Tom Wolfe non c’è più, ma la sua lezione sull’architettura resta

Copertina del libro “Maledetti Architetti”

A 11 anni, da scolaro di seconda media, in occasione di una ricerca di Storia dell’Arte che mi consentì di accedere agli scavi in corso nella Cattedrale di Barletta – all’epoca non ancora accessibili al pubblico – nacque il mio amore per l’archeologia, per l’arte e per l’architettura. Al termine dell’anno scolastico successivo, dovendo passare alla scuola superiore, presi la decisione della mia vita … una decisione che mi portò a discutere per un’intera estate con i miei genitori.

Loro avrebbero voluto che studiassi, come tutta la mia famiglia, al Liceo Classico di Barletta … ma io quell’anno, con la mia professoressa di Storia dell’Arte, avevo visitato una scuola della quale mi ero innamorato e che volevo a tutti i costi frequentare: l’Istituto Statale d’Arte per Disegnatori di Architettura e Arredamento “Sacro Cuore” di Cerignola!

I miei avevano più di una ragione per non gradire quella scelta: la cosa comportava infatti il doversi svegliare prestissimo e prendere il treno alle 6,45 ogni mattina, sabato incluso; la stazione di Cerignola poi, non era in città, ma a Cerignola Campagna, dove occorreva prendere un autobus per il centro; inoltre quella scuola, non avendo ancora una sede definitiva, svolgeva la sua attività nei locali commerciali di due palazzi posti, uno di fronte all’altro, lungo una trafficatissima e pericolosa strada che gli studenti dovevano attraversare per il cambio di aula dei vari laboratori … ma queste “difficoltà” non erano tutto: era il 1978, e quella scuola, in quegli anni molto particolari per la nostra nazione, possedeva una pessima reputazione politica e sociale … che poi ebbi modo di appurare non corrispondere affatto alla realtà!

I miei erano logicamente preoccupati dalla mia scelta, ma io rimasi fermo sulla mia posizione, minacciando di non proseguire i miei studi e, alla fine dell’estate la mia cocciutaggine ebbe la meglio!

Ma, se così fu, lo devo anche all’apertura mentale dei miei genitori ed al fatto che mio padre fosse un artista autodidatta[1], figlio a sua volta di un artista autodidatta …  Riflettendoci oggi, a pochi giorni dalla sua improvvisa scomparsa, credo proprio che l’aver seguito mio padre, sin da bambino, nelle sue mostre di pittura, sia stata l’origine del mio amore per l’arte e l’architettura …

Mio padre dipingeva i nostri paesaggi, gli scorci della mia città, Barletta, ma anche di altre cittadine o campagne italiane, dipingeva nature morte e soggetti reali … va da sé che io possa aver sviluppato una visione dell’arte e dell’architettura indirizzata alla tradizione e alla normalità, piuttosto che alle mode passeggere!

Con questo spirito, al termine degli studi di scuola superiore, dando un altro dolore ai miei genitori, decisi di trasferirmi a Roma per studiare alla facoltà di Architettura. Sognavo di progettare edifici e città che facevano parte del mio immaginario, edifici che si inserissero nei contesti completandoli e rispettandoli. Inoltre, venendo da una città abituata a “vivere per strada”, immaginavo di poter progettare luoghi che invogliassero alla vita di strada, luoghi socializzanti, luoghi “caratteristici” … e invece mi imbattei nel piattume dell’insegnamento ideologico, dove ciò che pensavo veniva considerato assurdo se non addirittura ridicolo!

Ricordo ancora quando una assistente (M. A.) del prof. Carlo Ayomonino, durante una revisione dell’agognato progetto mi diede del “romantico”. La ringraziai … ma lei, piccata, mi rispose: “guardi che non è affatto un complimento!”

Da studente di architettura sono cresciuto a “pane e Le Corbusier”, mi è stato insegnato che le ipertrofiche, desolanti e spersonalizzanti realizzazioni periferiche stile “unità d’abitazione” fossero cosa buona e giusta … del resto erano tutte progettate dai miei “professoroni” e dai loro “maestri”, come avrebbero mai potuto essere obiettivi? Ho perfino sentito dire che “noi, da architetti, eravamo tenuti a far capire ai nostri clienti che un arco o una volta non dovessero mai più farsi”, così come ho sentito dire, senza giustificazione alcuna, che le architetture tradizionali e “borghesi” fossero da bandire …

I miei “professoroni” hanno provato in tutti i modi a convincermi che Le Corbusier, Gropius, Mies fossero dei “grandi maestri” e che le forme dell’architettura e dell’urbanistica “funzionalista” fossero una grande conquista rispetto a tutto il passato, per cui noi studenti eravamo tenuti ad ispirarci (o meglio scopiazzare) quei “grandi maestri“, piuttosto che porci rispettosamente nei confronti dei luoghi e delle tradizioni.

Capirete quindi bene il perché, verso la fine del mio percorso studentesco, avendone sentito parlar male da un mio docente, mi affrettai ad acquistare un libretto da poco tradotto e pubblicato anche nel nostro Paese: “Maledetti Architetti” di Tom Wolfe!

Sin dalle prime pagine compresi che sarebbe stata una delle letture più interessanti e formative della mia carriera studentesca … le altre furono quelle che feci per un esame fuori sede che, forse perché troppo utile ed onesto intellettualmente, l’anno successivo venne tolto dai programmi di studio: Sociologia Urbana … quella disciplina che studia gli effetti collaterali degli architetti, mi rassicurò: non ero io ad essere in difetto, ma i miei professoroni – ideologicamente compromessi – ad essere dannosi per la società!

Ecco quindi che, con “Maledetti Architetti”, per la prima volta in vita mia, riuscivo a leggere qualcosa che si sposasse perfettamente con i miei dubbi sull’architettura “moderna e contemporanea” … pensiero che nessuno, nell’università, sembrava condividere.

Quante discussioni e quanta frustrazione avevo provato durante quegli anni di tentata “lobotomia“?

Quel libriccino, con un’ironia straordinaria, diceva finalmente le cose che avevo sempre pensato. Da “non architetto“, ergo da persona che non aveva subito alcun lavaggio del cervello sui banchi universitari, nonché da attento lettore critico della società, Tom Wolfe denunciava in maniera inappellabile tutti i limiti e le follie dell’operato degli architetti “moderni“, arrivando a ridicolizzarli del tutto!

Apprendere della morte di Tom Wolfe[2], pochi giorni dopo quella di mio padre, è stato per me un duro colpo, ma la sua brevissima lezione rimarrà ad imperitura memoria.

Per questo, rivolgendomi nuovamente a chi decida di studiare Architettura, voglio concludere questo mio ricordo del grande giornalista americano con ciò che ebbi modo di scrivere nell’introduzione al mio libro “Architettura e Urbanistica – Istruzioni per l’Uso[3]”:

Un consiglio a tutti i giovani che decidano di iscriversi alle facoltà di Architettura e di Ingegneria: prima di varcare la soglia degli atenei sarebbe utile una opportuna profilassi anti lobotomia modernista da eseguirsi nell’interesse dell’intera comunità, da tempo vittima dell’operato dei progettisti.

Il miglior modo resta lo studio approfondito della Sociologia Urbana – disciplina nata per studiare e curare gli effetti collaterali dell’operato degli architetti e degli urbanisti Otto-Novecenteschi – tuttavia, una prima buona e veloce “vaccinazione” può operarsi leggendo l’illuminante testo di Tom Wolfe “Maledetti Architetti”[4], libro che, da solo, serve a farci vergognare per quello che la gente pensa di noi, “grazie” a ciò che il Modernismo ha prodotto!

Che vi sembro arrabbiato???

Certo che sì! Dopo anni di tentativi pacati di discussione all’interno della Facoltà di Architettura, anni durante i quali ho svolto il ruolo del Mathma Gandhi senza riuscire ad ottenere alcuna possibilità di apertura al dialogo, ho deciso di dare alla stampa questo saggio.

Un vecchio adagio popolare dice: “non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare”. Allora, davanti all’arroganza dei fondamentalisti del movimento modernista (e di tutte le più recenti assurde e contorte derivazioni) penso che non sia più possibile pensare di mantenere un tono sommesso, penso che serva alzare la voce, almeno quanto loro, nella speranza che finalmente qualcuno ascolti.

Il super-ego e la conseguente mancanza totale di rispetto per chiunque altro, dimostrata dalla quasi totalità degli architetti del XX secolo, la loro pretesa di essere infallibili, ma soprattutto il non essersi resi conto di aver accettato di sottomettersi passivamente alle più abominevoli idee speculative mascherate dal concetto distorto di “modernità” (Modernismo) provenienti da pseudo-culture a noi estranee, hanno generato l’appiattimento del mondo, hanno creato il disagio sociale delle periferie, hanno prodotto il congestionamento dei centri storici, insomma hanno condotto l’Architettura e le nostre città in un vicolo cieco.

Mi si consenta dunque, per amore dell’Architettura, di alzare il tono del dibattito ed esprimere esattamente ciò che penso … cose che anche altri architetti sono certo condividono ma che non hanno ancora trovato il coraggio di esprimere.

Copertina del libro “Architettura e Urbanistica – Istruzioni per l’Uso”. il mio disegno nella vignetta rappresenta Gropius, Mies e Le Corbusier, con degli scolapasta come cappello (simbolo della loro follia) che muovono i fili degli studenti e docenti delle facoltà di architettura. I fasci posti sul portale rappresentano invece la dittatura dell’insegnamento ideologico

 

[1] http://www.comanducci.it/dett_art.asp?n=MAZZOLA_Mauro_Giuseppe&Index=632866&da_rotatorio=no

[2] https://www.corriere.it/cultura/18_maggio_15/morto-tom-wolfe-scrittore-cronista-giornalista-falo-delle-vanita-8ca73b60-5866-11e8-9f2b-7afb418fb0c0.shtml

[3] Ettore Maria Mazzola, “Architettura e Urbanistica: istruzioni per l’uso – Salvando l’Architettura è possibile risollevare l’economia italiana / Architecture and Town Planning, Operating Instructions – Saving architecture might save the Italian economy”. With Preface by Léon Krier. Editrice GANGEMI, Rome, 2006

[4] Bompiani Edizioni, Milano 1988-2001 – Titolo originale From Bauhaus to our house

6 pensieri su “Tom Wolfe non c’è più, ma la sua lezione sull’architettura resta

  1. Molto molto buono, complimenti, siamo del tutto d’accordo. Una analisi del disastro contemporaneo, analisi pacata e seria, è da porre all’orizzonte della rinascita dell’università (se questa parola vuole conservare il suo significato). Luigi f

  2. 6 sempre stimolante, Fier-Mazzola ! Faccio notare che anche i Banchieri, come si vede nel film “La grande scommessa”, cambiarono registro in quegli anni se non prima, eppoi subito dopo i politici di professione, i docenti e fondatori di scuole di pensiero come Milton Freedman, gli apparati statuali, le amministrazioni locali, i partiti, i commercianti, i falegnami, gli imprenditori, i giornalisti, le televisioni, i Servizi segreti, i veterinari e i medici…i cani e i porci e gli architetti !

    1. Intanto si scrive Friedman e poi volevo specificare che si, nel periodo in cui Wolfe scrive quel libro la svolta liberista-bancaria aveva già preso nettamente il comando e dunque c’era poco da fare i sarcastici sui fenomeni senza curarsi delle cause, ma bisogna anche ricordare che le ragioni del modernismo urbanistico-architettonico risiedono tutte nel modello economico produttivo che si impone con l’industrializzazione di massa a partire dagli anni ‘20-‘30 coinvolgendo la produzione edilizia in modo massiccio dopo la seconda guerra mondiale. I “maestri” del ‘900 vedono nuovi modelli e tipi edilizi rispondenti alle esigenze della società che si trasforma,e dell’industria del cemento, ma alla fine progettano solo in funzione dell’accumulazione capitalistica. E come avrebbero potuto fare diversamente ?

      1. certo Maurizio,
        ma quei “maestri” pendevano anche dalle labbra del “Corvo” che, a sua volta, pendeva dai fili dei suo sponsor/burattinaio produttore automobilistico Voisin.
        Tuttavia, se possiamo immaginare di giustificare che quei “maestri”, perché non avevano ancora potuto verificare quanto fallaci fossero le loro idee, diviene impossibile difendere chi all’indomani del 2° conflitto bellico, fece teoria ed “insegnò” la storia in maniera ideologica e carica di acrimonia nei confronti del “mondo borghese”.
        A partire dai primi anni ’60, una serie si personaggi “di sinistra”, venne operata una vera e propria mistificazione della realtà a favore degli speculatori! Personaggi come Zevi, Gregotti, ecc. pensarono bene di usare false argomentazioni (politico-religiose) atte a favorire gli impostori palazzinari piuttosto che a condannarli.
        Impossibile non ricordare la presa per i fondelli (sbugiardata da “Le Iene”) della “Nuova Gerusalemme” messa in atto da parte di Gregotti & co. con lo ZEN di Palermo!
        Un caro saluto

        1. Mi trovi concorde. Le illusioni ottiche, gli scherzi della luce e i passaggi dialettici e le false rivoluzioni sono talmente pane quotidiano da far pensare che non ci sia soluzione agli inganni della Storia. L’unica cosa che riconosco con nettezza sono i passaggi dei “modi di produzione”; quelli si mi appaiono chiari e contemporaneamente risolutivi di nulla, ma reali, oggettivi. Dentro quella roba lì vedo anche i cambiamenti del fare le città e architettura. Spesso poi gli architetti sono stati utili idioti…ben pagati naturalmente.
          A presto con la consueta stima.

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