraltro dotato di splendide facciate e caratterizzato da statue e colonne, fosse sacrificabile in nome del brutalismo e dello strutturalismo, dove le facciate non avevano ragione di esistere per non mascherare la struttura portante.

Frontespizio del progetto per lo Stadio Nazionale di Marcelo Piacentini e Angelo Guazzaroni con sculture di Vito Pardo
Foto storica dello Stadio Nazionale (fonte: Raccolta Roma Sparita ®)
Foto storica dello Stadio del Partito Nazionale Fascista con la piscina in primo piano e le belle facciate classiche lungo il perimetro (fonte: Raccolta Roma Sparita ®)
Lo Stadio Flaminio (bellissima foto di Matteo Cirenei presa dalla rete)

Eppure, volendo rispettare le volontà dei Nervi, basterebbe capire che, ciò che affascina dello stadio attuale e che merita di essere protetto, più che gli esterni, sono gli ambienti coperti che, in una trasformazione, potrebbero tranquillamente essere preservati! Gli eredi Nervi e tutti gli iperprotezionisti muniti di paraocchi, farebbero bene a riflettere a fondo sulla assurdità di tenere in stato di abbandono le strutture che, in breve, potrebbero definitivamente perdersi!

Costoro dovrebbero infatti riflettere sui rischi, per le strutture in c.a., di restare esposte alle intemperie, degradandosi a velocità esponenziale a causa di un processo chimico naturale che si innesca nel cemento soggetto al costante dilavamento, specie se da piogge acide. Per chi volesse approfondire questo punto, rimando un mio vecchio articolo, pubblicato sul Journal of Biourbanism[4], scritto in occasione del terremoto di Amatrice.

Stadio Flaminio, Roma, Piscina Coperta, 1960. (Courtesy Pln Project, Bruxelles)
Stadio Flaminio, Roma, Palestra, 1960. (Courtesy Pln Project, Bruxelles)

V’è inoltre da dire che, stando al citato articolo su “LaLazioSiamoNoi”, in base alla Sentenza del Consiglio di Stato, Sez. VI, 15/04/2008 (Ud. 22/01/2008), Decisione n. 1749, «Gli eredi di Nervi non avrebbero alcun diritto di veto su eventuali lavori o, addirittura, sull’abbattimento dell’attuale struttura del Flaminio per costruire sulla stessa area occupata attualmente dallo stadio un nuovo impianto. La conferma arriva anche dalle parole del professor Piero Sandulli, il giudice che ha presieduto il processo di Appello di Calciopoli nell’estate del 2006 e che attualmente è presidente della Corte di Giustizia Federale della Federcalcio: “Da quella sentenza […] emerge in modo chiaro e netto che quel vincolo legato al diritto di autore sull’opera si esaurisce con la morte dell’autore stesso. Quindi, in base a quella sentenza, il vincolo si è esaurito quasi 40 anni fa, a meno che non ci siano accordi scritti firmati da chi ha commissionato allora l’opera e l’ingegner Nervi, ma anche in quel caso in base a questa sentenza quegli accordi potrebbero essere impugnati”. In ottica futura, il professor Sandulli precisa: “Bisogna capire che cosa vuole fare il Comune con lo Stadio Flaminio, qual è il vero obiettivo: se far fare a questo Stadio la stessa fine che ha fatto il Velodromo Olimpico dell’EUR, oppure trovare una soluzione definitiva che accontenti tutti e che renda il Flaminio un impianto modello e moderno, simile allo Juventus Stadium».

Ma c’è un’altra possibilità per ridare vita al Flaminio, quella proposta da FederSupporter[5], riguardante la sua trasformazione nella “Casa dei Tifosi della Lazio”, una proposta che, dopo aver raccolto positivi riscontri da parte delle istituzioni sportive e dal mondo politico, per il momento ha registrato solo indifferenza da parte dei responsabili della squadra…

Il sito di FederSupporter, ha infatti pubblicato un amareggiato comunicato da cui si apprende che, mentre il Presidente del CONI, dr. Giovanni Malagò, con email del 21 marzo scorso, ha prontamente e positivamente risposto, ringraziando per l’invio del Progetto e l’ex Consigliere del Comune di Roma, Fabio Sabbatani Schiuma, attuale Responsabile del Coordinamento Romano dell’AssociazioneNoi con Salvini”, si è telefonicamente complimentato con il Presidente Parisi per l’iniziativa assunta da Federsupporter, esprimendo l’appoggio a tale iniziativa, «si deve, viceversa, prendere atto, con rammarico, che, fatta salva qualche rara eccezione, l’invito rivolto nel Comunicato del 18 marzo scorso alla Comunicazione, in specie radiotelevisiva, che si occupa di Lazio, onde suscitare e sollecitare la manifestazione di interesse dei tifosi alla realizzazione del Progetto, è rimasto, almeno finora, ignorato ed inascoltato».

Davanti a certe notizie, diviene legittimo pensare che, nonostante il legame storico del Flaminio con squadra bianco-celeste, all’attuale presidenza non importi assolutamente nulla dello stesso, avvalorando la tesi riportata nel citato articolo di “LaLazioSiamoNoi”, secondo la quale risulti «[…] difficile poter immaginare questo tipo di evoluzione per lo Stadio Flaminio, almeno in chiave biancoceleste. Lotito, infatti, è ancora intenzionato a rendere edificabili i territori sulla Tiberina, di proprietà della famiglia Mezzaroma, sfruttando un’area ben più ampia, creando così ulteriori fonti di guadagno, al di là dello stesso stadio. Opportunità che ovviamente il Flaminio, di per sé, non potrebbe garantire». 

Tutto davvero realistico e molto triste! L’ottusa storia dell’ostinazione di Pallotta a realizzare lo stadio sull’area di Tor di Valle, legata agli interessi di Parnasi e della Unicredit, si ripete!

Quando iniziò a prender forma l’idea dello Stadio a Tor di Valle, in un articolo pubblicato su Archiwatch e ripreso da altri blog, espressi il mio pensiero sulla follia di realizzare stadi suburbani, suggerendo la necessità di realizzare stadi urbani, imparando dagli stadi delle squadre inglesi[6] le quali, nonostante il dominio delle televisioni, sono sempre straripanti di spettatori e, lo abbiamo appena visto, dominano il palcoscenico internazionale!

In quell’articolo, difendendo la posizione di Paolo Berdini – all’epoca assessore all’urbanistica che si opponeva all’area di Tor di Valle – spiegavo:

«Innanzitutto ritengo che, piuttosto che consentire la realizzazione di uno stadio suburbano accompagnato da nuove, enormi volumetrie, si dovrebbe pensare al riuso di ciò che risulti assurdamente abbandonato e pienamente adattabile alle nuove esigenze (peraltro è ciò che la “Legge sugli Stadi” prevede! Ndr) come per esempio lo Stadio Flaminio, ormai lasciato in uno stato di abbandono e degrado impressionante!

L’attuale Stadio Flaminio possiede oltre 30000 posti a sedere e si presterebbe benissimo ad un ampliamento e copertura.

L’opposizione degli eredi Nervi ad una riconversione è del tutto sterile, in primis perché non è ammissibile che il capriccio di un singolo obblighi la città a doversi suburbanizzare e poi perché, se mai fosse necessario demolirle e ricostruirle, le strutture potrebbero ricostruirsi seguendo alla lettera il progetto di Pierluigi Nervi, lasciando così l’opera in piedi per molti altri decenni a venire … il cemento armato, infatti, non è eterno, specie se lasciato nudo e crudo, (rimando al mio articolo sul terremoto pubblicato on-line sul n°939 de “Il Covile”) quindi non si può pretendere che l’attuale Flaminio resti lì in eterno!»

E poi dicevo, sempre riferendomi alla cricca di Tor di Valle:

«Se i “nuovi benefattori” che raccontano di voler “regalare” lo stadio alla città mirano a realizzare altre attività, l’attuale struttura del Flaminio potrebbe certamente ospitare ristoranti, pub, negozi e quanto altro, al di sotto delle gradinate e tribune, nonché nei piazzali di accesso … queste attività, oltre a soddisfare gli interessi speculativi, verrebbero a tenere vitale l’area intorno allo stadio, anche in assenza di manifestazioni sportive, ergo renderebbero l’area più sicura, secondo il principio della “sorveglianza spontanea” delle strade splendidamente descritto nel 1961 da Jane Jacobs in “Life and death of great American cities“.

In ogni modo, che si tratti o meno di discutere sul Flaminio o meno, il fulcro del problema è fare o meno uno stadio urbano, perché sono immensi i vantaggi che può garantire uno stadio dove ci si possa recare a piedi o, al massimo, usando i mezzi pubblici».

E allora, tornando al discorso relativo a quello che era lo Stadio Nazionale prima e lo Stadio Grande Torino poi, prima di venir sostituito dal Flaminio, penso alla possibilità di ampliare e coprire interamente lo Stadio Flaminio con delle coperture analoghe a quelle realizzate dai Nervi, dotandolo però di facciate ispirate a quelle di Piacentini e Guazzaroni, realizzando nelle arcate al di sotto delle gradinate, curve e tribune, tutte le possibili attività commerciali che interessano alla società per fare cassa … delle coperture “alla Nervi” potrebbe anche interessarsi direttamente il 94enne Antonio Nervi, con buona pace per tutti!

Una struttura del genere, linguisticamente legata a Roma ed al Flaminio, circondata dagli splendidi pini dell’area, potrebbe risultare lo stadio più bello e funzionale d’Italia, dove i tifosi vanno a guardare le partite a piedi e con i mezzi pubblici, come nella grande tradizione del calcio inglese. Questo progetto, inoltre, non comporterebbe alcuna spesa per lo Stato, come nell’assurdo capriccio di Tor di Valle (dove noi cittadini verremmo costretti a spendere oltre 1 mld di Euro per mettere in sicurezza e adeguare la rete stradale e ferroviaria[7]). In pratica, ridare vita al Flaminio significherebbe dare una vera e propria lezione di vita a tutto il mondo del calcio italiano, sempre più lontano dal piacere per lo sport e dalla interazione con il mondo civile.

Le arcate dello stadio Nazionale nei primi anni ‘30 (fonte LazioWiki)
Le arcate dello Stadio Grande Torino poco prima della demolizione (fonte LazioWiki)

[1] http://www.roma2pass.it/stadio-flaminio/agonia-dello-stadio-flaminio/

[2] https://www.lalaziosiamonoi.it/lazio-cultura-societa/stadio-flaminio-non-esiste-un-diritto-di-veto-dei-nervi-il-vincolo-e-scaduto-nel-1979-80123

[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Stadio_Nazionale

[4] http://biourbanistica.com/it/blog/2016/8/31/il-cemento-e-il-terremoto-corruzione-e-menzogne-architettoniche/

[5] http://www.federsupporter.it/index.php/608-progetto-di-federsupporter-sullo-stadio-flaminio

[6] http://www.sandroranellucci.it/blog/var/data/2849/sempre_sullo_stadio_della_AS_Roma.pdf

[7] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/12/08/lo-stadio-a-tor-di-valle-si-fa-e-quasi-tutti-vissero-infelici-e-scontenti/

3 pensieri su “C’è qualcuno davvero interessato a salvare lo Stadio Flaminio?

  1. Caro Ettore,
    ho poco da aggiungere al tuo bellissimo intervento sull’argomento, se non quello di aggiungervi alcuni “storici” ricordi personali, di un certo interesse generale, almeno ritengo Vorrei in particolare ricordare che in quello stadio si esibirono anche il grande Torino di capitan Mazzola , che poco prima della tragedia vidi pareggiare 2 – 2 con la Lazio di un certo Piola, ma che fu sede modernissimamente anticipatoria di moltissime altre attività sportive quotidiane!
    A mia memoria queste attività rendevano tutta l’area attorno allo stadio una zona di Roma un po’ periferica si, ma estremamente vitale, alle spalle dei Parioli e nei pressi dei Risorgimentali terreni della Villa Glori e dell’Acqua Acetosa, luogo frequentatissimo dalla mattina alla tarda serata da giovani e giovanissimi di ogni sesso ed età.
    Palestre e piscine al coperto ed all’aperto con tutte le loro discipline! Io stesso frequentai la Romana Nuoto nei primi anni ’50, sotto la guida delle sorelle Androsoni! Ma i frequentatori erano di ben altro livello, a partire da campioni italiani ed anche i nostri migliori a livello europeo ed internazionale! Chi?
    Ricordo appena i fratelli Paolo e Ruggero Ciacci per le medio – lunghe distanze, il campione italiano dei 100 e 200 metri s.l. Pucci, ma sopra tutto un certo Carlo Pedersoli, primo italiano a nuotare i 100 m s.l. sotto il minuto (non per niente divenne il famosissimo Bud Spencer). Eravamo ancora nel ’52, per accedere ad una qualsiasi attività di uno stadio, utilizzato estate ed inverno, in ogni suo angolo, anche al disotto del penultimo gradino per il pubblico delle partite di calcio, si doveva fare la fila e prenotare con largio anticipo!,

    1. carissimo Paolo,
      grazie infinite per il tuo commento carico di ricordi e di emozioni!

      Un caro saluto
      Ettore

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