Rilanciare l’economia o solo il sistema delle tangenti?

Meme circolante sul web che ironizza sul costosissimo fallimento mazzettaro del “Mose”

Premessa

Nell’ultimo mese è stato un rincorrersi di notizie circa la necessità di rilanciare l’economia italiana attraverso il cosiddetto “decreto sblocca cantieri[1]”, approvato lo scorso 18 aprile.

In molti si sono chiesti se, davvero, questa norma possa aiutare a risollevare le sorti del nostro Paese allo sfascio o se, diversamente, non serva semplicemente a rilanciare il sistema mazzettaro che l’ha condotto al baratro.

In particolare Alberto Vannucci, professore di Scienza Politica, dalle pagine de “Il Fatto Quotidiano”, senza mezzi termini, aveva titolato “Sblocca cantieri? Chiamiamolo pure decreto sblocca tangenti. Il caso Siri insegna[2]

«Cominciamo col battezzarlo col suo vero nome, il decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 18 aprile scorso. Non tanto sblocca cantieri, quanto piuttosto sblocca tangenti. E proviamo ad associarlo a una vicenda politico-giudiziaria che – bizzarra coincidenza – è emersa negli stessi giorni: l’arresto del professore-faccendiere Paolo Arata, che nella sua ragnatela avrebbe avviluppato anche il sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri. […] spaccato preoccupante dell’influenza di un ben radicato sottobosco politico-affaristico rispetto al “nuovo” ceto di governo leghista. […] un professore ex-politico, riciclatosi brillantemente col suo pacchetto di contatti e relazioni quale intermediario tra imprenditori – nell’ipotesi degli inquirenti sarebbe socio d’affari-prestanome di un impresario “re dell’eolico” siciliano, accusato di ripulire di capitali mafiosi […] il suo capolavoro politico è un passaggio del “contratto di governo” che ne richiama l’esigenza. […] Questa liberalizzazione dell’appalto pubblico rischia di trasformarsi in un “liberi tutti” per corrotti e corruttori».

Nell’era dell’abuso terminologico manipolatore, Siri non poteva esimersi dal dare una giustificazione buonista-populista per distruggere il Codice degli Appalti: «basta con l’Autorità anticorruzione e con l’impiccio di regole e controlli, da questa faticosamente imbastiti tramite linee guida. Qualsiasi vincolo di legalità è da considerarsi al pari di una “malattia autoimmune”, giacché nella gestione degli appalti occorre soprattutto “buon senso”».

Tuttavia, il Presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone[3] ha replicato:Stiamo costruendo un’autostrada all’illegalità”, visto che lo sbandierato “buon senso” del decreto, come ricordava l’articolo del prof. Vannucci, consisterebbe in:

  1. Innalzamento a € 200.000 della soglia finora prevista per procedure negoziate e affidamenti diretti di lavori senza gara, previa “consultazione di tre operatori”;
  2. Ritorno del prezzo più basso per lavori fino alla soglia europea di € 5,5 milioni, meccanismo integrato da un astruso calcolo delle soglie di esclusione, da sempre pane quotidiano dei cartelli di imprenditori che truccano le gare;
  3. Percentuale più elevata, fino al 50%, di lavori liberamente subappaltati dalla ditta vincitrice – quota del tutto liberalizzata per i consorzi di imprese;
  4. Abolizione delle linee guida dell’Autorità anticorruzione, sostituite da un regolamento governativo;
  5. Reintroduzione (per pudore limitata intanto ai prossimi due anni) dell’appalto integrato, ossia quelle gare in cui sono i costruttori a farla da padroni proponendo progetti definitivi ed esecutivi – premessa per il moltiplicarsi di varianti in corso d’opera, contenziosi, paralisi dei lavori;
  6. Eliminazione dell’albo dei direttori e dei lavori negli appalti affidati da contraenti generali – azzerando ogni qualifica per i professionisti incaricati;
  7. Cancellazione del divieto di affidare lavori in subappalto a imprese partecipanti alla gara, di norma contropartita negli accordi preliminare per concordare le offerte;
  8. Moltiplicazione, a discrezione dell’esecutivo, di figure commissariali straordinarie con poteri in deroga alla legislazione ordinaria e allo stesso codice degli appalti.

Relativamente a quest’ultimo punto, il professor Vannucci aveva sottolineato “per chi si fosse distratto, si tratta del modello criminale della “cricca della protezione civile” innalzato all’ennesima potenza”.

Piuttosto che “buon senso” sbandierato da Siri, il prof. Vannucci prospettava un più realistico scenario di “Eden della corruzione futura, fatto di poteri arbitrari dei decisori pubblici, liberi da qualsiasi reale supervisione e convertiti in tangenti variamente dissimulate; impoverimento di competenze progettuali e poteri di controllo dell’amministrazione pubblica; ferrei accordi collusivi tra imprenditori, per cancellare qualsiasi parvenza di concorrenza; invisibili infiltrazioni mafiose nei subappalti”.

In pratica, questa norma scritta a 90° davanti agli speculatori della peggior specie, appare già prima di nascere come un qualcosa che farà impallidire Tangentopoli, rendendola “legale”!

Credete davvero che lo “sblocca cantieri” sia il modo per migliorare i conti e il Paese?

12 anni fa, Jeff Sparrow commentava tristemente:

«Tutto quello che ci faceva paura del Comunismo – che avremmo perso le nostre case e i nostri risparmi, che ci avrebbero costretti a lavorare tutto il tempo per un salario scarso e che non avremmo avuto alcuna voce contro il sistema – è diventato realtà grazie al capitalismo[4]».

Personalmente ritengo, peggio del capitalismo in sé, che la responsabilità dell’impoverimento dei popoli a vantaggio di chi già risulti straricco, sia il neoliberismo alla base di questa immondo decreto targato Lega, da sempre ossessionata dalla “deregolamentazione”.

Se si vuol migliorare un Paese, da profano, ritengo che il metodo migliore sia quello di spalmare equamente gli investimenti e i guadagni su tutto il territorio nazionale, soprattutto a favore delle piccole e medie imprese e dell’artigianato locale che, in un sistema indecente del genere, finiranno per essere definitivamente sfiancate.

Infatti, non si tratta solo del gravissimo problema denunciato dal prof. Vannucci circa la cancellazione del divieto di affidare lavori in subappalto a imprese partecipanti alla gara” … che chiaramente va a creare le premesse per potersi, a rotazione, spartire la torta!

Con questa norma, infatti, saranno ancora e sempre le cosiddette “grandi aziende” – spesso solo sulla carta – e le presunte “ditte di fiducia” (immeritata) a farla da padroni, sfruttando i miserabili che, nella realtà, andranno a lavorare … anche a rischio della propria vita.

Si rifletta sul fatto che il sistema del subappalto e dell’aggiudicazione degli appalti al massimo ribasso, si configurano come i due fattori che generano il cortocircuito all’origine delle piaghe del lavoro sommerso e delle “morti bianche” … non ci vuole certo una scienza particolare per capire che, quando una “grande impresa” si aggiudica un appalto al massimo ribasso, per poi subappaltare le opere ad un’impresa più piccola – che spesso subappalta a sua volta il lavoro – essendoci troppe figure che devono avere un profitto finale qualcuno ci verrà a rimettere … e non solo economicamente!

La storia delle “grandi opere” italiane degli ultimi decenni ci racconta infatti che, in moltissimi casi, certi “blasonati dell’edilizia” vincitori degli appalti in quanto tali, abbiano regolarmente provveduto a “strangolare” economicamente le piccole e medie imprese subappaltatrici facendole fallire!

Non entro nel merito dei costi sostenuti, della qualità e reale esigenza di “grandi opere” come il Mose, la Nuvola, il Centro della Maddalena, il MAXXI, la Stazione di Afragola, il progetto per il Ponte sullo Stretto, ecc., perché i risultati e i conti sono sotto gli occhi di tutti.

A costo di ripetermi, però, vorrei ricordare a chi concepisce certi decreti – specie a quelli che usano il “patriottismo” come arma retorica – che la nostra Italia (prima di tutto), molti anni fa, aveva sviluppato un sistema talmente efficiente e virtuoso che, non solo riuscì a risanare i conti in rosso del Comune di Roma, ma addirittura a divenire uno dei motori economici più validi della nostra gloriosa storia.

Quel sistema, se esteso all’intero territorio nazionale, potrebbe davvero rilanciare l’economia dell’Italia, non solo per le “grandi aziende”, ma per tutti gli operatori del settore, dal più piccolo e artigiano, a tutti gli imprenditori piccoli, medi e grandi.

Provate, mentre leggete la storia riportata di seguito – già parzialmente raccontata tempo fa[5] – cosa potrebbe succedere se, piuttosto che “sbloccare i cantieri” delle (spesso inutili) “grandi opere”, si intervenisse, con un sistema analogo a quello raccontato, per riqualificare l’intero territorio urbanizzato italiano del 2° dopoguerra. Provate ad immaginare i benefici per l’economia, ma anche quelli socio-ambientali che ne deriverebbero.

In fondo, capirete leggendo, ciò che cambia è solo il fattore di scala … un problema decisamente controllabile, a patto che il coltello dalla parte del manico stia nelle mani dello Stato e mai degli speculatori degli “appalti integrati”, come previsto dallo “sblocca cantieri” (o “sblocca mazzette”) che dir si voglia!

Una straordinaria lezione politica, economica e sociale di 110 anni fa

La conoscenza della nostra storia potrebbe esserci d’aiuto, rievocandoci le frumentationes (distribuzioni gratuite del grano) che gli antichi romani istituirono quando gli armatori privati che gestivano il commercio del grano approfittarono della “liberalizzazione” del mercato, speculando sul prezzo. La cosa servì a calmierare il prezzo ed obbligare gli speculatori ad abbassare la cresta.

Ma non occorre andare così lontano per imparare cosa fare per porre un freno allo sperpero di denaro pubblico.

La storia dell’urbanistica di Roma ci racconta infatti di una politica illuminata di gestione della spesa pubblica, messa in atto solo un secolo fa, da cui avremmo tanto da imparare. Per una migliore comprensione dei fatti è necessario conoscere il quadro sociale all’interno del quale l’evento si svolse, quindi perdonatemi l’estensione del testo.

Il Comune di Roma, a causa della cosiddetta politica urbanistica della convenzione[6] – orchestrata dal Cardinale De Merode a favore di se stesso e dei privati speculatori fondiari – all’indomani del trasferimento della Capitale d’Italia, aveva subito un tracollo finanziario.

Fu così che, all’inizio del Novecento, grazie all’operato di personaggi illuminati di cui si dirà, il Comune provò, riuscendoci appieno, a sanare il bilancio entrando in regime concorrenza con i costruttori privati.

«In una città che ha l’edilizia come sua unica attività industriale, il deficit dell’amministrazione può essere sanato proprio con una diretta partecipazione in tale ramo di investimenti[7]».

Grazie alla politica illuminata del sindaco Nathan, e alla presenza al governo di Giovanni Giolitti, nonché grazie alla istituzione e gestione dell’Istituto per le Case Popolari, fu possibile concepire un sistema del tutto nuovo di gestione della spesa per l’edilizia pubblica, il cui primo passo può riconoscersi nella vicenda del Quartiere Testaccio di Roma.

All’inizio del XX secolo il quartiere risultava un luogo malfamato, violento e pericoloso. Dopo l’unità d’Italia il quartiere avrebbe dovuto svilupparsi come la zona industriale della nuova Capitale ma poi, per volontà dei regnanti, si pensò bene che il centro-sud d’Italia non dovesse essere investito dal processo di industrializzazione … era più utile mantenerlo in condizioni tali da poter fornire manodopera a basso costo per le industrie del nord, trasformando Roma in una città impiegatizia che, di lì a poco, sarebbe anche divenuta il cuore pulsante della politica clientelare e ricattabile.

Così, già a partire dai primi anni che seguirono il trasferimento della Capitale, Testaccio divenne un quartiere popolare dove si insediarono le famiglie dei lavoratori del nuovo straordinario Mattatoio dell’ing. Ersoch, e quelli delle poche industrie situate all’Ostiense.

In assenza di un Ente Statale che costruisse le case per il ceto operaio – l’ICP venne creato solo nel 1903 – queste vennero realizzate ad opera di banchieri, famiglie nobili e ad opera della Chiesa; tuttavia, nonostante le indicazioni della giunta municipale presieduta da Camporesi affermassero che «non si ammettono quartieri destinati esclusivamente per la classe meno agiata, raccomandandosi invece che venga distribuita in opportuni alloggi collocati nelle abitazioni ove soggiornano le classi meglio favorite dalla fortuna»[8], gli edifici costruiti mirarono semplicemente a fornire una facciata decorosa, che nascondeva delle condizioni di vita disumane.

La tipologia edilizia scelta, per ragioni speculative, fu quella a “blocco chiuso“, che facilitava una speculazione intensiva delle aree, ovvero quella tipologia che, di lì a poco, venne criticata come “casermone” o “alveare umano“, all’interno della quale, sotto l’egida del padrone di casa, vigeva il sistema del subaffitto; sistema perverso che serviva al proprietario per giustificare il costante aumento della pigione, e all’affittuario per spillare soldi ai subaffittuari con la scusa che non ce la faceva a pagare l’affitto. La cosa ovviamente portava alle estreme conseguenze che si possono immaginare: mancanza di privacy, violenze di ogni genere, danneggiamento degli edifici, condizioni di sovraffollamento con pessime condizioni igieniche, ecc.

Testaccio nel 1905 rappresentava un problema anche superiore a quello registrato nel 2005 nelle banlieues francesi. Le condizioni abitative di quel quartiere vennero descritte minuziosamente da Domenico Orano il quale, a seguito della sua esperienza diretta tra il 1905 e il 1910 pubblicata in quegli anni, creò il Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio, un comitato che raccoglieva persone di qualsiasi appartenenza sociale, religiosa, politica e culturale, nonché diverse categorie di artigiani.

Il Comitato riuscì a mettere in pratica la prima grande esperienza di laboratorio sociale e, soprattutto, la prima esperienza, riuscitissima, di urbanistica partecipata: l’urbanistica come disciplina non era ancora ufficialmente stata definita, ma ciò che avvenne a Testaccio dimostra come per questi pionieri il senso ultimo della materia fosse già chiaro!

Orano e altri riformatori ritenevano «dannosa la pianificazione di quartieri socialmente omogenei perché favorivano l’innalzamento e la cristallizzazione delle barriere classiste, rallentando il processo di integrazione urbana dei ceti subalterni»[9], mentre «il contatto fra le varie classi sociali vale non solo ad abbattere certe barriere morali … ma può avere un’influenza benefica sulle condizioni economiche ed intellettuali in genere del popolo»[10].

Nel frattempo, la migrazione verso Roma cresceva, e con essa anche la migrazione interna del ceto popolare che, necessitando di vivere vicino al proprio ambiente lavorativo, spontaneamente si muoveva verso la nuova area, a questi flussi spontanei si sommava il fenomeno della migrazione interna della gente allontanata dalla zone centrali in cui si operavano i primi sventramenti che, secondo l’ideologia del momento, dovevano creare dei nuovi quartieri “di rimprovero e insegnamento” nella “vecchia Roma lercia e puzzolente” come l’aveva definita Giovanni Faldella[11].

Tutto ciò portò alla proliferazione di baracche, definite “Villaggio Abissino” lungo gli argini del Tevere: un’offesa al decoro della Capitale che non poteva essere ammessa dalla classe dirigente.

In quegli anni, intanto, si era andata affinando la disciplina dell’Eziologia, ma si erano anche andati sviluppando diversi studi sociologici come quelli di Casalini a Torino e Montemartini a Milano; inoltre, quest’ultimo aveva studiato i metodi per la creazione di un sano sistema cooperativo coordinato dallo Stato.

Se da un lato si pensava a creare delle città più “funzionali“, grazie al contributo dei sociologi si rifletteva anche sul fatto che non ci si dovesse limitare a “produrre meglio per vivere meglio“, ma fosse necessario soprattutto “vivere meglio per produrre meglio“.

In questo clima socio-culturale, il Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio si batté affinché l’intervento proposto dall’amministrazione cittadina per la costruzione di alloggi temporanei non si operasse: «l’intervento non deve limitarsi a soddisfare il bisogno impellente di abitazioni, ma richiede un piano complessivo in grado di trasformare l’intera area».

A quel tempo, i privati avevano costruito moltissimi alloggi per i ceti medio-alti della borghesia, dimenticando i ceti popolari. Questa situazione aveva, di fatto, creato uno squilibrio insostenibile tra alloggi a caro prezzo e carenza di alloggi popolari, aveva portato al terribile fenomeno della coabitazione (tuttora esistente ed ignorato), alla costruzione delle baraccopoli e, ovviamente, alla crescita esponenziale del valore fondiario.

La neoeletta giunta Nathan – la prima non legata al clero e alla nobiltà – intendeva risolvere il problema abitativo a partire dalla risoluzione del problema speculativo dei suoli mediante la formazione di un ampio demanio municipale che avesse la funzione di calmiere, e il potenziamento dell’edilizia pubblica sovvenzionata: il Congresso Internazionale sull’Edilizia Popolare che si tenne a Londra nel 1909, non a caso, aveva individuato nel mercato delle aree la ragione della crisi delle città, ed aveva indicato come rimedio una vasta acquisizione di aree da parte degli enti pubblici al fine di destinarle ad uso collettivo, rompendo la spirale speculativa.

In quegli anni Alessandro Schiavi indicava tre passi fondamentali per sconfiggere il problema:

1. Rompere il monopolio dei proprietari terrieri dei terreni e delle abitazioni esistenti;

2. Attirare il capitale privato nell’attività edilizia;

3. Incentivare la ricerca tecnologica per ridurre i costi.

Tutto ciò si traduceva nella necessità che l’amministrazione pubblica, statale e locale, assumessero un ruolo pianificatorio, ma anche che lo Stato sostenesse l’imprenditoria privata e sovvenzionata per aumentarne la produttività.

Sempre in quagli anni, l’ing. Edoardo Talamo andava sostenendo la necessità che «la casa dei ceti popolari dovesse essere strumento di educazione ed emancipazione, coniugando gli spazi privati degli appartamenti agli spazi comuni per assolvere ai bisogni comuni»[12].

Considerate queste premesse relativamente al costo dei suoli, uno dei principali motivi di critica da parte del Comitato per il Miglioramento di Testaccio in merito alle casette provvisorie batteva sull’anti economicità di un piano che sottoutilizzava le aree, tra l’altro, la «destinazione delle case ai disoccupati, prevedeva una rinuncia in partenza a qualsiasi remunerazione del capitale investito, ricadendo in una logica di assistenzialismo elemosiniero che ostacola la crescita della responsabilità civile tra i ceti emarginati», infine, il progetto era valutato «socialmente e politicamente angusto, poiché sanciva con un’operazione istituzionale la marginalizzazione dei baraccati».

Uno degli aspetti più interessanti della battaglia di Orano e del Comitato era incentrata contro la negazione, emergente dal piano delle casette, di un’identità collettiva fondata sull’orgoglio dell’appartenenza ad una comunità operaia di lavoratori, che contribuendo alla crescita dell’intera città, avevano acquisito il diritto di determinarne le scelte[13]:

«Si afferma che le baracche sono pel bisogno immediato, per i senza tetto, per i poveri che ingombrano i portoni, le mura, gli orti, i prati, che gettano un’onta sulla capitale d’Italia, che agli occhi degli stranieri ribadiscono l’accusa che noi siamo un popolo di pezzenti. Si larva con sentimentalismo da filantropi, che impressiona le masse, il grave problema edilizio … che in realtà soffoca lo sviluppo di Testaccio, perché questo quartiere è l’unico punto di Roma in cui convergano le vie di terra e di mare e sarà il grande centro operaio della capitale»[14].

Le varie richieste dei testaccesi vennero raccolte e trasformate in progetto urbanistico architettonico da parte degli ingegneri architetti Giulio Magni prima, e Quadrio Pirani poi, i quali furono in grado, lavorando fianco a fianco con il Comitato, di produrre il primo esempio di progettazione partecipata che portò ad un vero e proprio miglioramento della condizione abitativa, ma anche economica e sociale dei residenti, dando delle aspettative di vita totalmente nuove e dimostrando la validità della teoria secondo la quale la casa potesse svolgere un ruolo educativo sui residenti.

Nel 1918, all’indomani dell’inaugurazione degli edifici di Pirani, il Presidente dell’Istituto Romano Case Popolari, Malgadi, nel testo “il nuovo gruppo di case al Testaccio” affermava:

«Parlare di arte in tema di case popolari può sembrare per lo meno esagerato; ma non si può certo negare l’utilità di cercare nella decorazione della casa popolare, sia pure con la semplicità imposta dalla ragione economica, il raggiungimento di un qualche effetto che la faccia apparire, anche agli occhi del modesto operaio, qualche cosa di diverso dalla vecchia ed opprimente casa che egli abitava […] Una casa popolare che, insieme ad una buona distribuzione degli appartamenti unisca un bello aspetto esteriore, è preferita ad un’altra […] e dove questo vi è si nota una maggior cura da parte degli inquilini nella buona tenuta del loro alloggio e in tutto ciò che è comune con gli alloggi del medesimo quartiere […] Una casa che piace si tiene con maggiore riguardo, ciò vuol dire che esercita anche una funzione educativa in chi la abita».

Subito dopo, lo slogan dell’IRCP divenne “la casa sana ed educatrice“.

Ma la battaglia non vide affrontare solo gli aspetti socio-sanitari ed estetici delle nuove costruzioni, ma anche quelli economici, partendo dall’affermazione secondo la quale il lavoro nobilita l’uomo … e qui viene il punto più importante di questa storia sul quale l’attuale classe politica di “privatizzatori“, “svenditori” e “neoliberisti-deregolamentatori” dovrebbe riflettere!

In quegli anni Montemartini aveva teorizzato ampiamente in materia di cooperativismo, e la Roma di quegli anni sembrava essere più che altrove l’incarnazione di quel “partito dei consumatori” in base al quale Montemartini sosteneva si potesse impostare una corretta politica di governo urbano, di qui la scelta di coinvolgere nella politica progressista, non solo il ceto popolare, ma anche quello della piccola e media borghesia.

Montemartini, in qualità di Assessore, nonché di Direttore dell’Ufficio del Lavoro presso il Ministero dell’Agricoltura, diede un apporto teorico fondamentale alla legittimazione delle municipalizzazioni: L’assunzione di nuovi compiti imprenditoriali e di pianificazione da parte degli enti locali incontrava, in Italia, come in Europa e America, un deciso consenso da parte dei liberali che vedevano ridisegnato e reso ambiguo il confine tra competenze dei pubblici poteri e imprenditoria privata, e l’aperta ostilità dei cattolici.

Come ha ricordato Sanfilippo, “l’incontro del sindaco Nathan con Montemartini fu alla base delle principali realizzazioni della Giunta Nathan nella municipalizzazione e/o riorganizzazione dei servizi pubblici (acqua, elettricità, gas, trasporti collettivi) [15]”.

Fu così che si andò sviluppando l’idea che la costruzione di Testaccio potesse costituire un’occasione per rafforzare il sistema delle cooperative romane, una buona parte delle quali era proprio costituita da testaccesi.

Il presidente dell’IRCP Vanni decise così di non appaltare i lavori ad un’impresa privata (Ricciardi-Mannaiolo) che aveva messo a disposizione 10 milioni impegnandosi a costruire tutti gli edifici in 18 mesi, ma di affidare i lavori ad 11 diverse cooperative:

«La proposta dell’impresa presentava indubbi vantaggi: l’anticipo del denaro che doveva essere erogato dallo Stato, tramite un prestito agevolato garantiva tempi più brevi per la realizzazione del progetto. L’amministrazione capitolina si sarebbe politicamente rafforzata, dimostrando di essere in grado di soddisfare rapidamente il bisogno, impellente per la popolazione, di case a basso costo. La scelta, viceversa, di affidarsi alle cooperative, voluta dai socialisti, intendeva dimostrare la possibilità concreta di creare anche a Roma un tessuto produttivo alternativo alle imprese private»[16].

Orano e il Comitato, con la costruzione delle case di Testaccio, memori della lezione di Montemartini sulla gestione della città moderna fondata sul partito dei consumatori, tentarono di fondare un modello di democrazia partecipata in cui i soggetti sociali fossero, allo stesso tempo, produttori e consumatori del bene casa … e così fu, grazie anche all’esistenza Comitato Centrale Edilizio[17] e dell’Unione Edilizia Nazionale – «un Istituto che è fatto appositamente per integrare gli sforzi delle cooperative, quindi per controbilanciare la privata speculazione»[18] – finché, per volontà di Stato, durante il ventennio fascista l’Unione venne messa in liquidazione e sciolta[19] e l’Istituto per le Case Popolari non venne ridotto, da florida azienda che costruiva in proprio e anche per conto terzi gli edifici da gestire, a semplice Ente di gestione del patrimonio edilizio costruito dai privati.

Ebbene sì, l’ICP di cento anni fa aiutò a risollevare le fallimentari finanze comunali, generò migliaia di posti di lavoro consentendo altresì lo sviluppo di una vasta economia locale di piccole e medie imprese a carattere artigianale.

Perché quindi non dovremmo oggi far tesoro da quell’insegnamento?

E se questo è ciò che riguarda il solo settore edilizio, perché non dovremmo prendere spunto da questa storia per riflettere sui danni che le privatizzazioni hanno portato nella gestione del patrimonio artistico, nel sistema dei trasporti pubblici, nella gestione dello smaltimento dei rifiuti, nella produzione e gestione dell’energia e dell’acqua, nel sistema delle banche, ecc.?

Perché, piuttosto che investire nelle cosiddette “grandi opere” che prevedono costi pubblici e guadagni privati, non pensare alla realizzazione di “opere grandi“, gestite a livello statale e comunale come all’epoca d’oro dell’ICP e che, piuttosto che costare, potrebbero rendere, come ho dimostrato nei progetti per il Corviale di Roma[20] e lo ZEN di Palermo[21]?

Considerato che non è più ammissibile continuare ad alimentare un sistema marcio che sembra non aver alcun altro scopo se non quello di sperperare il denaro della comunità ed aumentare il debito pubblico, potremmo dunque pensare di mettere in atto un nuovo criterio il quale, piuttosto che promuovere le “liberalizzazioni” e le “privatizzazioni“, miri a creare delle strutture statali e municipalizzate che operino in concorrenza con l’imprenditoria privata, alla stessa stregua delle frumentationes degli antichi romani.

… La cosa gioverebbe non poco alla società.

Piuttosto che promuovere leggi tendenti a massacrare il mondo del lavoro, leggi che mirano a tutelare solo gli interessi di banche private ed aziende le quali, piuttosto che dar da lavorare agli italiani, producono il “Made in Italy” in Paesi che consentono lo sfruttamento della manodopera in semi schiavitù, lo Stato potrebbe creare un Ente simile a quello che vedeva Comitato Centrale Edilizio e l’Unione Edilizia Nazionale operare in modo da integrare gli sforzi delle cooperative per controbilanciare la privata speculazione.

Ne scaturirebbero migliaia e migliaia di posti di lavoro a tempo indeterminato, nonché un grande sviluppo della piccola e media imprenditoria locale, e soprattutto dell’artigianato locale, che l’Ente potrebbe coordinare.

Proviamo allora ad immaginare quanto meno verrebbero a costare le Grandi Opere se venissero costruite da chi dovrebbe amministrare la spesa pubblica con la diligenza del buon padre di famiglia, proviamo ad immaginare come lo Stato che costruisce e gestisce i suoi edifici non tenderà più ad operare secondo il principio del “prendi i soldi e scappa“, ovvero fregandosene dei futuri costi di manutenzione degli edifici pubblici, costruiti con tecniche e materiali deperibili … come uno dei punti dello “sblocca cantieri” leghista lascia legittimamente presagire!

Proviamo ad immaginare ad una politica che scoraggi l’uso dell’automobile, promuovendo uno sviluppo dei mezzi di trasporto pubblico ecologici che passino con una frequenza ed una puntualità da fare invidia a Londra … proviamo ad immaginare quali benefici potrebbero ottenere l’intera collettività e l’ambiente.

Proviamo infine ad immaginare quello che potrebbe essere il ritrovato potere d’acquisto di questa grande fetta di popolazione, non più disoccupata o precaria, equamente distribuita sul territorio italiano senza rischi di mobilità.

Questa ritrovata garanzia di futuro riporterebbe i giovani italiani a credere nella possibilità di metter su famiglia!

Voglio ricordare a coloro i quali parlano di sostenibilità prendendo in considerazione solo gli aspetti energetici – peraltro in maniera spesso discutibile – che la sostenibilità passa soprattutto attraverso quegli aspetti socio-economici che costantemente vengono ignorati, in primis da quei politici e uomini di chiesa che, retoricamente, si ergono a paladini della famiglia e baciano i crocefissi!

Cari governanti non si parla di fantascienza, ma semplicemente di un qualcosa “italianissimo” e già testato, un qualcosa che richiede una visione un po’ più allargata di quella che vi consente di guardare solo al vostro orticello “verde”!


[1] https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/04/18/cdm-via-libera-allo-sblocca-cantieri-e-al-decreto-calabria-sulla-sanita-regionale/5121208/

[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/04/28/sblocca-cantieri-chiamiamolo-pure-decreto-sblocca-tangenti-il-caso-siri-insegna/5140306/

[3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/04/20/sblocca-cantieri-cantone-pericoloso-affidare-lavori-confrontando-solo-tre-preventivi-e-non-sblocchera-gli-appalti/5125630/

[4] Jeff Sparrow, Communism: A Love Story, Melbourne Univ. Publishing (2007)

[5] http://www.picweb.it/emm/blog/index.php/2017/08/14/privatizzazioni-deleterie-e-municipalizzazioni-virtuose/

[6] Per precisare di ciò che si intende per “convenzione”, cito la chiarissima spiegazione che ci dà Italo Insolera in Roma – Immagini e realtà dal X al XX secolo, Laterza Edizioni, Roma-Bari 1980, pag. 367: «la convenzione è un contratto tra il proprietario di un terreno e il Comune. Il proprietario si impegna a cedere al Comune ad un prezzo modesto le superfici stradali (generalmente secondo un tracciato fatto dal proprietario stesso) quindi ridotte al minimo indispensabile per la sola circolazione
raramente qualche area per i pubblici servizi (scuola, mercato, ecc.); il Comune si impegna a costruire le fogne, l’acquedotto, le condutture del gas, i marciapiedi, il selciato, la pubblica illuminazione, le fontanelle e i tombini per l’innaffiamento e si impegna alla manutenzione permanente di tutto ciò (oppure il Comune incarica, sempre a proprie spese – abbondantemente anticipate – lo stesso proprietario di realizzare queste opere). Il Comune infine autorizza la costruzione dei lotti risultanti dal tracciamento delle vie, secondo il progetto presentato dal proprietario, raramente con qualche modificazione».

[7] Italo Insolera in Roma – Immagini e realtà dal X al XX secolo, Laterza Edizioni, Roma-Bari 1980, pag.32

[8] B. Regni, M. Sennato, “l’ex quartiere operaio di Testaccio”, Capitolium, n°10, 1973

[9] Questione ampiamente dibattuta al IV congresso internazionale d’assistenza pubblica tenuto a Milano nel 1908;

[10] D. Orano, Come vive il popolo a Roma, Pescara 1909;

[11] Giovanni Faldella, Roma Borghese, Roma 1882

[12] Istituto Romano dei Beni Stabili, La casa moderna nell’opera dell’Istituto Romano dei Beni Stabili, Intr. Di E. Talamo, Roma, 1910;

[13] Simona Lunadei, “Testaccio un Quartiere popolare”, Franco Angeli Editore, Milano, 1992;

[14] Domenico Orano, Case non Baracche, Relazione per conto del Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio, Roma, 1910;

[15] Mario Sanfilippo, “Il sindaco venuto da Londra, in La risorsa Roma. Acea 1909-1989. Un’azienda tra passato e futuro”, De Cristofaro editore, Roma 1989

[16] Simona Lunadei, “Testaccio un Quartiere popolare”, op. cit;

[17] Presieduto dal Ministro dell’Industria, Commercio e Lavoro ed era costituito dai rappresentanti ministeriali, del Comune, della Cassa Depositi e Prestiti, dell’Unione Edilizia Nazionale, dell’Istituto Case Popolari, dell’Istituto Cooperativo per le Case degli Impiegati dello Stato e da un gruppo di consulenti.

[18] Archivio della Camera dei Deputati, Discussioni, 1° sessione, 1° tornata del 4 agosto 1921, pag. 1247.

[19] R.D.L. 24 settembre 1923, n°2022.

[20] https://www.meetup.com/it-IT/Amici-di-Beppe-Grillo-Roma-XI-Municipio/events/222599204/

[21] https://www.livablecities.org/articles/proposal-urban-regeneration-suburb-zen-palermo-italy

2 pensieri su “Rilanciare l’economia o solo il sistema delle tangenti?

  1. E non a caso Stanley Kubrick in Orizzonti di gloria, faceva dire al capitano Kirk Douglas : “…il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie…”. In questo tempo incarognito dalla ricerca disperata della crescita del 3% del capitale investito, dove al di sotto di quella cifra esso si estingue, tutto è lecito, tutto è concesso, persino le più colossali menzogne.

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