Rigenerazione Urbana di Doha, Qatar

di Ettore Maria Mazzola ©

Prefazione

Posto a metà della costa orientale della Penisola Arabica sul Golfo Persico, lo stato del Qatar si presenta come uno dei luoghi più difficili, a livello climatico, in cui vivere.

Il Qatar è uno dei vari emirati sorti nel XX secolo nella penisola arabica. Dopo essere stato dominato per migliaia di anni dai Persiani e, più recentemente, dal Bahrein, dagli Ottomani e dai Britannici, ha raggiunto l’indipendenza il 3 settembre 1971.

Nonostante la sua giovane età come stato indipendente, il Qatar ha una storia antichissima che risale alla notte dei tempi, storia che la sua capitale Doha sembra tuttavia aver rinnegato in nome di uno “stile internazionale”, importato da altri paesi privi di storia e cultura, votati al dio denaro … una scelta che sta distruggendo l’identità locale.

Skyline della recentissima zona di Lusail a Doha sviluppata a partire dal 2006 – Una foresta di grattacieli, priva di qualsivoglia disegno urbano. Molte di queste insostenibili strutture, figlie di una sorta di priapismo edilizio, che affligge progettisti e sviluppatori da 40 anni a questa parte, risultano vuote oltre l’80%

Eppure, presso degli insediamenti abbandonati sulla costa, sono stati ritrovati manufatti mesopotamici risalenti al periodo Ubaid (c. 6500–3800 a.C.)[1]. Al Da’asa, un insediamento collocato sulla costa occidentale del Qatar, è il più importante sito Ubaid del paese che si pensa possa essere stato un piccolo accampamento stagionale.

Il materiale di origine cassita, datato al secondo millennio avanti Cristo, ritrovato sulle isole Al Khor, attesta i rapporti commerciali fra gli abitanti del Qatar e i Cassiti di quello che è oggi il Bahrein.

Doha venne fondata nel 1825 con il nome di Al Bida. Nello stesso anno, durante la guerra tra il Qatar e il Bahrein, venne seriamente danneggiata dalle forze di Abu Dhabi, alleati dei bahreniti. Nel 1882 venne costruita, nei pressi della città, la fortezza di Al Wajbah[2].

Doha, Fortezza Al Wajbah

Nel 1916 divenne capitale del protettorato del Qatar e nel 1971, con l’indipendenza del paese dal Regno Unito, divenne la capitale dello Stato.

L’architettura storica di Doha è ormai limitatissima e, comunque, incredibilmente giovane. Gli edifici storici più “antichi” sono infatti il Forte di Al Koot, realizzato nel 1880 dagli Ottomani, ma completamente ricostruito nel 1927, il Palazzo dello sceicco Abdullah bin Jassim Al Thani, dello stesso periodo e la Al Khulaifi Heritage House, del 1940, oltre ai quattro edifici realizzati tra il 1900 e il 1910, riuniti nel progetto Msheireb Museum.

Due immagini del Souk Waqif di Doha, realizzato tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo

Al di là di questi edifici storici, all’interno dell’intero perimetro urbano, gli unici spazi degni di nota risultano essere i souks, anch’essi risalenti ai primi decenni del XX secolo.

Purtroppo, come tanti altri Paesi della Penisola Arabica e dell’estremo oriente, Doha ha subito uno stravolgimento urbanistico architettonico che sta cancellando le radici culturali locali, in nome di un modello futuristico – che potremmo definire “Dubaificazione” – emulatore dell’International Style di matrice nordamericana.

Due immagini del Souk Waqif di Doha, realizzato tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo
Interessante articolo, pubblicato sul Corriere della Sera del 13 gennaio 2012, che mostrava la diretta connessione tra la frenesia da grattacielo e i crack finanziari

Eppure questo assurdo modello speculativo non è più trainante nei Paesi che lo hanno teorizzato, e questo accade a causa dei reiterati casi di collasso economico che ha generato, come quello innescato dalla Sathorn Unique Tower di Bangkok nel 1997.

L’assurda sfida futuristica del mondo arabo ed orientale al mondo occidentale per la “conquista del cielo”, altro non fa che produrre delle città fantasma, causando enormi danni ambientali ed economici … cosa che però non tocca i furbi progettisti e costruttori, la maggior parte dei quali proviene proprio da quei Paesi che si intendeva sfidare.

Doha, come tutti i luoghi della terra dove la bolla edilizia sta producendo questa folle “frenesia da grattacielo”, è vittima di spregiudicati speculatori e progettisti i quali, usando la facile strada del greenwashing, presentano certe follie come sostenibili.

La descrizione del recente sviluppo dell’area di Lusail, mostrata in apertura, spiega infatti: “Lusail non è solo una nuova città sulla mappa del Qatar. È un simbolo di ambizione, innovazione e ricerca di uno sviluppo sostenibile. Situata a pochi chilometri da Doha, questa straordinaria località presenta una concentrazione di tecnologie all’avanguardia, complessi residenziali e distretti commerciali che la rendono un luogo attraente per vivere e investire[3]”.

L’esatto opposto di ciò che ho potuto documentare in occasione dei miei viaggi degli ultimi mesi a Doha … tant’è che mi è stato chiesto di sviluppare ben quattro progetti preliminari per la rigenerazione di altrettante aree, fortemente degradate, della città, producendo dei progetti di urbanistica, architettura e tecniche costruttive tradizionali, nell’ottica di abbandonare gradualmente il modello futuristico finora seguito in Qatar.

Lo stravolgimento urbanistico-edilizio qatariota non si limita a Lusail. Tutta l’insostenibile edilizia realizzata in occasione dei Mondiali di Calcio del 2022 si presenta come un qualcosa di totalmente avulso dal contesto.

Eppure, a voler credere all’equazione “archistar = successo”, considerata l’immane numero di archistars coinvolte nei progetti degli ultimi due decenni, Doha dovrebbe risultare un luogo magico, bello e sostenibile…

Milioni di tonnellate di cemento, acciaio, alluminio e vetro sono state riversate su Doha, producendo una serie di costosissimi, ipertrofici, edifici dislocati in angoscianti luoghi suburbani, talvolta circondati da distese verdi tenute in vita da costosissimi impianti di fertirrigazione che, piuttosto che migliorare l’ambiente, lo avvelenano! … Aver visto dei giardinieri innaffiare con le maschere antigas mi ha davvero impressionato!

I 12 kmq della Education City[4], pianificata da Arata Isozaki e realizzata da alcune delle più acclamate archistars internazionali, mostrano una serie di edifici assolutamente decontestualizzati, abnormi e autoreferenziali che, però, come nel caso del LAS (Liberal Arts and Science College) e del Weill Cornell Medical College di Arata Isozaki, mostrano la gratuita e patetica presenza, sugli immensi lastrici di copertura, di finti badghir (torri del vento) che avrebbero potuto essere reali torri del vento per il raffrescamento degli edifici.

I finti badghir sulle coperture del LAS (Liberal Arts and Science College) e del Weill Cornell Medical College di Arata Isozaki

Tuttavia, fortunatamente, qualcuno nel Golfo Persico, stufo di questa serie di insostenibili mostruosità futuristiche, ha deciso di provare a cambiare il modo di immaginare presente e il futuro del proprio Paese, invitando diversi progettisti internazionali con una visione più attenta all’identità dei luoghi e agli aspetti tradizionali della vita.

Doha conta solo il 10% di popolazione qatariota e, a detta dei responsabili della Qatar Foundation, una gran parte di responsabilità del disinteresse del popolo locale per la capitale va ricercata nella sua più recente urbanistica e architettura, non rispondente agli usi e costumi locali. “Per poter riportare nella capitale la popolazione autoctona”, è stato affermato, “occorre rigenerare la città ponendo attenzione a tutti quegli aspetti tradizionali, dell’urbanistica e dell’architettura, finora ignorati”.

Quale urbanistica per la rigenerazione di Doha?

Come dico ripetutamente ai miei studenti, quando si affronta un progetto, ovunque esso sia, occorre farlo in maniera rispettosa delle tradizioni, dei costumi, del clima e del carattere dei luoghi … in pratica non basta un approccio olistico, ma occorre un approccio empatico, sforzandosi di comprendere e condividere i sentimenti e le emozioni dei futuri fruitori di quel luogo. Non basta dunque una semplice comprensione intellettuale, occorre anche un coinvolgimento emotivo tale da sentire ciò che i fruitori potranno provare, cosa per la quale la partecipazione degli indigeni è fondamentale.

Chi ha progettato finora a Doha, che si tratti di architettura e urbanistica “modernista” o “tradizionale”, lo ha fatto ignorando del tutto alcuni aspetti fondamentali del modo di vivere, non solo qatariota ma dell’intero mondo arabo. Del resto basta visitare la Doha, sia nella parte futuristica che in quella storica e “neo-razionalista” per verificare con mano dove e perché la città risulti viva o meno.

Non sarebbe una novità se affermassi che molti occidentali ritengano di possedere uno stile di vita e delle abitudini migliori del resto del mondo; né risulterebbe errato riconoscere che tanti progettisti, piuttosto che ascoltare i propri clienti, tendano ad imporre a priori le proprie idee, incuranti del fatto che le nostre abitudini possano essere molto diverse da quelle di altre civiltà o luoghi del pianeta … altrettanto dicasi per il tipo di architettura e spazi pubblici.

Strade deserte, nonostante la presenza di attività commerciali, del futuristico distretto della Corniche
Strade deserte, nonostante la presenza di attività commerciali, del recentissimo distretto “neo-razionalista” del Barahat Musheireb
Strade deserte, nonostante la presenza di attività commerciali, del “neo-tradizionale” distretto di Myna … più “greco” che “qatariota
Strade deserte, nonostante la presenza di attività commerciali, del “neoclassicoKatara Cultural Village

Questo è stato sostanzialmente il succo del piacevole primo incontro con i miei clienti i quali, tra i desiderata, evidenziarono molto chiaramente come “i qatarioti rifiutino categoricamente l’idea di avere negozi lungo le strade destinate anche al traffico veicolare” … infatti, se si vuol vedere gente in giro per le strade di Doha occorre andare nei labirintici, freschi, ombreggiati ed esclusivamente pedonali souk o suq, lungo i quali si susseguono spazi, coperti e scoperti, fiancheggiati da negozi di ogni genere e attività artigianali.

A qualsiasi ora del giorno, anche nelle ore più calde, le strade del Souk Waqif pullulano di gente
A qualsiasi ora del giorno, anche nelle ore più calde, le strade del Souk Waqif pullulano di gente

Il fascino dell’urbanistica e dell’architettura vernacolare dei souk è unico e, indipendentemente dalla necessità di fare acquisti, qui la gente ama passeggiare e socializzare … esattamente come nelle piazze dei centri storici italiani.

Una delle principali critiche, indirizzate ai progetti finora sviluppati per Doha, è stato proprio il tipo di approccio urbanistico – incluso quello tradizionale – poiché quest’ultimo è risultato sempre ispirato ad altri modelli i quali, sebbene validi altrove, non risultano pertinenti al modo di concepire la vita, pubblica e privata di questo Paese.

L’urbanistica araba infatti, così come quella bizantina, è stata originata da quella antica romana, cosa ben diversa da quella italiana del periodo comunale prima e rinascimentale poi. La città romana possiede una sola piazza, il Foro, e non il tipico network di piazze e piazzette, tipiche delle meravigliose città due-trecentesche e rinascimentali prese a modello da tanti “new-urbanists”.

Se si vuol capire l’urbanistica araba occorre studiare i tessuti più antichi delle città romane e bizantine ancora leggibili nel Bacino Mediterraneo, come quelli di Pompei (immutato dal 79 d.C.) e, soprattutto, Ostia Antica abbandonata solo in età tardoantica.

Pompei – L’unica piazza della città romana è il Foro
Ostia – L’unica piazza della città romana è il Foro
Ostia, Insule degli Aurighi e di Serapide: in rosso è evidenziata la circolazione veicolare esterna, in azzurro quella pedonale interna, un sistema del tutto simile a quello di un souk arabo.

Lo studio di Ostia Antica infatti, abbandonata a partire dal V – VI secolo e definitivamente nel IX, ci consente di conoscere bene quella che risultava essere l’organizzazione degli spazi interni alle insule della tarda antichità, ovvero agli albori della nascita delle città bizantine e arabe. In particolare, lo studio delle Insule di Serapide e degli Aurighi ci mostra un sistema di circolazione, molto simile a quello del Souk Waqif di Doha, con percorsi interni totalmente pedonali, lungo i quali si susseguono ambienti e attività di ogni genere, terme incluse.

Ostia, Insule di Serapide e degli Aurighi
Doha, stralcio planimetrico del Souk Waqif

Questo studio della forma urbana locale, raffrontato all’urbanistica delle città antiche è dunque stato considerato il primo passo per poter rispondere al primo degli obiettivi richiesti: differenziare i percorsi veicolari e pedonali.

Tuttavia, in una città e in una regione dove la presenza delle auto risulta dominante – si pensi che quasi tutte le case della classe medio-alta possiede più automobili e perfino un alloggio separato per l’autista o per gli autisti – occorreva studiare un sistema che consentisse, a tutte le case progettate, di essere servite sia dai percorsi pedonali che veicolari, facendo in modo che i percorsi automobilistici non disturbassero quelli pedonali.

Occorre altresì considerare che in Qatar, lo vedremo nel capitolo successivo, le case tradizionali, per ovvi motivi climatici e connessi all’organizzazione della vita, non eccedono mai i due livelli (piano terra + primo piano) e si sviluppano su di una superficie molto vasta, ragion per cui lo Stato offre, alle coppie che decidono di metter su famiglia, lotti di terreno che vanno dai 600 ai 1200 – 1400 mq.

Come coniugare dunque le esigenze dei pedoni con quelle delle auto e, soprattutto, come fare in modo che tutte le case possano essere servite da tutti e due i sistemi?

In Italia abbiamo un modello, straordinario, che risponde perfettamente a queste esigenze,  una città, Venezia, che potremmo definire tardo-romana o bizantina. Venezia è, a giusta ragione, ritenuta da molti la più bella e affascinante città del mondo, un luogo perfetto dove i due sistemi di circolazione sono risolti in modo perfetto, peraltro con elementi urbanistico-architettonici (ponti, approdi e scale) che trasformano il problema in meravigliose soluzioni artistiche.

Come ricordano Antonio Salvadori e Guido Perocco[1], «Venezia è l’unica città con due viabilità separate e autonome: via terra, attraverso calli, campi e fondamente (A); via acqua, attraverso canali (B), Entrambe le viabilità penetrano capillarmente, come sistemi venosi e arteriosi, in ogni area del tessuto urbano. Le due viabilità risultano perfettamente sovrapposte. I ponti sono il luogo tipico di sovrapposizione dei due sistemi stradali (C)».

(C) Le due viabilità risultano perfettamente sovrapposte
Tutte le case degli isolati veneziani sono servite da un lato dalle vie d’acqua, dall’altro dalle vie di terra. Fonte: Guido Perocco e Antonio Salvadori, “La Civiltà di Venezia” (3 volumi), Editore La Stamperia di Venezia, 1977
In questa meravigliosa sezione prospettica di un palazzo veneziano, disegnata da Eugène-Emmanuel Viollet-le-Duc, è possibile ammirare il sistema di doppio accesso, via acqua e via terra agli edifici veneziani

Se dunque consideriamo la peculiarità dei soukspazi sinuosi dove percorsi coperti e scoperti, fiancheggiati da attività commerciali, si susseguono senza soluzione di continuità – e immaginassimo una sorta di Venezia al contrario, con i percorsi pedonali che sottopassano quelli veicolari e definiscono degli isolati, le cui case possano risultare servite da un lato dai percorsi carrabili e dall’altro da quelli, più bassi, pedonali, il problema potrebbe ritenersi ampiamente risolto.

Questa è stata la soluzione da me proposta per i quattro distretti che mi erano stati affidati, soluzione che ha trovato il totale favore di consensi da parte dei committenti.

I distretti (Fareej Al-Khulaifat, Fareej Al-Hitmi, Fareej Old Al-Ghanim e Fareej Asultah), per i quali mi è stato richiesto di ipotizzare una rigenerazione urbana che considerasse un’urbanistica, un’architettura e delle tecniche e materiali costruttivi tradizionali, oggi risultano parzialmente edificati – con edifici in parte vuoti e degradati – e dotati di una viabilità carrabile ben definita.

Avendo a mente il virtuoso modello veneziano e considerando l’incidenza dei costi per la realizzazione delle viabilità, ho dunque preferito considerare le strade carrabili esistenti come i canali veneziani che definiscono i lotti urbani, organizzando di conseguenza i percorsi pedonali.

Doha, i distretti Fareej Al-Khulaifat, Fareej Al-Hitmi, Fareej Old Al-Ghanim eFareej Asultah nello stato attuale
Doha, i distretti Fareej Al-Khulaifat, Fareej Al-Hitmi, Fareej Old Al-Ghanim eFareej Asultah nel progetto di rigenerazione
Rigenerazione Urbana di Doha: I “souks” – Circolazione esclusivamente pedonale
Rigenerazione Urbana di Doha: I “souks” – Circolazione veicolare
Rigenerazione Urbana di Doha: – Circolazione pedonale (in rosso) e veicolare (in giallo)

Nel progetto di rigenerazione le strade carrabili restano quindi dove sono, mentre i percorsi pedonali – concepiti come un tradizionale souk – si sviluppano circa quattro metri sotto il livello stradale, sebbene sempre collegati tramite scale esterne e/o ascensori interni, in corrispondenza dei sottopassi stradali.

Fareej Al-Khulaifat – pianta livello stradale
Fareej Al-Khulaifat – pianta livello souk
Fareej Al-Hitmi – pianta livello stradale
Fareej Al-Hitmi – pianta livello souk
Fareej Asultah – pianta livello stradale
Fareej Asultah – pianta livello souk
Fareej Old Al-Ghanim – pianta livello stradale
Fareej Old Al-Ghanim – pianta livello souk
Fareej Al-Khulaifat, progetto preliminare – sezione prospettica del souk in corrispondenza di un sottopassaggio
Fareej Al-Khulaifat, progetto preliminare – sezione prospettica del souk in corrispondenza di un sottopassaggio
Fareej Al-Khulaifat, progetto preliminare – vista aerea del 1° souk orientale

Sostanzialmente, a livello urbanistico, queste sono state le soluzioni principali proposte per poter rispondere alle necessità, inderogabili, cui era stato chiesto di porre la massima attenzione.

Quale architettura per la rigenerazione di Doha?

Le stesse critiche mosse nei confronti del tipo di urbanistica proposto a Doha negli ultimi anni sono quelle che ho registrato relativamente al tipo di architettura, inclusa quella “tradizionale” … spesso kitsch. È infatti stato evidenziato come gli edifici realizzati appaiano irrispettosi della tipologia tradizionale e non rispondenti al modo di vivere la casa del mondo arabo.

La casa araba, infatti, diversamente da quella occidentale, risulta essere totalmente organizzata verso l’interno, intorno ad un patio/giardino, piuttosto che come una villetta – o padiglione – distaccata da quelle accanto.

Le città e i paesi arabi hanno storicamente abbracciato lo sviluppo multifunzionale e il mix sociale, dove ogni membro della comunità aspira ad assomigliare maggiormente ai membri del livello socio-economico superiore … una lezione antropologica e sociale ben nota dopo l’unità d’Italia, specie ai primi del Novecento, quando a Roma, grazie al Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio ed all’opera del proto-sociologo Domenico Orano, avvenne la rigenerazione di quel quartiere Testaccio, ponendo fine alle violenze e al disagio sociale che lo caratterizzava in precedenza[1].

Tornando dunque alla tipologia edilizia da adottare per riportare a Doha i qatarioti, occorre riferirsi alla “casa con cortile”:

«Le case con cortile interno sono molto diffuse in tutti i quartieri esaminati nella regione del Golfo prima dell’era del petrolio. A livello di quartiere, l’uso di case con cortile interno ha migliorato l’elemento sostenibile della compattezza, intensificando l’uso del suolo e fornendo unità funzionali di spazio aperto e costruito anche all’interno di lotti molto piccoli.

Al fine di valutare l’efficacia dell’utilizzo dello spazio in diversi tipi di unità abitative, è stata confrontata la disposizione tradizionale di una casa con cortile con quella di una tipica casa a padiglione odierna. Per lo studio è stato utilizzato un gruppo di case del quartiere Al-Bin Khatir di Muharraq, ritenuto uno dei quartieri più rappresentativi della regione.

È stata creata una proiezione di un complesso simile utilizzando case a padiglione, mantenendo le stesse dimensioni e lo stesso rapporto tra superficie edificata e non edificata di Al-Bin Khatir.

Raffronto funzionale tra la casa con cortile interno e la casa a padiglione. Le case con cortile interno consentivano un uso efficiente dello spazio aperto non edificato e garantivano la privacy. Ciò è evidente se si confronta la pianta di una casa con cortile interno con quella di una delle comuni case a padiglione odierne

I risultati indicano che la casa a cortile presenterebbe uno spazio aperto funzionale di 8,2 m per 8,2 m, per un’area totale di 67,24 m2. Lo spazio aperto associato a una casa a padiglione avrebbe la stessa superficie totale, ma limitato a in strisce larghe 1,2 m intorno al confine della proprietà con funzionalità ridotta. Inoltre, la configurazione della casa con cortile offre vantaggi significativi in termini di privacy visiva e acustica»[2].

Quanto ho avuto modo di dire a proposito delle origini dell’urbanistica araba, vale anche per l’architettura, o meglio per la tipologia della casa tipo: proprio come il cortile centrale delle case arabe, la Domus Romana favorisce la ventilazione naturale, le zone ombreggiate e uno spazio privato e sicuro per le attività familiari.

Pompei, Casa del Fauno – Casa a corte Mohammed Saeed Nasrallah nel Fereej Al Najada di Doha (Qatar)

La casa araba, chiaramente derivata dalla domus romana, mostra infatti una disposizione molto simile a quella, in particolare l’allineamento Dihlīz (ingresso)  – Corte InternaMajlis (Sala di ricevimento) della casa araba, ribatte lo schema Fauces – Atrium – Tablinum/Oecus della Domus.

Senso del luogo tradizionale arabo: spazio rivolto verso l’interno – Senso del luogo tradizionale occidentale: spazio rivolto verso l’esterno. Senso del luogo della casa tradizionale araba e occidentale (© Pahl-Weber e altri 2013 67)

La casa araba, come quella romana, è totalmente rivolta verso l’interno e può presentare su strada facciate totalmente cieche. Questa peculiarità, dovuta a ragioni climatiche e di privacy, ha generato nelle città arabe quel tessuto urbanistico organizzato “per strigas[3] – ovvero quello tipico delle città greche e romane, in particolare delle colonie – oggi definito a scacchiera o a griglia.

Ksar, situata nella valle del fiume Ziz, Marocco. Struttura edilizia regolare e strade quasi interamente ricoperte da sabat.
Schema delle aggregazioni delle case a cortile
A) Tessuti a serie aperta: i tessuti lineari unidirezionali sono in grado di svilupparsi indefinitamente. Tipici delle zone rurali, sono aggregati che sono rimasti nello stato più sottosviluppato. Ogni fila di lotti è servita da un sentiero.
B) Tessuti a doppio strato: consistono in un sentiero tra due file di appezzamenti contigui, in modo che i cortili siano accessibili sia dal lato non edificato – quindi con ingresso centrale – sia dall’edificio con un ingresso laterale che conduce al cortile attraverso un passaggio coperto.
C) Variante comune del primo modello: una soluzione peculiare in quelle aree periferiche o condizioni topografiche che non possono essere servite da un percorso parallelo successivo. Questa soluzione porta alla formazione di un vicolo cieco. Nonostante la disposizione ortogonale dei percorsi, i cortili mantengono l’orientamento di quelli precedenti.
D) Presenza simultanea dei casi precedenti

 Nel caso di Doha, come si è detto, per le case monofamiliari a corte, era richiesta anche la realizzazione di un alloggio per l’autista e di un garage oltre che, nell’ottica di creare dei percorsi differenziati, degli spazi per attività commerciali e/o artigianali.

Pompei, Casa di Menandro: Parete a graticcio degli alloggi del piano superiore destinati alla servitù
Ostia, Insula del Thermopolium, tipico schema della Taberna (negozio) sormontata dal Cenaculum (alloggio)

Il modello della Domus Romana risulta anche in questo caso risolutivo, laddove all’esterno della domus, molto spesso, si ritrovano le Tabernae sormontate dai Cenacula.

Il cenaculum infatti, nella domus romana, non era una stanza specifica, ma piuttosto uno spazio abitativo, spesso situato nella parte superiore della casa, che poteva essere utilizzato come appartamento indipendente, stanza per gli schiavi o per gli ospiti, o addirittura dato in affitto, questa tipologia abitativa, ovviamente resa meno umile e adatta alle esigenze odierne, può essere il modello per risolvere l’esigenza dell’alloggio separato per l’autista e per ravvivare le facciate delle case lungo le strade veicolari che, diversamente, potrebbero presentare facciate cieche limitate al solo piano terra.

Dovendo sviluppare un modello tipologico residenziale che unisse tutte queste esigenze e che, al contempo, risolvesse il problema legato al clima, estremamente caldo, del Paese è stato deciso di inserire uno degli elementi più geniali ed affascinanti del mondo Persiano, elemento architettonico che caratterizza non solo l’Iran ma tutto il mondo arabo: il badghir.

Le torri del vento  o Badgir (badghir è la pronuncia in Farsi), sono degli elementi architettonici che fanno parte dell’architettura tradizionale iraniana. Queste strutture, sfruttando le correnti d’aria per rifrescare le torride giornate delle zone desertiche, rappresentano una straordinaria soluzione architettonica per la climatizzazione naturale degli ambienti.

I badghir, sfruttano l’energia del vento o del sole e il naturale flusso d’aria, causato dalla differenza di pressione tra la zona della torre dove soffia il vento e la zona sottovento. In assenza di vento, la corrente è determinata dall’aria calda a ridosso della parete sud della torre che, scaldata dal sole, tende a salire.

In pratica, il loro funzionamento consiste nell’asportare l’aria calda verso l’esterno, ed importare l’aria fresca dall’esterno all’interno, ottenendo così una ventilazione naturale nell’edificio.

Badghir di Yazd (Iran) – da notare la lavorazione dei mattoni sovrapposti e posati ad angolo che coronano la base e la copertura delle aperture di captazione del vento. La torre, dotata di quattro aperture alte come canne d’organo, si staglia contro il cielo con eleganza e leggerezza. L’intreccio di rami che solidifica, rendendola al contempo elastica e quindi più resistente ai terremoti, fonde l’elemento costruito con quello naturale.
Schematizzazione di un semplice sistema di captazionedel vento per il raffrescamento e l’umidificazione dell’aria in un ambiente interno. Il flusso di aria calda ed esausta, indicata con frecce di colore rosso, tende a risalire e viene espulsa da apposite aperture poste nel punto più alto della copertura
Sezione di una casa tipo, dotata di badghir. Nel disegno è evidente la differenza di quota tra il livello stradale e quello dell’abitazione, notevolmente più basso. La funzione del badghir è quella di captare il vento più fresco proveniente da nord e convogliarlo all’interno della zona dell’edificio che gravita intorno all’iwan, che è, per l’appunto, quella vissuta maggiormente nel periodo estivo. La vegetazione e la vasca d’acqua umidificano il clima secco. Il badghir rappresenta uno dei più tradizionali elementi architettonici dello skyline delle città desertiche persiane. Attraverso l’uso del meccanismo del “risucchio dell’aria”, fa entrare l’aria fresca dentro la casa, espellendo l’aria esausta. In alcuni casi, nei punti strategici del passaggio dell’aria, era posta una vasca di misure variabili, per rendere meno secca l’aria e umidificarla. Le abitazioni venivano costruite da una quota inferiore rispetto a quella stradale, oltre che per una motivazione climatica, anche perché dallo scavo si prelevava e utilizzava il materiale per la fabbricazione dell’intero edificio – © “L’Altopiano Iranico – Fonte di Civiltà e di Ispirazione” di Stefano Russo, Gangemi Edizioni, Roma 2009

Questa straordinaria soluzione, sebbene presente in un solo edificio di Doha, è comunque ampiamente documentata – da eccellenti modelli sezionati lignei esposti nel Museo Nazionale del Qatar – che testimoniano come, un tempo, queste strutture fossero tipiche di questa Regione.

Doha, Museo Nazionale del Qatar: Modelli lignei di edifici tradizionali con badghir, majlis e iwan

Nel progetto di rigenerazione urbana che ho sviluppato, l’uso del badghir non è limitato al raffrescamento delle abitazioni, ma anche a quello dei negozi e delle strade dei souk poste a livello inferiore. Alla base delle torri è presente un sottile canale d’acqua, atto a rinfrescare ulteriormente e umidificare l’aria prima di uscire da finestre a bocca di lupo situate nella parte bassa delle pareti del souk.

Sezione della casa-tipo proposta nel progetto di rigenerazione. I badghir ventilano gli ambienti della casa, i negozi e i persorsi seminterrati del souk, la casa si avvale anche della presenza del giardino interno, la cui fontana centrale e le siepi aiutano a raffrescare ulteriormente lo spazio. A sinistra, in colore arancione, è rappresentato l’alloggio dell’autista.

Nell’ottica di dover realizzare un’edilizia tradizionale e sostenibile, il progetto ha considerato altresì l’uso forme e volumi, tipici delle stesse regioni calde ove si utilizzano i badghir, che consentono una accelerazione, ergo un corretto ricircolo dell’aria, semplicemente sfruttando i principi della fisica.

È infatti comprovato che gli ambienti voltati con volte estradossate, grazie alla loro forma e alle conseguenti zone d’ombra, creano delle depressioni che facilitano l’espulsione dell’aria calda dagli ambienti, cosa che le coperture piane impediscono.

 1) Movimento dell’aria all’interno di un ambiente attraverso un’apertura posta sulla sommità della cupola di un edificio
2) Incidenza del vento all’interno di una cupola dotata di estrattore sulla sommità. L’umidificazione e il raffrescamento dell’aria avviene tramite l’introduzione di una vasca d’acqua: l’aria calda, lambendo la superficie dell’acqua, cede il calore facendone evaporare un certo quantitativo e innescando così un processo di raffrescamento – © “L’Altopiano Iranico – Fonte di Civiltà e di Ispirazione” di Stefano Russo, Gangemi Edizioni, Roma 2009
3) Il vento, scavalcando l’ostatolo, modifica il suo andamento. Nel massimo restringimenton che si viene a creare in coincidenza del vertice della cupola, aumenta la sua velocità. Ciò incrementa il raffrescamento dell’aria e innesca una depressione che, in presenza di finestre, agevola l’espulsione di aria calda dall’interno dell’ambiente
4) L’aria esterna è risucchiata nello spazio interno dalla depressione creata dalla fuoriuscita dell’aria calda accumulatasi sotto la volta.
© “L’Altopiano Iranico – Fonte di Civiltà e di Ispirazione” di Stefano Russo, Gangemi Edizioni, Roma 2009
Confronto tra l’incidenza dei raggi solari durante il giorno e la dispersione del calore durante la notte su una copertura piana e su di una cupola – © “L’Altopiano Iranico – Fonte di Civiltà e di Ispirazione” di Stefano Russo, Gangemi Edizioni, Roma 2009
Irraggiamento con incidenza diagonale di una cupola e moti dell’aria nello spazio sottostante causati dalla diversa temperature della parte in ombra e di quella al sole –  © “L’Altopiano Iranico – Fonte di Civiltà e di Ispirazione” di Stefano Russo, Gangemi Edizioni, Roma 2009
Irraggiamento con incidenza diagonale di una cupola e moti dell’aria nello spazio sottostante causati dalla diversa temperature della parte in ombra e di quella al sole  –  © “L’Altopiano Iranico – Fonte di Civiltà e di Ispirazione” di Stefano Russo, Gangemi Edizioni, Roma 2009

L’architettura che scaturisce dall’uso di questi elementi fa sì che l’edificato proposto per questi quartieri risulti estremamente articolato, verticalmente da volte, cupolette, cupole e badghir, oltre che dalla vegetazione emergente dalle corti, orizzontalmente le facciate, specie lungo i souk, risultano caratterizzate da portici al piano terra e verande, con le tipiche schermature traforate in pietra e/o graticci in legno.

Ovviamente, nell’ottica del mix sociale e funzionale, tipico della città araba, accanto alle grandi case monofamiliari, sono stati proposti anche edifici condominiali – costituiti da case in linea con corte interna e/o palazzine, a seconda dei lotti disponibili, la cui collocazione è stata decisa in funzione delle specifiche condizioni di viabilità preesistente e dimensione delle aree disponibili, in modo che tutte le case, condomini inclusi, risultassero serviti sia dalla viabilità pedonale che carrabile, questo mix tipologico è risultato utile a variare il tessuto urbano.

Infine, dovendo rispondere alla necessità di parcheggio, pubblico e soprattutto privato, sono stati proposti diversi sistemi di parcheggio interrato, prevalentemente meccanizzato che, riducendo al minimo lo spazio necessario, a parità di superficie di parcamento, consentono un risparmio di spazio notevole e, nel caso dei parcheggi pubblici, la possibilità di realizzare piacevoli elementi architettonici (padiglioni, chioschi, fontane, ecc.) a mascheramento degli elevatori.

Esempi di parcheggi interrati meccanizzati con chioschi e fontane posti a mascheramento degli elevatori e coperture a giardino
Esempio di parcheggio meccanizzato interrato di una “palazzina”: La pianta del Piano Terra e la sezione propsettica mostrano come, al piano terreno, la superficie sacrificata per il parcheggio risulti minima, consentendo di utilizzare tutta quella restante per attività commerciali, utili a ravvivare l’ambiente e a ricavare profitti. La Pianta del Piano Tipo mostra come possano organizzarsi 4 comodi appartamenti per piano, il tutto utilizzando delle tecniche e materiali da costruzione tradizionali.

Il progetto pilota per il Fareej Al-Khulaifat

Terminata e presentata la proposta preliminare per i quattro distretti ,riassunta nei paragrafi precedenti, è stato deciso di sviluppare un progetto pilota per l’area del Fareej Al-Khulaifat dove, però, occorreva modificare totalmente lo schema iniziale, a causa della presenza di un altro progetto, sviluppato da un importante Istituto Bancario, per la ricostruzione del Doha Club, realizzato negli anni ’70 del secolo scorso, il cui scheletro in cemento, abbandonato dagli anni ’90, sorge ancora lungo il fronte nordest dell’area, di fronte alla storica Al Khulaifi Heritage House.

Il progetto proposto per il Club si estende su quasi tutta l’area e presenta un carattere architettonico che, riprendendo fedelmente quello della struttura originaria degli anni ’70, risulta in totale contrasto con l’idea di sviluppare un quartiere caratterizzato da edifici tradizionali a completamento dell’area ove sorge la Al Khulaifi Heritage House e una piccola Moschea.

L’attuale progetto per la ricostruzione del Doha Club occuperebbe più della metà dell’area e privatizzerebbe totalmente il fronte mare, dove è stata proposta la realizzazione di 6 case per ospiti con altrettante 6 spiaggette private

Quella proposta prevede inoltre la totale privatizzazione del fronte mare, con una spiaggia destinata al Club e 6 spiaggette private ad uso di altrettante villette per ospiti del  Club. All’interno dell’area, oltre alla piscina, sono stati previsti 2 campi da tennis e 3 da padel, inoltre è stata prevista la realizzazione di una struttura alberghiera e una serie di edifici, a servizio della struttura, ospitanti gli impianti tecnologici e altre funzioni; infine, una enorme superficie verrebbe destinata a parcheggi, rafforzando il carattere suburbano dell’area che, diversamente, data la posizione, protetta dal parco esistente, lungo il fronte mare avrebbe delle enormi potenzialità residenziali e turistiche.

Nel rispetto delle intenzioni dell’Istituto Bancario e delle esigenze della città, è quindi stato deciso di provare a fondere i due progetti, facendo sì che il carattere urbanistico architettonico risultasse rispettoso dei canoni tradizionali e che tutte le funzioni private risultassero compattate all’interno di una struttura, il cui carattere risultasse più “urbano”.

Inizialmente è stato presentato uno schizzo, basato sul rendering del progetto dell’Istituto Bancario, che mostrava l’edificio principale del Club rivisitato con un carattere più arabeggiante.

L’attuale progetto per la ricostruzione del Doha Club e rivisitazione dello stesso con un linguaggio più locale

Tuttavia la proprietà ha deciso di mantenere il linguaggio della struttura originale a memoria di quello che fu il Club nei suoi pochi anni di vita.

Il progetto che ho quindi sviluppato ha ipotizzato la realizzazione, intorno all’edificio principale e alle attività interne, di una serie di strutture che dessero un aspetto più urbano ed omogeneo con il contesto e che, soprattutto, lungo il fronte mare consentissero la creazione di attività commerciali e una piacevole passeggiata.

Schizzo del fronte mare in corrispondenza del Doha Club con una serie di portici e negozi e un grande Iwan in corrispondenza della piscina, dove il progetto prevedeva una zona ombreggiata e rinfrescata
Progetto di ridistribuzione delle strutture e attività del Doha Club con aggiunta, lungo il fronte mare, di strutture porticate con negozi, un ristorante e un ingresso monumentale dotato di grande Iwan per poter ombreggiare il fronte nord dello spiazzo della piscina

Il progetto dell’intera area è quindi stato sviluppato seguendo gli stessi criteri proposti per i progetti preliminari, ovvero considerando la viabilità carrabile attuale e realizzando un sistema di percorsi pedonali, concepiti come dei souk, che sottopassano le strade carrabili, restando collegati ad esse con sistemi verticali posti in corrispondenza delle strade.

Progetto definitivo per il Fareej Al-Khulaifat e il Doha Club – Pianta del livello stradale  e Pianta del livello pedonale: il Souk

Il progetto definitivo ha incluso la progettazione dei due moli del porto e del lungomare, caratterizzato da una loggia, da dei portici e delle attività commerciali, oltre che da un grande iwan che dà accesso Doha Club. Il fronte mare prevede anche la piantumazione di filari di palme Washingtoniane, necessarie ad ombreggiare maggiormente questo percorso, lungo il quale potrà svilupparsi la movida dei residenti e dei turisti in visita a Doha. A completamento di questo spazio è stato pensato di arricchire i due bracci del porto con tre fari. Il braccio orientale, sul quale sono proposte due delle tre strutture di segnalazione notturna del porto, risulta interamente porticato in modo da ombreggiare la passeggiata, il primo faro ospiterà al piano terra un grande ristorante con tavoli all’aperto e interni. I portici potranno altresì ospitare le bancarelle di un mercatino turistico.

Il braccio ovest presenterà un filare centrale di palme Washingtoniane che ombreggerà la passeggiata fino al faro, al cui piano terra è previsto un bar.

Schizzi per i fari e portici del molo orientale del porto. L’architettura del faro/ristorante include 3 badghir mentre i portici presentano una serie di cupolette, tipiche dell’architettura Normanna siciliana realizzata da maestranze fatimide, come la famiglia reale qatariota
Progetto definitivo per il Fareej Al-Khulaifat e il Doha Club – Pianta del livello pedonale: il Souk

Diversamente dal progetto preliminare, dovendo considerare la presenza del Doha Club, così come accaduto per la viabilità carrabile, anche i percorsi pedonali sono stati ridimensionati e ridotti a due soli souk paralleli che, partendo dal parco esistente, parzialmente modificato, si dirigono verso il lungomare.

Il parco attuale – attrezzato anche con un parco giochi per bambini – risulta essere circa 4 metri più alto dell’area dove sorgono attualmente una piccola moschea, la Al Khulaifi Heritage House, oltre che lo scheletro del Doha Club. Questa condizione orografica – utile a separare acusticamente l’area dalle trafficate e rumorose grandi arterie veicolari della Ras Abu Abboud Road e Al Cornice – è stata considerata molto utile per poter creare due piacevoli passeggiate che, partendo dal parco e scendendo al livello del souk, risalgono in modo molto gentile verso il lungomare.

Il primo souk infatti, posto più o meno a metà dell’area, inizia con una discesa semicircolare dove è stata inserita una grotta/ninfeo da dove, sottopassando la prima strada attraverso uno spazio ipogeo fiancheggiato da attività commerciali, si esce all’aperto nel souk, ombreggiato da Palme Washingtoniane, che procede in piano a quota – 4 metri rispetto alla strada; superata la piccola moschea – riprogettata – il souk sottopassa l’esistente Al Sharq Street.

1° tratto del percorso pedonale che, dal parco posto lungo laRas Abu Abboud Road, scende al livello del “souk” e si dirige verso il lungomare

In corrispondenza delle strade, poste a quota + 4 metri, sono presenti dei profferli mentre il souk è arricchito da fontante, negozi e attività di ogni genere. Il secondo tratto del souk procede in piano fino a sottopassare la terza strada, dalla quale si accede lateralmente al Doha Club e, da lì, inizia a risalire gentilmente fino alla quota del lungomare, costeggiando degli edifici condominiali e delle strutture commerciali poste lungo il margine occidentale del Doha Club.

2° tratto del percorso pedonale che risale gentilmente verso il lungomare

Come si è detto, i percorsi pedonali si estendono fino ai due moli coronati da fari al cui piano terra sono state proposte delle attività di ristorazione e bar.

3° tratto del percorso pedonale lungo il molo occidentale, fino al faro che ospita un bar al piano terra.

Il secondo, breve, percorso pedonale, parte dal parco posto lungo l’arteria di grande traffico “Al Cornice” e segue la logica del primo, terminando all’interno della grande corte dell’isolato condominiale a “C” che conclude, verso Ovest, il lungomare nel punto in cui inizia il molo occidentale descritto in precedenza. Questa corte, caratterizzata da giardini, portici  e attività commerciali, presenta sulla sinistra un edificio loggiato e, al centro dell’area, un padiglione che potrà ospitare attività di ristorazione. Lo studio della viabilità e parcheggi, nonché la necessità di realizzare un tessuto urbanistico e sociale misto, hanno portato a proporre, lungo il fronte mare, 7 edifici condominiali con 60 – 80 appartamenti, oltre le 23 case con peristilio e giardino.

Progetto definitivo per il Fareej Al-Khulaifat e il Doha Club – Res Publica (edifici pubblici e speciali)
Progetto definitivo per il Fareej Al-Khulaifat e il Doha Club – Res Economica (edifici residenziali ad uso misto)
Progetto definitivo per il Fareej Al-Khulaifat e il Doha Club – Circolazione Veicolare
Progetto definitivo per il Fareej Al-Khulaifat e il Doha Club – Circolazione Pedonale
Progetto definitivo per il Fareej Al-Khulaifat e il Doha Club – Circolazione Veicolare e Pedonale
Progetto definitivo per il Fareej Al-Khulaifat e il Doha Club – Schema dei Parcheggi interrati, Pubblici e Privati
Progetto definitivo per il Fareej Al-Khulaifat e il Doha Club – Attività Commerciali lungo i percordi pedonali
Progetto definitivo per il Fareej Al-Khulaifat e il Doha Club – Aree Verdi, Pubbliche e Private
Progetto definitivo per il Fareej Al-Khulaifat e il Doha Club – Sezione complessiva del percorso pedonale principale

Il progetto è stato concepito non solo ipotizzando un’urbanistica e un’architettura tradizionale, ma anche l’uso di tecniche e materiali da costruzioni tradizionali. Questa specifica condizione, non solo aiuterà a sviluppare e rafforzare il senso di appartenenza e l’identità del luogo, ma servirà anche a sviluppare l’economia locale e un settore, quello dell’edilizia artigianale, che rischia di scomparire.

È stato quindi pensato di sviluppare questo progetto come una sorta di cantiere scuola, atto a formare gli artigiani in grado di costruire con forme e materiali che, oltre che migliorare l’estetica e l’identità del luogo, come è stato spiegato in precedenza, aiutano a realizzare un ambiente costruito realmente sostenibile anzi, come preferisco definirlo, “ereditabile”.


[1] Ettore Maria Mazzola, “Rigenerazione Urbana – Urban Regeneration” – prefazione di Rob Krier. Vertigo Edizioni, Roma 2021. ISBN: 9788862068352

[2] Gulf Sustainable Urbanism” – Toward Sustainable Urbanism in the Gulf. The Past. Volume II Pag. 380 – Qatar Foundation, Mshreb Properties Doha

[3] Espressione latina che descrive un tipo di disposizione urbanistica caratterizzata da strade principali (plateiai) che si intersecano ad angolo retto con strade secondarie (stenopoi), creando isolati rettangolari. 


[1] Guido Perocco e Antonio Salvadori, “La Civiltà di Venezia” (3 volumi), Editore La Stamperia di Venezia, 1977


[1] Ministry of Foreign Affairs. Qatar https://www.qatarembassy.or.th/download/Complete_History_of_Qatar.pdf

[2] Cfr. https://www.regencyholidays.com/blog/al-wajbah-fort-qatar/  su Hop on to a mystical journey. Travel & Discover A New You!, 9 settembre 2021

[3] https://worldestate.homes/it/news/lusail-city-of-the-future-an-overview-of-qatars-emerging-region/

[4] https://www.giusybaffi.com/education-city-a-doha-quando-larchitettura-si-fonde-con-la-conoscenza/

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